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L’Antitrust compie 25 anni, lectio magistralis dell’ex presidente Amato: oggi occhio a Google

In periodi di stentata ripresa economica, di poca fiducia nei mercati, di innovazioni nella tecnologia che ha portato grandi benefici ai consumatori, c’è ancora spazio per la tutela della concorrenza? Come ha argomentato, con la consueta brillantezza, Giuliano Amato in occasione della sua lectio magistralis tenuta ieri all’Antitrust in occasione del venticinquennale della legge istitutiva, non è ancora il momento del “Requiescat in pace” . 

Ma i principi vanno manutenuti e non applicati dogmaticamente. Amato vede due necessità manutentive: l’abbandono di un certo ideologismo che ha portato negli anni novanta a far coincidere la politica industriale con la politica della concorrenza. Oggi una nutrita corrente di pensiero economico considera invece la politica industriale uno strumento necessario. 

Per dirla con le parole di Dan Rodrik, che di quella corrente è uno degli esponenti più autorevoli, nel mondo di oggi “bisogna evitare che i mercati continuino a fare ciò che sanno fare meglio perché ciò confina un paese alla sua specializzazione”. Quindi la tutela della concorrenza deve trovare meglio una sua compatibilità con la politica industriale, ma qui il discorso ci porta diritti a Bruxelles e alla famigerata, mai come in queste settimane, Direzione Generale della Concorrenza. 

Alla stagione iniziale dell’Antitrust, (Amato ne è stato Presidente dal 1994 al 1997), va dato il merito di essere riuscita a diffondere una cultura della concorrenza nel nostro paese e di guadagnare credibilità internazionale. Accompagnò quel periodo quella che doveva poi rivelarsi un’illusione (alimentata anche da esperienze come quella dell’Australia che Amato ha ricordato): l’aspettativa che dallo sviluppo della concorrenza potessero arrivare ritmi di crescita sostenuti. 

Come le vicende successive hanno dimostrato, non si potevano chiedere miracoli ad una legge che, in un sistema economico come il nostro dove il principale ostacolo alla libertà d’iniziativa riviene dagli ostacoli all’ingresso sui mercati, si limita a vietare i comportamenti anticoncorrenziali (abusi di posizione dominante e accordi di cartello). 

Come messo in luce da un’ampia letteratura economica è la libertà d’entrata che spinge l’innovazione delle imprese già presenti sul mercato e piccole differenze nei costi di ingresso, originati da barriere di natura amministrativa, possono spiegare anche una parte rilevante delle differenze nella produttività tra paesi. In Italia, il sistema delle concessioni e delle barriere amministrative è rimasto invece relativamente indenne in questi venticinque anni ed è ancora oggi molto radicato. 

La seconda necessità manutentiva ha origine nello sviluppo dei cosiddetti mercati duali (two-sided markets) come quello dei motori di ricerca, dei contenuti liberamente fruibili nel web, della share economy. Il consumatore, ha ricordato Amato, ha ottenuto notevoli benefici da questi sviluppi che sono però caratterizzati dalla presenza di grandissimi operatori che, con la “esorbitanza” (così l’ha definita) del loro potere di mercato e margini di profitto elevatissimi, rischiano di uccidere la concorrenza. 

Qui l’Antitrust deve percorrere lo stretto sentiero tra non ingabbiare i mercati innovativi ed evitare che si formino posizioni di supremazia che permangano nel tempo. Si tratta di una vera e propria sfida: come ha ammonito il presidente Amato: “Tempi cambiati, tempi difficili; guai a non tenerne conto.” Non tutto si gioca a Roma, naturalmente. In ogni caso buon lavoro Professor Pitruzzella.

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