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Inflazione nuovo record? Sì e no: la corsa dei prezzi ha già iniziato la discesa. Ecco come e perché

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Non ve ne siete accorti. Ma l’inflazione ha iniziato la sua discesa. Sembra una provocazione, specie nel giorno in cui l’Eurozona conferma un tasso di crescita dei prezzi a doppia cifra, ai massimi dagli anni Ottanta. Però, ci avvertono gli esperti, qualcosa di sta muovendo, specie negli alimentari ma non solo. Certo, è una magra soddisfazione perché la bassa marea non servirà ad assicurare un Natale più ricco (o meno povero). E negli Usa il tacchino del giorno del Ringraziamento costerà il 14 per cento in più  di un anno fa. Poi, però, dovrebbe affermarsi la tendenza al ribasso dei prezzi delle materie prime, specie quelle agricole. Insomma, tenete duro. Una volta tanto non sono in arrivo solo brutte notizie.

Materie prime alimentari: è iniziata la discesa

  • Un segnale eloquente arriva dal mondo del caffè, uno dei più colpiti dai rialzi del passato biennio, dominato dall’effetto siccità in Brasile. Le notizie in arrivo dal Paese sudamericano e dall’Indonesia parlano di un raccolto record che ha già provocato in un mese un calo dei prezzi attorno al 20%. Una tendenza che prosegue oggi con un calo del 2% abbondante attorno ai 126 dollari.
  • Non è un caso isolato, avverte Javier Blas, esperto di grande esperienza (Financial Times, Bloomberg) nel settore delle materie prime. “Certo – ammette – i prezzi di alcune commodities, come i cereali, sono ancora tirati. Ma se guardate più in là vedrete che i prezzi stanno scendendo. Vale per il salmone come per l’agnello piuttosto che per i pomodori o i ceci; il fenomeno dell’inflazione alimentare ha toccato i massimi”.
  • Difficile crederlo, vista la pressione al rialzo dei costi della distribuzione. Ma, almeno a giudicare dai prezzi di produzione, emerge che, dopo due anni di aumenti, tabelle del Fao Food Price Index alla mano, i prezzi sui mercati globali sono in caduta: -25% l’agnello da gennaio, -40% il salmone (già salito a prezzi record, però). E che dire dei ceci, base dell’alimentazione di un miliardo di asiatici? I prezzi sono scesi del 20%, meno dei pomodori in Europa. O dell’olio di palma in Asia.
  • Il prezzo del riso, base dell’alimentazione di metà del pianeta, è intanto rimasto stabile: 414 dollari a tonnellata contro i 416 di un anno fa, smentendo i profeti di sventura che prevedevano disordini e rivoluzioni dettate dalla fame, come avvenne nel 2007/08 ai tempi della primavera araba quando più di 50 Paesi, da Haiti al Bangladesh, furono  investiti da proteste per la fame. Stavolta non è successo niente del genere anche perché non c’è stata l’impennata fino a 1.000 dollari per tonnellata. 
  • Il rinnovo dell’accordo sull’export di cereali dal Mar Nero ha intanto allontanato il rischio di privare l’Africa del grano in arrivo da Ucraina e Russia. 
  • Insomma, il rischio della grande fame sembra scongiurato. Perché? Innanzitutto, spiega Blas, perché si è capito che “la miglior cura contro i prezzi alti sono i prezzi alti”. Ovvero, invogliati dall’aumento dei listini i produttori hanno aumentato gli investimenti. Secondo, altra buona notizia in tempi di climate change, stavolta il clima ha aiutato: Australia, il secondo esportatore al mondo di grano dietro la Russia annuncia un raccolto record, seguito da Brasile e Canada. 
  • Soprattutto, però, il mondo sembra aver fatto tesoro dei disastri del 2007/08 quando una buona parte di produttori reagirono alla crisi chiudendo le frontiere. Stavolta, con l’eccezione dell’India, i grandi Paesi hanno evitato barriere al commercio.

Inflazione record ma si attenuta la pressione sulle materie prime industriali

Di qui la sensazione che, almeno sul fronte delle commodities agricole l’inflazione sia in ritirata. Anche le materie prime industriali, complice la ripartenza lenta della Cina, per ora non danno segni di tensione. Ma è comunque presto, avvertono gli economisti, per cantar vittoria. L’inflazione attuale non è tanto il frutto dell’impennata dei costi delle materie prime o dell’energia quanto il boom della moneta causato dalla politica espansiva della banca centrale e da generosi pacchetti di aiuti COVID-19 finanziati dal debito. La situazione è stata aggravata dalle strozzature nell’approvvigionamento dovute alla pandemia e alla guerra in Ucraina, che hanno portato alla carenza di energia e all’esplosione dei prezzi. Ciò ha a sua volta indotto molti Paesi a lanciare programmi di aiuto alle famiglie e alle imprese finanziati dal debito, che rendono più difficile la lotta all’inflazione, soprattutto se sono poco mirati a beneficio della popolazione nel suo complesso.

Non prendiamocela con il povero tacchino o con il panettone di Natale, insomma.

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