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Ilva al duello finale e forse “bresciani” per Piombino

FIRSTonline

Il mese di maggio può segnare il futuro degli assetti della siderurgia italiana che, pur ridimensionata rispetto agli anni ’80, rimane per qualità e differenziazione produttiva una protagonista sui mercati internazionali e una componente non secondaria della base produttiva del Paese.

La prima tappa sarà l’assegnazione dell’impianto di Taranto. Le due offerte contrapposte pesano la stessa moneta sia nell’offerta economica che negli investimenti tecnologici ed ambientali. Non sarà questa però la strada decisiva di valutazione da parte dei Commissari bensì quella di una decisione di più attente e strategiche valutazioni nella scelta. Da un lato Mittal-Arcelor in alleanza con la famiglia Marcegaglia fa pesare il suo primato in campo mondiale e la sua presenza più che ventennale in tutta Europa. L’impianto di Taranto si aggiungerebbe alla scacchiera che l’imprenditore indiano ha disegnato e presidiato dai Mari del Nord fino al Mediterraneo, dai Pirenei fino agli Urali. In cordata i Marcegaglia (che non hanno mai prodotto acciaio) portano una grande capacità di consumo e di trasformazione oltre che buone e coltivate relazioni politiche e sindacali. Ma con la loro quota intorno al 20% del capitale non potranno certo influenzare la strategia industriale del forte alleato. In questo quadro Taranto troverebbe molte opportunità ma subirebbe conseguenti contrazioni produttive ed occupazionali a fronte di situazioni negative di mercato perché considerato “uno” dei tanti siti produttivi dell’impero anglo-indiano.

Dall’altro lato Jndal Steel (grande ma inferiore al connazionale Mittal) si trova in una compagnia più strutturata rispetto alla concorrenza. Infatti le quote di capitale sottoscritte da Arvedi, Del Vecchio e dalla CDP in maggioranza determinano una sorta di “governance” decisiva nei prossimi quattro anni. Italianità per italianità anche questo pesa. Vi è poi un peso strategico non indifferente che gioca sulla bilancia. Jndal e i suoi non hanno altri siti siderurgici in Europa e nel Mediterraneo: ragione per la quale Taranto diventa la pedina centrale della loro strategia produttiva e di mercato.

Le due opzioni peseranno non poco sull’assegnazione e sulla conseguente attività di rilancio dell’acciaio italiano che deve conquistare, ad esempio, di nuovo il cliente FCA ed il milione di auto che produce in Italia.

A Piombino dopo il disastro Lucchini-Mordashov anche l’algerino Issad Rebrab ha ormai alzato le mani. Il ministro Carlo Calenda ha apertamente accusato Aferpi di non aver rispettato il contratto di cessione degli asset toscani e che le inadempienze potrebbero portare nuovamente il destino piombinese nelle mani del liquidatore. La gente di Piombino e i vertici nazionali del Sindacato sanno che le speranze di un rilancio del sito sono assai esigue e quasi inesistenti. I lavoratori presidiano da settimane lo stabilimento e occupano il Municipio della città alla rincorsa di soluzioni alternative agli algerini e meno aleatorie rispetto a quelle sperimentate negli ultimi anni. Si fa avanti nuovamente il nome di una cordata “bresciana” limitata al treno dei lunghi, della vergella e delle rotaie accompagnata da una futura installazione di un forno elettrico. Una soluzione da “mini steel” che ridimensionerebbe l’occupazione in misura drastica e libererebbe molte centinaia di migliaia di metri quadri di terreni alle porte della città e a fronte mare. C’è chi guarda al presidente di Federacciai Antonio Gozzi della Duferco e al suo alleato Giuseppe Pasini della Feralpi. Insieme hanno fatto ultimamente numerose operazioni di acquisizione sia con la Caleotto di Lecco che nello smembramento del Gruppo bresciano della Stefana. Vedremo.

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