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Grecia: euro o dracma? E’ questa la vera posta in gioco del referendum

Che la strategia e la tattica di Tsipras sia stata finora un completo fallimento non può essere messo in discussione. Non ha ottenuto nuovi aiuti dall’Europa, non ha spaccato politicamente i paesi dell’area Euro, ha inflitto nuove sofferenze ai cittadini greci sia provocando un arresto dei timidi segnali ripresa che si erano manifestati nel 2014, sia negli ultimi giorni con la chiusura delle banche e conseguente razionamento della valuta. Poi ha promosso un referendum con la scusa di dare la parola al popolo, ma in realtà per cercare di uscire dal vicolo cieco nel quale si era infilato. Ma poiché gli obiettivi del referendum non sono chiari, difficilmente Tsipras, anche in caso di vittoria dei NO potrà ottenere forti concessioni dalla troika e soprattutto avere maggiore agibilità per superare le resistenze dell’ala sinistra del suo partito, di quelli cioè che vogliono uscire dall’Euro per fare la rivoluzione anti capitalista e creare il “socialismo in un solo paese”. Se poi dovesse vincere il SI, allora il Governo dovrebbe dimettersi e si dovrebbe andare rapidamente a nuove elezioni.

Ma come si è giunti a tanto? Quali sono gli elementi della complessa partita che si sta giocando sulla Grecia e che, qualunque sarà l’esito, avrà profonde ripercussioni sugli attuali assetti dell’Europa? Al di là della caccia ai responsabili che vede in prima fila tutte le formazioni populiste sia di destra che di sinistra, che trovano comodo rovesciare sull’Europa e sull’austerità alla tedesca tutte le colpe dell’impoverimento dei cittadini europei, quello che occorre fare è mettere in fila dei dati di fatti oggettivi per tentare di capire come potrà andare a finire.

Pur volendo giustamente criticare molti aspetti della politica europea di questi ultimi anni ( dai ritardi della Bce nel fare una politica monetaria espansiva, alla sordità della Commissione verso un piano di investimenti finanziato da Bruxelles) le politiche di austerità non sono le uniche responsabili del disastro greco. Queste politiche infatti hanno funzionato in Irlanda ed in Spagna, ed in parte anche in Portogallo ed Italia, tutti paesi che sono tornati a crescere. E la crescita è tanto più forte quanto più le politiche di austerità sono state declinate attraverso un taglio della spesa pubblica ed una riduzione delle tasse, sia sulle imprese che sul lavoro. In Grecia invece il ruolo del settore pubblico non si è ridotto abbastanza da evitare un aggravio delle tasse, specie quelle sulle società. E Tsipras voleva continuare ad aumentare le imposte, specie sul ceto medio, invece di incidere sulla spesa, dalle pensioni alle Forze Armate. Insomma una classica politica di sinistra che punta sul vecchio paradigma del “tassa e spendi” che già da tempo si è dimostrato non efficace.

Ma in fondo i greci dovranno decidere con il referendum se è più conveniente per loro stare nell’Euro oppure uscirne. Un dilemma che il governo tenta disperatamente di negare affermando che la vittoria del NO non pregiudicherebbe l’appartenenza all’area Euro ma anzi darebbe più forza ai negoziatori per piegare le rigidità della Troika. Ma è una affermazione che non fa i conti con la sostanziale compattezza dei governi europei a non cedere al ricatto della Grecia perché non ha senso che un popolo possa votare (democraticamente) per imporre ad altri popoli di prestargli i denari necessari ad andare avanti come prima.

Ma la Grecia trarrebbe davvero vantaggio da una uscita dall’Euro e da una forte svalutazione della Dracma? Tutti quelli che anche in Italia credono che la svalutazione della moneta possa risolvere i problemi di competitività e di crescita, non tengono conto che il crollo del cambio è una vera e propria tassa occulta che compisce soprattutto pensionati e lavoratori dipendenti, vanifica i risparmi depositati in banca (per questo i greci li hanno ritirati a ritmi forsennati ) può agevolare gli esportatori, a patto che la Grecia abbia prodotti da esportare che invece non sembra possedere (al di la dell’armamento e del turismo). Con l’uscita dall’Euro la ristrutturazione dell’economia greca dovrebbe essere ancora più drastica e più rapida di quella che hanno cominciato a fare negli anni passati. Infatti il fallimento farebbe venir meno il credito internazionale sia delle istituzioni europee (fondo Salva Stati o singoli Governi o Bce) sia dei privati almeno fino a che non ci sarà una credibile stabilizzazione della nuova moneta.

Ma la crisi di Atene ha messo a nudo anche le inefficienze della costruzione europea e la mancanza di un centro decisionale autonomo dai singoli stati, capace di prendere decisioni valide per tutti in tempi rapidi. In più una eventuale uscita della Grecia dall’Euro farebbe venir meno la celebre affermazione di Mario Draghi secondo la quale la Bce avrebbe fatto tutto il necessario per difendere l’area Euro. Insomma i mercati sarebbero autorizzati a pensare che l’Euro non sarà più irreversibile e quindi i paesi più deboli potrebbero essere attaccati dalla speculazione con conseguenze disastrose non solo per il paese sotto attacco, ma per l’intera Europa che a quel punto rischierebbe la dissoluzione. Insomma vincerebbero i nazionalisti, poco importa se di destra o di sinistra perché tutti in realtà vogliono una politica autarchica e statalista. In Italia ad esempio Salvini ha confermato che le aziende pubbliche degli enti locali non vanno vendute, che è stato un errore mettere sul mercato le banche popolari, e che bisogna ripristinare le pensioni di anzianità ( quindi più tasse per tutti , altro che flat tax). E del resto Tsipras ha puntato le sue carte proprio sulla paura che il non allargare i cordoni della borsa verso la Grecia, avrebbe comportato un terremoto tale in Europa da sconsigliare un simile azzardo. Ma partita è stata condotta male, con l’arroganza del debitore che pensa di non avere più nulla da perdere, e minaccia i creditori di portare il disordine in casa loro. Ma Varoufakis che si dice esperto della teoria dei giochi, questa volta ha sbagliato i calcoli, ha coperto di insulti le istituzioni europee, passando di provocazione in provocazione, fino ad indurre tutti gli altri partners ad accettare la sfida e vedere se i greci vorranno veramente staccarsi dall’Europa.

Per Bruxelles comunque si dovrà aprire a breve termine una seria discussione sulla necessità di procedere verso una più stretta integrazione anche politica. L’obiettivo non potrà essere raggiunto in poco tempo, ma da subito si dovranno vedere passi avanti in alcuni importanti campi: unione bancaria e finanziaria, alcuni capitoli della politica di bilancio e di quella fiscale, una difesa più integrata, e parte dei debiti (almeno quelli nuovi) in comune.

Alla fine, magari, anche il dramma greco potrebbe risolversi in positivo. Far fare ulteriori progressi a quella europea che è una costruzione indispensabile se i vecchi paesi europei vorranno ancora giocare un ruolo nel nuovo contesto dei mercati globali. 

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