A Ferragosto del 1945 il Giappone era un Paese allo stremo. La guerra in Europa era già finita, ma dall’altra parte del mondo si continuava a combattere. Le città giapponesi erano state colpite per mesi dai bombardamenti americani e, nel giro di appena tre giorni, il Paese aveva conosciuto qualcosa che fino ad allora nessuno aveva mai visto: Hiroshima era stata distrutta dalla bomba atomica il 6 agosto, Nagasaki colpita da un secondo ordigno il 9. Nelle stesse ore anche l’Unione Sovietica era entrata in guerra contro Tokyo.
Il Giappone era ormai sconfitto, ma arrendersi restava quasi impensabile. Fu in questo clima che, a mezzogiorno del 15 agosto 1945, milioni di persone si raccolsero attorno alle radio. Dall’apparecchio uscì una voce bassa, distante, disturbata. Per molti era la prima volta. Era la voce dell’imperatore Hirohito.
Non era abitudine sentirlo parlare. Per la maggior parte dei giapponesi l’imperatore era una figura lontana, circondata da una sacralità che lo poneva al di sopra della vita quotidiana. E proprio quell’uomo, che quasi nessuno aveva mai ascoltato direttamente, stava dicendo al Paese che la guerra era finita. O quasi. Perché Hirohito non pronunciò mai la parola “resa”. Disse piuttosto che “la situazione bellica non si è sviluppata necessariamente a vantaggio del Giappone” e annunciò che il governo avrebbe accettato le condizioni poste dagli Alleati.
La resa formale sarebbe stata firmata soltanto il 2 9月, a bordo della USS ミズーリ州. Ma per chi ascoltava quella radio, il 15 agosto fu il giorno in cui la Seconda guerra mondiale finì davvero.
Hirohito parla alla radio: una voce difficile da capire
Il discorso sarebbe passato alla storia come Gyokuon-hōsō, la “Trasmissione della voce del Gioiello”. Durò poco più di quattro minuti, ma anche chi lo ascoltò dall’inizio alla fine non sempre comprese immediatamente cosa fosse successo. Hirohito parlava con il linguaggio antico e formale dei proclami imperiali, molto lontano dal giapponese usato ogni giorno. La registrazione, poi, non aiutava. La voce dell’imperatore era bassa, l’audio poco nitido.
Così, mentre il Giappone stava ascoltando l’annuncio della propria resa, molti giapponesi non capirono subito che il loro Paese si era arreso. Una frase, però, rimase impressa: bisognava “sopportare l’insopportabile e soffrire l’insoffribile“. Era il modo con cui Hirohito chiedeva a un popolo educato per anni alla guerra e al sacrificio di accettare qualcosa che era stato presentato quasi come inconcepibile.
Hiroshima, Nagasaki e la decisione dell’imperatore
Nel discorso Hirohito citò anche la 原爆. Parlò di “un nuovo e più crudele ordigno”, capace di provocare distruzioni incalcolabili e di uccidere moltissimi innocenti. Le due esplosioni di Hiroshima e Nagasaki avevano accelerato una crisi ormai evidente. Il 26 7月, con la Dichiarazione di Potsdam, gli Alleati avevano già chiesto la resa del Giappone. Tokyo aveva continuato a resistere. Poi, nel giro di pochi giorni, arrivarono Hiroshima, l’ingresso in guerra dell’Unione Sovietica e Nagasaki.
Anche allora, però, ai vertici del Paese non tutti erano pronti a fermarsi. Le riunioni si susseguirono senza trovare un accordo e una parte dei militari era ancora favorevole a continuare il conflitto. Fu Hirohito a rompere lo stallo e ad accettare le condizioni alleate. Una scelta che non tutti erano disposti ad accettare.
La notte in cui provarono a fermare la voce dell’imperatore
Il discorso di Hirohito non fu trasmesso in diretta. L’imperatore lo registrò la sera del 14 agosto, poche ore prima che il Giappone lo ascoltasse alla radio. Ma quella registrazione rischiò di non arrivare mai agli apparecchi del Paese. Nella notte, mentre Tokyo dormiva, un gruppo di ufficiali guidato dal maggiore Kenji Hatanaka tentò un colpo di Stato per impedire la resa. I ribelli occuparono il palazzo imperiale e si misero alla ricerca dei dischi su cui era stata incisa la voce dell’imperatore, con l’obiettivo di distruggerli prima della trasmissione.
A salvarli fu il ciambellano Yoshihiro Tokugawa, che li nascose in un armadio negli uffici della segreteria dell’imperatrice. Catturato e minacciato, non rivelò dove si trovassero. Senza l’appoggio delle alte gerarchie militari, il golpe fallì nelle prime ore del mattino. Hatanaka cercò ancora di raggiungere la radio per spiegare le ragioni della rivolta, poi si suicidò. Un’ora più tardi, a mezzogiorno, la registrazione che aveva tentato di distruggere entrò nelle case dei giapponesi.
Il Giappone sconfitto e l’inizio di un’altra storia
Le reazioni furono molto diverse. A Tokyo una folla si raccolse davanti al 皇居. Molte persone piansero. Alcuni ufficiali scelsero il suicidio piuttosto che accettare la resa. Per anni l’apparato militare aveva alimentato l’idea che morire fosse preferibile alla capitolazione. Una lettura estremizzata degli ideali del 武士道, l’antico codice associato ai samurai, aveva contribuito a trasformare la resa in qualcosa di quasi inconcepibile. Proprio per questo le parole di Hirohito ebbero un peso enorme. Se l’imperatore stesso ordinava di accettare la decisione, la prosecuzione della guerra diventava molto più difficile da giustificare.
Non ovunque le armi si fermarono subito. In Asia si continuò a combattere ancora per alcuni giorni e per alcuni soldati fu difficile persino credere che il Giappone avesse davvero perso la guerra. Alcuni continuarono a nascondersi per anni. Il caso più famoso sarebbe stato quello di 小野田寛郎, che si arrese soltanto nel 1974.
La resa formale arrivò il 2 9月1945, quando il ministro degli Esteri Mamoru Shigemitsu firmò l’atto a bordo della Uss ミズーリ州. Da quella firma e da quel discorso uscì un Giappone profondamente diverso da quello entrato in guerra. Seguì l’アメリカ占領, poi la nuova Costituzione e, con l’記事9, la rinuncia alla guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali. Pochi anni dopo, con la guerra di Corea, il Paese divenne un alleato strategico degli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico e la sua economia ricevette una spinta decisiva. Da lì cominciò una delle trasformazioni più impressionanti del dopoguerra. Il Giappone passò dalle macerie al 経済的な奇跡, diventando nel giro di pochi decenni una potenza industriale e la seconda economia mondiale.
Tutto questo, però, fu ancora lontano quel 15 agosto del 1945. Quel giorno c’era soltanto un Paese esausto raccolto attorno alle radio e una voce che quasi nessuno aveva mai sentito. In pochi minuti, un popolo che non aveva praticamente mai ascoltato il proprio sovrano aveva sentito Hirohito annunciare la fine di un’epoca. Dietro quella voce bassa e disturbata dalla radio c’erano Hiroshima e Nagasaki, un impero sconfitto, città ridotte in macerie e milioni di morti. Non era una voce trionfale, era bassa, difficile da comprendere, registrata male. Ma annunciava la fine della guerra e, insieme, la fine del Giappone che l’aveva combattuta. Da quelle macerie sarebbe nato un altro Paese.
