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Netflix e Squid Game: i motivi di un successo planetario

FIRSTonline

Quando si parla di Netflix i numeri sono sempre impressionanti: alla fine dello scorso anno gli abbonati nel mondo erano oltre 200 milioni e un relativo giro di affari per oltre 25 miliardi di dollari. Per ogni nuova serie che il colosso californiano dello streaming immette in distribuzione si realizzano successi planetari che, nella peggiore delle ipotesi, interessano 58 milioni di utenti come accaduto con Emily in Paris, come si legge nella classifica delle serie più seguite nel mondo e come ha recentemente dichiarato Ted Sarandos, il numero 2 di Netflix a fianco del Ceo Reed Hastings

In questa graduatoria, relativa ad account (diversi dagli utenti) che hanno visto per almeno due minuti il programma, non compare la grande popolarità del titolo del momento: Squid Game. Dopo solo poche settimane ha conquistato una platea di oltre 130 milioni di utenti nel mondo e, secondo quanto dichiarato da Bloomberg e ripreso da Italia Oggi nei giorni scorsi, ha consentito di realizzare profitti con tanti zeri: costato poco più di 20 milioni di dollari, ora ne vale quasi 900. Ma il valore dei numeri citati è ancora più significativo se “pesato” in termini di tempo speso in collegamento con la piattaforma che, in realtà, è il valore che maggiormente incide sulle dinamiche commerciali dei contatti: cioè quanto rende in ordine al consumo di banda. Rimanere collegati per circa 50 minuti (quanto mediamente dura un episodio) con una smart tv in bassa risoluzione può incidere mediamente intorno ai 300MB (dipende pure dalla qualità della rete e dalla modalità di visione) che si traducono in decine di GB a saldo mensile. Ma non è solo questo dato che appare significativo. Più interessante può essere sapere quanto tempo ogni individuo “spende” o consuma di fronte alla televisione e, di conseguenza, quanto tempo sottrae alla visione della concorrenza, lineare e in streaming. Leggiamo quanto riportato da Confindustria Radio Tv nel suo Report sugli ascolti tv nel 2020: “L’ascolto medio (AMR) su base annuale cresce nell’intera giornata dell’11,4% (rispetto al 2019) attestandosi a 11,1 milioni di spettatori circa (25,1 milioni nel prime-time con un aumento del 9,3%). L’incremento è sostenuto principalmente dall’aumento del tempo di visione (ATV) che, con +29 minuti (+11,9% rispetto al 2019), arriva a 273 minuti al giorno (4h33min) nel 2020, meno in termini di reach complessiva (+2,1%)”. Dunque, la vera competizione è nella capacità di catturare attenzione in termini di minuti spesi e non tanto di numero di telespettatori che se poi si traducono in abbonati è altrettanto importante. 

Esattamente due anni addietro Reed Hastings, Ceo di Netflix, durante la sua visita a Roma in occasione della firma di un importante accordo di produzione con Mediaset, dichiarò “In Italia abbiamo raggiunto i due milioni di abbonati. Siamo cresciuti e continuiamo a crescere e investiremo 200 milioni di euro nei prossimi due anni in contenuti italiani”. La scorsa settimana Eleonora Andreatta, vice presidente delle Serie originali italiane di Netflix, ha aggiornato il dato: superati i 4 milioni di abbonati. Si può aggiungere che l’investimento ha portato buoni frutti, viziati però da un dato drammatico: nel mezzo c’è stata una pandemia che ha costretto milioni di persone a rimanere chiuse in casa e, di conseguenza, ha indotto ad un maggiore consumo di televisione. Dunque, mentre tutti gli altri broadcasters, specie quelli della televisione tradizionale lineare, hanno dovuto registrare numeri non esaltanti e costantemente incalzati dallo streaming, il colosso mondiale della nuova serialità audiovisiva ha raddoppiato la propria area di riferimento.

Se Netflix cresce anche i suoi diretti concorrenti non sono da meno: Amazon Prime Video e Disney+ gli contendono una buona parte del mercato in Italia come nel resto del mondo. Secondo quanto pubblicato recentemente da Justwatch la somma dei tre operatori in Italia copre oltre il 70% del mercato dove, per quanto riguardala tipologia di offerta, la produzione seriale Tv Drama rimane la più richiesta dagli italiani con oltre il 55% delle preferenze di visione, seguita dal genere action/avventura con il 17% e il genere comedy con il 12%. 

