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Referendum, confuse e pretestuose le ragioni del NO

Imagoeconomica

Gustavo Zagrebelsky è un illustre professore di diritto costituzionale. Insieme al professor Francesco Pallante dell’Università di Torino ha dato alle stampe un piccolo ed agile volumetto per spiegare le ragioni del NO al referendum sulla riforma costituzionale (Loro diranno, Noi diciamo – Editori Laterza – 10 Euro).

E’ una lettura interessante che chiarisce – a mio parere – anche ai non esperti della materia e ai dubbiosi per quale ragione è vitale per il futuro dell’Italia votare Sì. Il cuore della tesi sostenuta dai due illustri cattedratici è da loro stessi riassunta in questo modo: “Una cosa è chiara: l’accentramento (dei poteri) a favore dello Stato e nello Stato a favore dell’Esecutivo a danno della rappresentanza parlamentare”. Ed ancora: “L’accoppiata Italicum-riforma costituzionale rende evidente come il vero obiettivo delle riforme sia lo spostamento dell’asse istituzionale a favore dell’Esecutivo”.

Ora, a parte la denuncia del restringimento della rappresentanza dei cittadini, che porta i due studiosi a paventare la creazione di un Governo oligarchico dominato da latenti istinti autoritari che proprio non corrisponde né alla lettera della riforma costituzionale né tanto meno all’Italicum, uno snellimento delle procedure politiche attraverso la riduzione dei livelli di Governo, il taglio del numero dei parlamentari e soprattutto una più efficace distinzione tra i compiti dello Stato e quelli delle regioni, è proprio quello di cui il nostro Paese, bloccato da oltre vent’anni dai veti incrociati tra i vari livelli di governo, ha urgente bisogno. Bisogna votare Sì proprio perché questa riforma realizza finalmente quello che da trent’anni si vuole fare, e cioè dare più capacità di azione al Governo centrale, abolire alcuni enti inutili come il Cnel e dare alle Regioni uno spazio chiaro di azione ed una rappresentanza in un Senato che farà poche cose, tutte volte ad un migliore raccordo tra governo centrale e autonomie locali.

Al di là di al alcuni aspetti tecnici che certamente avrebbero potuto essere meglio precisati (ma anche qui bisogna vedere in quale direzione), la tesi di fondo dei due professori torinesi è che con queste riforme si rischia un assetto istituzionale che restringe gli spazi della democrazia e della partecipazione popolare. Ora, questa è una tesi del tutto infondata ed anche – mi scusino gli illustri giuristi – un po’ risibile. L’abolizione del bicameralismo paritario avvicina il nostro paese a quanto avviene nella maggior parte delle democrazie occidentali senza dar luogo a dittature di sorta.

L’accentramento di maggiori responsabilità nel Governo di Roma dà seguito ad una richiesta avanzata da anni da tutti gli operatori economici e soprattutto pone le basi per mettere un freno alle spese incontrollate da parte degli enti locali, la cui allegra finanza (spesso clientelare) è stata negli ultimi anni causa non secondaria della quasi bancarotta del Paese. Se poi si considera che gli assetti di Governo, come ad esempio i poteri del Premier, non sono stati toccati e che il ruolo del Capo dello Stato è stato addirittura potenziato, mentre comunque il Senato continuerà ad esercitare su diverse materie poteri di interlocuzione e di controllo, non sembra realistico gridare alla “svolta autoritaria”.

Confortano in questo senso le riflessioni, assai più dettagliate, contenute in una libro di uno storico Guido Crainz e di un giurista Carlo Fusaro sulle ragioni di aggiornamento della Costituzione (Donzelli Editore, Euro 16) con una prefazione di alto valore civile e politico dello stesso Donzelli. I due autori dimostrano con ricchezza di dati e di confronti internazionali che tutte le modifiche fatte ci avvicinano alle esperienze costituzionali dei paesi con i quali è ragionevole confrontarsi. Ed anche per quel che riguarda il così detto “combinato disposto” con la legge elettorale, non sembra affatto ragionevole pensare che la volontà del cittadino elettore venga distorta dal fatto che ci sia un premio al vincitore che permette di arrivare ad una maggioranza certa e quindi di poter varare un governo.

Vale la pena ricordare quello che è accaduto in altri Paesi: in Francia la Le Pen prese solo 2 seggi con il 18% dei voti e in Gran Bretagna lo Ukip ebbe un solo seggio con quasi il 10% dei voti. Con l’Italicum il partito che dovesse prendere il 10% dei voti potrà contare su circa 40-50 seggi. Soprattutto, il premio di maggioranza assegnerà al vincitore 340 seggi, cioè 25 in più della maggioranza dei componenti della Camera, quindi tutto dipenderà dalla compattezza del partito di maggioranza che, come si è visto negli ultimi vent’anni, non è affatto certa.

Appare quindi evidente che le critiche alla riforma Boschi sono infondate o pretestuose come quella relativa alla lunghezza del nuovo articolo 70 che regola i compiti del Senato delle autonomie. Ma se finora bastavano due righe per dire che il Senato fa esattamente le stesse cose della Camera, nel nuovo testo è stato necessario chiarire in dettaglio cosa devono fare i rappresentanti di regioni e comuni. Si è scelto di andare troppo nel dettaglio? Come succede sempre sarà poi la prassi politica a chiarire le modalità operative delle due Camere.

Per quanto riguarda il merito della riforma su cui si dovrà votare appare evidente che le ragioni del Sì sono di gran lunga superiori a qualche eventuale imperfezione che potrebbe portare qualcuno verso il NO. Del resto bastano due innovazioni per spingere a votare a favore: viene superato il bicameralismo paritario con il miracolo di un Senato che vota a favore della sua soppressione (cosa che non si ripeterà facilmente) e vengono regolati i poteri delle autonomie locali ponendo riparo agli errori fatti sulla spinta di uno sgangherato federalismo.

Infine il voto per il NO è spinto da motivazioni prettamente politiche. La Raggi lo ha detto con candore: dopo il no alle Olimpiadi ci vuole un secondo NO per mandare a casa Renzi. Insomma si vuole buttare a mare una buona riforma per azzoppare il Governo. Ma per quello ci saranno tra non molto le elezioni politiche. Poi ci sono i NI,come quelli patetici di Parisi e Tremonti, che insieme a D’Alema sostengono che bisogna votare NO per poi fare una riforma migliorePia illusione. Bocciare questa riforma, che comunque tecnicamente non ha nulla di disprezzabile, vuol dire tenersi l’attuale sistema per chissà quanti anni ancora, oppure peggiorarlo di molto con una nuova legge elettorale puramente proporzionale che non darebbe luogo a nessun governo. E questo non gioverebbe all’Italia. E forse nemmeno all’armata Brancaleone del NO capitanata da Brunetta e dal redivivo Landini.

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