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Economia dell’abbastanza: la nuova bussola per fare i conti con il mondo post-globale e le risorse limitate del pianeta

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“Viviamo, nel migliore dei casi, sulla soglia di un’era che può essere definita «a somma zero»: sempre più i benefici che un paese ottiene sono il risultato di sottrazioni ad altri Paesi”. Lascia ben poche speranze la diagnosi che Mario Deaglio fa dell’economia post-global nel recente Rapporto sul mondo post-globale intitolato “Dal mito dell’abbondanza all’economia dell’abbastanza”. Almeno all’apparenza, perché fin dal titolo l’analisi del team del Centro Einaudi guidato da Deaglio suggerisce una ricetta alternativa, cioè “l’abbastanza”, quale metro di eguaglianza e di speranza. Una formula virtuosa per una stagione complessa, probabilmente lunga ed irta di difficoltà.

Economia dell’abbastanza e il mondo post-globale

No, non si tratta di passare dal mito della crescita infinita alla suggestione millenarista della decrescita cara ai grillini della prim’ora o con dosi massicce di austerità. Ma di fare con freddezza i conti con le risorse limitate del pianeta. La filosofia dell’abbastanza implica, a differenza di quella dell’abbondanza concentrata sul presente, una visione che tiene in gran conto il futuro. “In passato – dice Deaglio, l’economista che ha diretto il Sole 24 Ore – spesso si è privilegiata una visione solo materialistica della realtà. Ma la gente, in particolare i giovani, chiedono ora qualcosa di più. Semmai rivendicano una libertà di scelta che è stata progressivamente limitata nel corso di questi anni”. Non solo si è interrotta la corsa dell’ascensore sociale, ma qua e là, specie  negli Stati Uniti, già terra delle opportunità, “spuntano scuole ed  istituzioni che separano i bambini per censo fin dalla prima infanzia. In una società così concepita non è difficile capire l’esplosione della rabbia omicida.” 

Tra le eredità negative della stagione dell’economia globale, che pure ha avuto tanti meriti, spicca il peso che i cambiamenti sociali hanno imposto forti dosi di stress a tutte le latitudini, nell’attesa di sviluppi che sono stati spesso ben diversi dalle attese. Vale per la Cina come per la Polonia: chi si sarebbe aspettato lo spettacolo di mezzo milione di manifestanti a Varsavia a contestare un governo post-comunista. Esaurita la fase ruggente, avviata con la caduta del muro di Berlino, il Pil globale è diventato più vulnerabile, non solo per fasi di crisi più o meno acute, ma anche perché il sistema ha consumato in maniera crescente risorse non riproducibili. Di qui la necessità di un cambiamento che apra le porte a equilibri futuri sostemibili. Basati su strategie e politiche nuove, frutto di istituzioni capaci di realizzare un nuovo patto con o cittadini. 

Inflazione destinata a salire per favorire la transizione energetica

Come capita da Adam Smith in poi, il messaggio dell’economista contiene una forte carica etica, all’insegna del rinnovamento. Non sarà semplice convincere gli elettori che, una volta finita la stagione della deflazione sostenuta dalla produzione a basso costo delle economie emergenti,  le economie dovranno probabilmente rassegnarsi a tassi di inflazione più alti, comprensivi dello sforzo per combattere il global warming e favorire la transizione energetica.  Una novità che, probabilmente, comporterà grandi cambiamenti nelle voci di consumo.

Tramonta la globalizzazione ma non esiste l’isola protetta…

Con il tramonto, almeno parziale, della globalizzazione, si accorciano le catene produttive. Incombe il nodo dell’ambiente, dell’energia, ma non solo. “Penso alla siccità, un problema secolare che ci chiederà soluzioni severe a livello di aree regionali. Ormai i problemi veri superano i confini dei singoli Paesi”. La globalizzazione, così come l’abbiamo concepita in passato, ormai è acqua passata. Nessuno, però, potrà permettersi di comportarsi come un’isola circondata da confini chiusi. Nasceranno, dice Deaglio, arcipelaghi collegati da esigenze e problemi comuni. È in pratica quel che resta del «mutuo vantaggio» della stagione passata. I commerci sono sempre meno liberi; le «catene globali del valore» risultano sempre più usurate e sempre meno globali.

…e tutti giocano a rubamazzetto

«Una nuova logica distruttiva minaccia la globalizzazione» ha scritto, all’inizio del 2023, The Economist – da quasi due secoli portabandiera di un pragmatico liberalismo mondiale – accennando a una «pericolosa scivolata verso i sussidi, i controlli alle esportazioni e il protezionismo». Tutti «giocano a rubamazzetto», scrive Deaglio facendo riferimento al gioco di carte in cui, più che accumulare punti, si cerca di portar via con una sola mossa il «mazzo» accumulato dagli altri partecipanti: tutti i paesi cercano di indurre le imprese a trasferire – spesso nel loro paese d’origine – uffici, fabbriche e centri direzionali chiudendoli anche là dove produrre costa meno. Nel migliore dei casi la crescita del Pil mondiale rallenta e, siccome tutti cercano di produrre in patria, l’incidenza degli scambi internazionali sul Pil mondiale ha smesso di aumentare. Una considerazione: non illudiamoci di poter tornare all’obiettivo di un aumento dei prezzi al 2%. I banchieri dovranno rivedere i conti verso l’alto.  A che si deve questo circolo vizioso? Le prime crepe importanti, ricorda l’autore, comparvero nel 2008-2009 con la cosiddetta «Grande Recessione»; poi si aggiunsero malanni di varia natura, dalla pandemia al cambiamento climatico fino alla guerra ucraina. È inoltre emerso un disagio sociale – oltre che economico – sempre più profondo, sempre più evidente e sempre più politicamente rilevante. 

L’economia è in difficoltà, è la rivincita della politica?

In parallelo è andata in fumo l’illusione del primato dell’economia sulla politica. Lo slogan di Bill Clint (“it’s the economy stupid”) assume un sapore sinistro di fronte all’apparente assurdità della Brexit o di altre manifestazioni che contraddicono la razionalità economica. Una rivincita della politica? In realtà di buona politica ce ne vorrebbe assai di più per padroneggiare una stagione complessa. “Lo sviluppo per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni – ha commentato il presidente di Intesa Gian Maria Gros-Pietro – ha cominciato a deprivare il pianeta di risorse. Dobbiamo essere più attenti al pianeta, lo stiamo cambiando e dobbiamo prendercene la responsabilità”. 

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