A questo punto arriviamo al cuore di una domanda che dagli albori della televisione si pone ogni qual volta compare un fenomeno che solo apparentemente sembra nuovo. Perché il grande pubblico, in ogni parte del mondo, apprezza la narrazione seriale più di quanto non apprezza i film? Non a caso abbiamo specificato “in ogni parte del mondo” perché l’interrogativo correlato è perché in paesi con culture profondamente diverse tra loro lo stesso prodotto viene apprezzato nello stesso modo? Cosa porta a realizzare il successo di Squid Game, come pure altri prodotti di Netflix di pari importanza (vedi ad esempio La casa di Carta oppure La regina degli Scacchi) quando hanno una forte connotazione culturale dell’area geografica dove si collocano (Asia, Europa, America latina)? Senza tornare al glorioso passato di prodotti globali come Dallas che per tanti anni, dal 1978 al 1991 in oltre 90 paesi, hanno conquistato platee universali con cifre vertiginose (uno dei suoi episodi più visti è stato di oltre 350 milioni), si può senza’altro sostenere che la serialità è una cifra distintiva della narrazione televisiva contemporanea che poggia su un robusto retroterra derivato dalla carta stampata. Come non ricordare il successo che dovunque si è registrato all’inizio della prima metà del secolo scorso prima con i fumetti e poi con i fotoromanzi a puntate?  Per le generazioni degli anni ’50 e ’60 in Italia rimangono fondamentali i romanzi di Grand Hotel come pure le storie di Tex Willer (che tuttora godono di ottimi numeri), quest’ultimo con quel perverso modo di lasciare l’episodio in sospeso a tre quarti della sua conclusione per spingerti poi a comprare il fascicolo successivo per sapere come andava a finire. 

Dunque, perché le vicende di J.R. di Dallas come pure Ciro Di Marzio di Gomorra hanno ottenuto tanto “consenso  televisivo? Molto complesso trovare riposte sintetiche ed univoche perché si dovrebbero utilizzare strumenti di analisi sofisticati e multidisciplinari propri dell’antropologia cultuale, della sociologia, della psicologia sociale e delle scienze della comunicazione. Torna alla memoria una dichiarazione di Maurizio Costanzo rilasciata alcuni anni addietro all’ADN: “I motivi del successo sono presto detti – spiega Costanzo – Tutti abbiamo cercato un J.R. nelle nostre conoscenze. Dentro questa soap, c’erano i prototipi del cattivo, del buono, della vittima, il riscatto, la caduta. C’era la vita. Le soap sono pezzi di vita romanzata, e anche se agli intellettuali fanno schifo, la gente ci si rivede, alle persone piacciono ed è per questo che hanno un enorme successo”. Questa affermazione ci riporta direttamente al teorema di Axel Springer quando ha sostenuto che la formula del successo di un prodotto editoriale risiede nel sapiente dosaggio delle tre “S”: Sesso, Sangue e Soldi. Successivamente è stata aggiunta una quarta “S”: il Sogno.

Vediamo ora, con queste premesse, quali potrebbero essere i motivi del successo di Squid Game. Lasciamo per un momento la coda lunga del gradimento cinematografico del cinema coreano che da tempo ha conquistato le platee in giro per il mondo come con il recente Parasite del regista Bong Joon-ho, vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 2019 (vedi nostra recensione) e rimaniamo ancora ai numeri finanziari: nella chiusura del terzo trimestre 2021 Squid Game potrebbe aver trainato l’utile per azione di Netflix dai 2 dollari e mezzo attesi dal mercato agli oltre 3 realizzati alla pubblicazione dei dati di bilancio. 

Dunque, l’interrogativo che si pone è perché questo gioco audiovisivo piace tanto al grande pubblico? Non intendiamo togliere un solo fotogramma a chi volesse vederlo e ci limitiamo a dire che si racconta di un gioco infernale dove ci sono in premio la vita e la morte con un enorme premio in denaro. Per vincerlo è necessario superare prove complesse e chi non riesce viene fisicamente eliminato in modo brutale e violento. Tutto ambientato in una dimensione falsamente distopica che vede simultaneamente convivere il dramma esistenziale individuale e collettivo di una realtà metropolitana con una realtà surreale, propria del videogioco, e più ancora dei giochi infantili dove la grafica e i colori sono elemento caratterizzante nel fascino e attrazione del racconto. Se ci riportiamo al paradigma Springer c’è molto sangue (Tarantino docet) e tanti soldi uniti al sogno di realizzare un futuro che altrimenti sarebbe impossibile da raggiungere.

Per paradossale che possa apparire, il successo di Squid Game sembra essere tanto nella sua apparente complessità quanto nella sua sostanziale semplicità: ci racconta, ci riflette, ci propone la visione di un mondo disarticolato nelle sue enormi differenze e conflittualità sociali, del vecchio Nord e Sud del Pianeta, della città dei quartieri ricchi e borghesi contro quelle delle periferie anonime e abbandonate, dei buoni che combattono per realizzare un sogno e dei cattivi sempre più avidi e ingordi di denaro e ricchezza, del singolo che combatte da solo e della squadra dove si combatte insieme. Chi vincerà il gioco? I buoni o i cattivi? Tutto sommato, nulla di nuovo, nella vita reale in ogni parte del mondo, le vicende umane si svolgono esattamente in questo modo da molti secoli. Da non dimenticare mai che alle nostre spalle, forse nel nostro DNA, c’è sempre il più importante monumento dell’antichità romana: il Colosseo. Succede che, ogni tanto, una serie televisiva ce lo ricorda.

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Categories: Economia e Imprese