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Exports, world trade changes course: Asia drives growth and Italy seeks new markets.

Lo studio del Centro Studi Confindustria “Export italiano tra fratture e nuove rotte” fotografa un commercio mondiale sempre più orientato verso l’Asia. Per l’Italia, tra dazi e nuove dipendenze, la sfida è diversificare mercati, tecnologie e catene di fornitura

Exports, world trade changes course: Asia drives growth and Italy seeks new markets.

Il commercio mondiale continua a crescere, ma la sua geografia sta cambiando rapidamente. Nel 2025 il valore dei beni scambiati nel mondo ha raggiunto un nuovo record, oltre 26 mila miliardi di dollari, pari al 22,4% del Pil globale. Nei primi sei mesi del 2026, tuttavia, il 90% della crescita dell’export mondiale è arrivato dall’Asia, mentre il contributo dell’Europa è stato sostanzialmente nullo.

È la fotografia contenuta nel nuovo studio del Confindustria Study Centre "Export italiano tra fratture e nuove rotte”. Guerre, dazi e tensioni geopolitiche non fermano gli scambi, ma ne modificano rotte e protagonisti: gli Stati Uniti restano il principale motore della domanda e delle importazioni, la Cina quello della produzione e dell’export, mentre il baricentro della crescita si sposta verso Asia, India, Asean, America Latina e, in prospettiva, Africa subsahariana.

Export italiano, +3,3% nel 2025 ma la crescita resta concentrata

In this scenario, theItalian export ha chiuso il 2025 con una crescita del 3,3%, sostenuta soprattutto da pochi mercati e settori. Gli Stati Uniti hanno fornito il contributo più significativo e la pharmaceutica quello maggiore tra i comparti, mentre l’Ue resta il principale sbocco, con il 51,3% delle esportazioni italiane. La crescita, però, non è generalizzata: negli Usa è concentrata in alcune produzioni e, sul fronte degli approvvigionamenti, aumenta la dependence on China per i prodotti tecnologicamente avanzati. Tra il 2019 e il 2025 la quota cinese sulle importazioni italiane di questi beni è passata dal 14,2% al 34,8%.

“La globalizzazione non si sta fermando, ma sta cambiando forma e direzione”, osserva Lucia Aleotti, vicepresidente di Confindustria per il Centro Studi. La crescita si concentra nelle aree che aumentano produzione, domanda, investimenti e capacità tecnologica, mentre l’Europa rischia una progressiva marginalizzazione. Per l’Italia, secondo Aleotti, servono più investimenti, innovazione e autonomia tecnologica, insieme a una politica industriale europea capace di accompagnare la trasformazione.

Tecnologia e IA ridisegnano le catene globali del commercio

A guidare la nuova geografia degli scambi è soprattutto la technology. Il boom degli investimenti statunitensi nel digitale e nell’artificial intelligence ha attivato catene globali del valore concentrate in Asia: nel 2025 la crescita delle importazioni Usa è stata interamente legata ai beni Ict, che hanno spiegato il 60% della crescita dell’export e delle importazioni cinesi e circa tre quarti dell’aumento degli scambi negli altri Paesi asiatici negli ultimi due anni. In Europa, invece, il comparto ha avuto un impatto marginale.

Il divario emerge anche nella ricerca: nel 2024 Amazon, A, Meta, ecosystem e Apple hanno generato circa il 15% della spesa privata mondiale in R&S. Stati Uniti e Cina hanno investito circa 1.000 miliardi di dollari ciascuno in ricerca pubblica e privata, pari insieme al 60% del totale globale, contro i 600 miliardi dell’Ue. Nel 2025 la Cina ha inoltre presentato circa 74.000 domande di brevetto, quasi il 27% del totale mondiale, mentre l’Asia ha raggiunto 157.000, il 57%. Anche i servizi Ict confermano la tendenza: il loro commercio è raddoppiato dal 2019, crescendo a un ritmo doppio rispetto ai servizi complessivi e arrivando al 15% degli scambi mondiali, oltre 9.000 miliardi di dollari nel 2025, pari al 7,8% del Pil globale.

Dazi Usa e nuovi mercati: la sfida per l’export italiano

I duties statunitensi aumentano la pressione sull’export italiano: il peso effettivo delle tariffe è passato dal 2,3% del 2024 a circa l’11% dopo l’accordo dell’estate 2025. Secondo le stime del Centro Studi Confindustria, a parità di altre condizioni, le vendite italiane negli Usa potrebbero calare quasi dello zero nel primo mese, di circa il 2% dopo due-tre mesi e fino al 9% dopo nove mesi. “I dazi rendono ancora più urgente allargare la geografia dell’export italiano”, sottolinea Barbara Cimino, vicepresidente di Confindustria per Export e Attrazione degli Investimenti. Per ridurre la concentrazione del rischio occorre rafforzare la presenza nei mercati dove la domanda cresce, sostenendo soprattutto le imprese più piccole nell’apertura di nuove rotte, senza abbandonare i mercati tradizionali.

- trade agreements diventano così uno strumento per diversificare gli approvvigionamenti, ridurre le dipendenze, rafforzare la sicurezza economica e contrastare il protezionismo. Quelli dell’Ue con Mercosur e India aprono un’area di libero scambio che coinvolge oltre 2 miliardi di persone e quasi un quarto del Pil e del commercio mondiale.

Mercosur, India e Golfo: le nuove rotte dell’export

Il Mercosur è una delle direttrici più rilevanti: a regime, la riduzione dei dazi equivarrà al 10,6% del valore dell’export italiano, contro il 10,1% della Germania e il 9,2% della media Ue. Nei primi due mesi di applicazione, maggio e giugno, le esportazioni italiane verso l’area sono cresciute del 12,9% su base annua, contro il +5,5% dell’extra-Ue. La missione di Confindustria in Argentina e Brazil ha confermato, secondo il direttore generale Maurizio Tarquini, la rilevanza strategica dell’accordo, anche per appalti pubblici e filiere locali.

The India rappresenta una direttrice di diversificazione: macchinari, chimica, farmaceutica e metalli di base valgono circa due terzi dell’export italiano verso il Paese, per quasi 3,5 miliardi di euro. Nel Golfo, l’Italia ha esportato nel 2025 21,8 miliardi di euro verso gli otto Paesi dell’area, con un surplus di 11,3 miliardi. Dal 2019 al 2025 le vendite sono cresciute del 76%, oltre il doppio rispetto ai mercati extra-Ue.

Per Cimmino, la nuova geografia economica richiede vere strategie di presenza internazionale per aprire nuovi sbocchi, diversificare le dipendenze e rendere più sicure le filiere.

Export italiano, il nodo delle 401 imprese strategiche

La diversificazione deve accompagnarsi alla riduzione delle vulnerabilità interne. Secondo il Centro Studi Confindustria, il rischio è concentrato in 401 imprese strategiche, con dimensioni medie dieci volte superiori a quelle delle aziende italiane, produttività doppia e propensione all’export e all’import quasi tripla. Sono inoltre legate al resto dell’economia dall’utilizzo di beni strategici difficili da sostituire: un’interruzione delle forniture può trasmettere lo shock lungo le catene del valore.

L’Italia resta competitiva sui mercati internazionali, ma deve affrontare una trasformazione strutturale della geografia del commercio. La sfida è rendere l’apertura internazionale più diversificata, tecnologica e resilient, attraverso innovazione, investimenti, capitali e tecnologie strategiche. La globalizzazione non si ferma, ma cambia direzione.

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