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L’uscita della Fiat è un fatto rivoluzionario per Confindustria ma rende il Lingotto più italiano

“L’uscita della Fiat da Confindustria non vuol dire l’uscita dall’Italia. Anzi la conferma dell’investimento a Mirafiori per una delle tre piattaforme sulle quali saranno fatti in futuro tutti i modelli a marchio Fiat e Chrysler e la produzione di un nuovo motore a Pratola Serra, stanno a dimostrare che il progetto Fabbrica Italia prosegue”. Questo sottolineano gli uomini di Marchionne a commento della lettera con la quale la Fiat annuncia alla Marcegaglia l’uscita dal 1° gennaio prossimo sia dell’auto che della Industrial dalla Confindustria.

Eppure le ultime vicende, e soprattutto l’approvazione dell’articolo 8 del recente decreto del Governo per il risanamento dei conti,avevano messo la Fiat in condizione di applicare senza troppi problemi giuridici gli accordi di Pomigliano e di Mirafiori riconoscendo validità erga omnes ad intese stipulate dalla maggioranza dei sindacati e confermate con un referendum dai lavoratori. Tuttavia le resistenze della Cgil e le incertezze degli altri sindacati e della stessa Confindustria al momento della firma dell’accordo interconfederale raggiunto a giugno,avevano ridimensionato fortemente la possabilità di applicare l’articolo 8 nelle varie fabbriche così che la portata innovatrice degli accordi stipulati dalla Fiat e sanciti dalla legge rischiava di essere in gran parte vanificata.

Di qui la decisione di Fiat di proseguire da sola lungo la strada tracciata nell’ultimo anno, senza i vincoli derivanti dall’esasperato tatticismo della Confindustria e dal forte conservatorismo della Cgil e della Fiom. E del resto il contemporaneo annuncio di due nuovi importanti investimenti in Italia su due stabilimenti che negli ultimi anni più hanno sofferto la crisi del mercato e della Fiat, sta lì a dimostrare che in Italia si può ancora fare impresa purchè si crei un ambiente adatto a recepire le innovazioni tecniche, gestionali ed organizzative che sono indispensabili a recuperare quella competitività che è necessaria per poter stare con successo su tutti i mercati del mondo. Ma questa spinta verso l’innovazione è in Italia frenata da troppe corporazioni, da troppe paure ad affrontare il nuovo, da troppi riflessi ideologici di teorie del pasato che di fatto portano all’immobilismo. Anche Confindustria,a parere di Marchionne, non è esente da questi difetti.

Anche se negli ultimi tempi la Marcegaglia ha fatto proposte sempre più innovative,spingendo i propri associati a rinunciare ad alcuni privilegi,i tempi di realizzazione rimangono troppo lunghi e sono incompatibili con le urgenze imposte dalla crisi dell’Occidente ed in particolare dalla necessità di arrestare il declino dell’Italia. Ed inoltre Marchionne non ha certo dimenticato le dure parole che nel maggio scorso,durante l’annuale assemblea di Confindustria di fronte al Presidente Napolitano,la Marcegaglia rivolse alla Fiat,accusandola di voler imporre a tutti gli imprenditori la propria volontà, e ricordando che erano finiti i tempi in cui tutta l’oragnizzazione era eterodiretta da Torino.

Insomma invece di appoggiare la spinta all’innovazione delle relazioni industriali che Marchionne stava imprimendo a tutto il sistema, la Marcegaglia sceglieva una posizione attendista, un pò come fanno i politici, che vengono rimproverati perchè cercano sempre di evitare contrapposizioni frontali e rotture con gruppi sociali o corporazioni. Alla base dell’uscita della Fiat da Confindustria ci sono quindi motivi che si possono definire di tipo politico, cioè legati allo scarso feeling esistente tra Torino e la Marcegaglia, ma anche una serie di considerazioni tecniche.

Queste ultime relative all’esigenza di estendere il modello Pomigliano a tutti gli stabilimenti del Gruppo,cioè quello di avere in buona sostanza un contratto di primo livello per l’auto e per le aziende collegate. E questo, a giudizio di Marchionne,si può fare più rapidamente stando fuori da Confindustria senza subire i condizionamenti ed i freni imposti da una organizzazione con troppe anime per poter affrontare con coerenza e determinazione la sfida di cambiamenti radicali in tanti aspetti del nostro sistema produttivo e sociale.

Cambiamenti che la Confindustria invoca da altri, in primo luogo dai politici,ma che nelle materie di sua più diretta competenza, non riesce o non vuole,effettuare con la necessaria tempestività. Certo una Fiat fuori da Confindustria è un evento rivoluzionario per questo paese.Le conseguenze saranno da valutare pienamente nei prossimi mesi. Tuttavia è chiaro che una Confindustria senza la più grande impresa privata del Paese,diventa una cosa diversa, e rischia di essere dominata dalle imprese pubbliche, ENI, ENEL, FS, e quindi diventare un’associazione collaterale al Governo del momento. Si apre comunque una crisi di questa associazione che richiederà una vera riflessione collettiva che certamente influenzerà la campagna per l’elezione del nuovo presidente che sta per aprirsi proprio in queste settimane.

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