X

Sapelli: “Il Governo Draghi ottima novità e per la Lega svolta vera”

Imagoeconomica

Insieme al miracoloso arrivo di un civil servant del calibro e del prestigio di Mario Draghi a Palazzo Chigi, la scelta governista ed europeista della Lega di Matteo Salvini è sicuramente la più sorprendente novità di questa fase della politica italiana. Ma solleva un dubbio che è sulla bocca di tutti: quella della Lega è una svolta vera o è semplicemente tattica? Giulio Sapelli, storico dell’economia e intellettuale di rango sempre fuori dal coro, può aiutarci a capire. Sapelli conosce da molto vicino Matteo Salvini (che fu suo studente alla Statale di Milano) e Giancarlo Giorgetti, che all’inizio della legislatura lo candidarono a premier, ma tutti sanno che, malgrado l’esplicito apprezzamento ricevuto dalla Lega, conserva gelosamente la sua indipendenza e che per nessuna ragione al mondo Sapelli sarebbe disposto a rinunciare al gusto di un ruolo sempre controcorrente, mai banale e al limite dell’eresia politica. E infatti, in questa intervista rilasciata a FIRSTonline, i fuochi d’artificio non mancano e i suoi giudizi su Draghi, sul nuovo Governo, su Conte e sulle principali forze politiche sono spesso sorprendenti e talvolta impietosi. Possono piacere o meno, convincere oppure no, ma fanno sempre riflettere. E hanno una caratteristica rara che deriva dalla cultura cosmopolita di Sapelli: le sue analisi sono sempre collocate non nel giardino di casa ma in un orizzonte internazionale che in Italia troppo spesso ci si dimentica. Sentiamolo.

Professor Sapelli, quando Renzi si è opposto al Conte ter aprendo la crisi di governo è stato subissato di insulti, soprattutto dei Cinque Stelle e del Pd, ma visto il risultato finale con l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi, la crisi si può considerare benvenuta. O no? Lei come valuta la nascita del Governo Draghi?

«Da vecchio marxista direi che la nascita del Governo Draghi è un fatto ultrapositivo in una logica riformista e al tempo stesso una scelta di necessità all’interno dei conflitti intercapitalistici tra chi punta alla centralizzazione capitalistica e chi sogna ancora l’ordoliberismo. La nascita del Governo Draghi, in assenza o quasi di partiti organici, va letta in questa chiave, come frutto della spinta di chi punta alla centralizzazione delle economie capitalistiche da cui è nato anche il rovesciamento della politica economica tedesca con la mutualizzazione del debito e l’accelerazione degli investimenti in capitale fisso. Il che non significa che la sua navigazione sarà facile e priva di continui sussulti».

Mi sembra di capire che Lei consideri dunque la nascita del Governo Draghi come un netto passo avanti rispetto al Governo Conte: è così?

«Sicuramente sì. Aver liberato l’Italia dall’avventurismo e dal trasformismo politico di Giuseppe Conte è il primo merito di Mario Draghi e di chi lo ha voluto a Palazzo Chigi. Ed è anche un passo avanti sul piano della civilizzazione con l’archiviazione delle inutili passerelle degli Stati generali di Villa Pamphili e la comunicazione da Grande Fratello a cui Conte e il suo staff voleva abituarci».

Ora però servono i fatti e nemmeno Draghi ha la bacchetta magica. Tuttavia l’accelerazione del piano vaccini, la riscrittura del Recovery Plan e almeno tre riforme urgenti non sembrano traguardi irraggiungibili per il nuovo Governo: ne conviene?

«Sì, sono traguardi positivi e raggiungibili se Draghi non seguirà le ricette della direttrice operativa del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgeva – che vorrebbe che, in piena recessione, l’Italia tagliasse il suo debito pubblico tout court – e continuerà invece a distinguere tra debito buono e debito cattivo. Su un piano più generale, il Governo Draghi resta appeso alle contraddizioni tra Usa e Cina, ma sono convinto che cercherà di fare il suo meglio».

Nel suo discorso programmatico in Parlamento Draghi ha rassicurato le forze politiche sostenendo che di fronte al suo Governo non dovranno fare un passo indietro ma un passo avanti verso il Paese: pensa che i partiti utilizzeranno questa fase per ripensare se stessi e rinnovarsi?

«Non lo so, ma di partiti veri, cioè realmente radicati nel territorio, ne sono rimasti davvero pochi, e cioè la Lega e Fratelli d’Italia».

I Cinque Stelle e il Pd non sono partiti?

«Mi sembra che la crisi irreversibile che li attraversa li abbia ridotti a un’aggregazione di gruppi e correnti».

