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I veri nemici dell’euro non sono tanto gli euroscettici ma Francia e Germania

FIRSTonline

Il professor Cavazzuti ci ricorda (vedi Firstonline della scorsa settimana) gli effetti “devastanti” dell’uscita della lira dal Serpente monetario europeo nel 1973 per mettere in guardia dalle facili illusioni di chi crede di risolvere i nostri problemi con quella che oggi si direbbe una Itexit, sulla falsariga delle chiacchieratissime Grexit e Brexit: più che illusioni secondo Cavazzuti si tratta in realtà di ragionamenti da estremisti “infantili”.

La tesi ci convince tuttavia solo a metà. Perchè siamo tutti d’accordo che uscire dall’euro ora sarebbe una follia (semmai non bisognava entrarci subito come sostennero con lungimiranza Antonio Fazio e Cesare Romiti all’epoca), ma trascurare le fragilissime basi su cui poggia il sistema dell’euro a trazione tedesca e che sono all’origine dei molti euroscetticismi è una pericolosa ingenuità. In materia di unioni monetarie la storia insegna e ci fa giungere a conclusioni che inquadrano il problema sollevato da Cavazzuti in maniera assai diversa.

L’euro infatti è un esperimento con molti precedenti, alcuni di successo altri fallimentari in relazione al grado di integrazione politica realizzato. Nel 1865 Francia, Belgio, Italia e Svizzera (cui successivamente si associarono numerosi altri paesi) unirono le loro monete in un accordo, l’Unione monetaria latina, che prevedeva la uniformità degli standard valutari, tetti all’emissione e la libera circolazione delle diverse valute nei diversi paesi. L’Unione dopo un progressivo snaturamento a causa delle resistenze nazionalistiche fallì definitivamente nel 1927.

Nel 1872 Danimarca, Islanda, Norvegia e Svezia si accordarono sull’uso di monete comuni, basate su di una corona in oro, liberamente in circolazione ed aventi valore legale nelle tre nazioni, formando l’Unione monetaria scandinava che non resistette allo scoppio della guerra nel 1914. Tra gli esempi di unioni monetarie di successo invece uno ce l’abbiamo in casa ed è la lira, frutto della saldatura in un unica valuta con la formazione dello stato unitario delle diverse divise circolanti nei vari statarelli della Penisola. Un altro è il marco tedesco, che 40 anni dopo lo Zollverein, l’unione doganale dei vari principati tedeschi, nel 1874 si impose sul fiorino, sul tallero, sul kronenthaler e sugli altri marchi delle città anseatiche sulla scia della creazione dello stato federale. Un altro esempio ancora è il dollaro che dalla dichiarazione di indipendenza ha impiegato cento anni per imporsi e  in realtà lo ha fatto solo dopo che si era acconsentito a federare il debito degli Stati membri dell’Unione.

La lezione della storia sembra banale, ma non per questo eludibile. I nemici dell’euro non sono tanto gli euroscettici alla Salvini o alla Le Pen, ma quanti si oppongono a quella integrazione politica europea che è scritta in tutti i trattati ma che nessun responsabile politico, sia in Francia che in Germania, sembra voler prendere sul serio. Senza la loro sconfitta il destino dell’euro sembra segnato come lo sarebbe stato quello del dollaro se i sudisti avessero vinto la guerra di Secessione.

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