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Perché il Pd non poteva votare Rodotà e ha fatto bene a non farlo

Chissà quanto durerà il tormentone e per quanto tempo ancora una parte della sinistra italiana continuerà a sentirsi orfana di Stefano Rodotà, giurista insigne ma non da oggi sedotto dalla sinistra radicale pur essendo  stato in passato vicino ai socialisti e poi presidente dell’assemblea dei Ds.  Forse il tempo lo deciderà il destino del Pd: se si spaccherà e si dividerà tra sinistra riformista e sinistra antagonista si capirà con maggior chiarezza perché il Pd non poteva votare Rodotà per la Presidenza della Repubblica.

Certamente il fatto che la sua candidatura sia stata proposta da Beppe Grillo ha contato. E contava pure il fatto che Rodotà sia noto per essere un radical chic, che sarà anche uno stato d’animo e un comportamento di moda perfino ai tempi del web, ma per fortuna non è ancora uno stile politico generalmente apprezzato e da tutti condiviso. I più anziani ricordano ancora quando Rodotà, appena eletto alla Camera con i voti del Pci e dei suoi operai, dimenticò subito il galateo politico (ma forse non solo quello) e anziché esporre all’interno degli organismi della sua parte il suo punto di vista si mise subito a fare la fronda nell’aula di Montecitorio al capogruppo del Pci, che portava il nome di Giorgio Napolitano. Molti non gradirono.

Ma, come Fabrizio Barca che ha esordito nel Pd facendo l’endorsement di Rodotà, ora Gherardo Colombo, già magistrato del pool Mani Pulite e adesso membro del  cda della Rai, si chiede: “Mi piacerebbe sapere che difetto ha Rodotà per il Pd. Se un uomo come Rodotà, che sostiene il diritto di avere diritti, non piace ad una parte, il problema è di quella parte. Dominano la paura di novità e la voglia che tutto resti come prima” . Ma non è così: il problema non è personale, ma politico, e poi bisogna distinguere tra politica e politica.

La ragione di fondo per la quale la maggioranza del  Pd non poteva votare Rodotà per il Quirinale, e per fortuna non l’ha votato, è molto semplice, anche se non è stata esplicitata con chiarezza: malgrado molte titubanze e tanti mal di pancia, il Pd non condivide l’ipotesi di sinistra radicale e antagonista – quella, per intenderci, di Beppe Grillo, Nichi Vendola e Micromega – che stava dietro alla candidatura Rodotà.  Era legittimo avere  un’altra idea di sinistra – riformista ed europeista – e appoggiare di conseguenza una candidatura per il Quirinale alternativa a quella di Rodotà? Il problema è tutto qui. I candidati non sono come le figurine Panini: conta il loro profilo personale ma conta, non di meno, la logica politica che li sorregge. 

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