Allora parliamone, cominciando dai Cinque Stelle che a breve potrebbero incoronare Giuseppe Conte come nuovo capo.

«Conte o non Conte, i Cinque Stelle mi sembrano destinati a sgretolarsi e l’idea di Luigi Di Maio di farne una forza liberale e moderata mi pare priva di credibilità. La verità è che, pur dicendosi atlantici a parole, i Cinque Stelle restano fortemente influenzati dalla Cina. Ma in Italia non c’è futuro per chi si colloca fuori dall’atlantismo. C’è però un altro elemento da valutare per i Cinque Stelle».

Quale?

«Bisognerà vedere come si orienteranno su Conte sia la Compagnia di Gesù che il Vaticano, che per ora mi sembrano però più decisi a sostenere Draghi, che non a caso nel suo discorso di presentazione del suo Governo in Parlamento ha fatto una chiara apertura a Papa Francesco. Non credo comunque che Conte, la cui popolarità lontano da Palazzo Chigi è inevitabilmente destinata a scendere, possa bastare a risollevare i Cinque Stelle, che vedo avviati verso un declino inarrestabile».

Un’altra grande incognita della politica italiana riguarda il Pd, prima inspiegabilmente schiacciato su Conte e sui Cinque Stelle e ora – stando alla relazione Zingaretti della Direzione di giovedì – propenso a tenersi le mani libere, a dire addio al proporzionale e a riscoprire la vocazione maggioritaria: ma che credibilità può avere un partito che ribalta così bruscamente la sua linea politica senza alcun confronto interno?

«È un altro partito in crisi irreversibile e mi dispiace molto perché il declino del Pd finirà per aumentare l’astensionismo, ridurre la partecipazione politica e indebolire la democrazia italiana. Mi dispiace e mi preoccupa, ma non mi sorprende».

Perché non la sorprende?

«Perché Zingaretti è l’erede di quella generazione politica che ha raccolto i frutti avvelenati del berlinguerismo che ha distrutto il Pci e che non ha saputo rinnovarsi. Il mito della diversità, il prevalere della morale (o del moralismo) sulla politica, la ricorrente tentazione del massimalismo e la politica a zig zag nascono da lì».

Poi c’è la Lega. Lei conosce bene Salvini (che è stato suo studente) e Giorgetti che tre anni fa la candidarono alla Presidenza del Consiglio. Tutti si chiedono se la svolta governista e addirittura filoeuropeista di Salvini e della Lega sia vera o puramente tattica e provvisoria. Lei che ne pensa?

«Penso che quella della Lega sia una svolta culturale, organica, voluta e spinta dai ceti produttivi del Nord che rappresenta meglio di altre forze politiche. In un certo senso, il suo è un ritorno ai forti legami con il Nord dei tempi di Umberto Bossi, depurati dalle sbandate secessioniste. Proprio i ceti produttivi del Nord hanno fatto capire alla Lega che l’euro, come ha detto Mario Draghi, è irreversibile. Però il nuovo corso della Lega è solo agli inizi e va completato».

In che senso?

«Bisogna che la Lega si liberi delle pulsioni antieuropeiste e sovraniste dai Borghi e dei Bagnai e bisogna che tagli i ponti con la destra di Fratelli d’Italia e della Meloni per allearsi solo con Forza Italia. Solo così la Lega diventerà una forza di centrodestra pienamente credibile e pronta ad assumere la guida del Paese, se vincerà le prossime elezioni».

Professore, è appena arrivato in libreria un suo nuovo libro, edito da Guerini, e significativamente intitolato “Nella storia mondiale. Stati, Mercati, Guerre”: che spazio ha l’Italia nel futuro del mondo?

«Un futuro di sopravvivenza e al tempo stesso di subalternità. L’Italia è un Paese che ha un popolo meraviglioso, bellezze infinite, un tesoro fatto di piccole e medie imprese e che sul piano internazionale è collocato in Europa e nel Patto Atlantico, ma è un Paese che vive una rivoluzione passiva e che non ha più la classe dirigente che uscì dalla Resistenza. Noi italiani diamo il meglio di noi stessi solo quando siamo sull’orlo del baratro: è l’eccezionalismo italiano di cui è frutto anche il Governo Draghi. Però in questo caso mantengo una buona dose di ottimismo perché, come s’è capito benissimo dal suo discorso programmatico in Parlamento, il premier non cederà alle indebite pressioni internazionali e resterà fedele all’America democratica che abbiamo imparato ad amare dai tempi di Roosevelt».

Related Post
Categories: Interviste