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Industria 4.0 sta modernizzando il Paese: il Def se ne ricordi

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“Quale è il compito della politica, distruggere il passato o costruire il futuro?” Questo è l’interrogativo che poneva Sabino Cassese sul Corsera del 18 agosto scorso. E questo è l’interrogativo che ci si pone ormai quotidianamente di fronte ai comportamenti sconcertanti dei massimi responsabili del governo in carica.

Le vacanze degli italiani, per chi le ha fatte, sono terminate; è venuto il tempo delle decisioni fondamentali per il Paese. I temi rispetto ai quali è divenuto ora irrinunciabile dare una risposta a quell’interrogativo iniziale sono molteplici, ma uno rimane determinante e aspetta risposte definite e impegnative, con una visione di futuro: lo sviluppo economico. Quali sono le strategie di questo governo per sostenere lo sviluppo economico del Paese? Si è consapevoli della dimensione e della qualità dei processi che a livello globale stanno spingendo i sistemi produttivi e il mondo dei lavori verso una configurazione completamente nuova? Ci si pone, e come, l’obiettivo di accompagnare, consolidare e rafforzare gli importanti segni di ripresa che si sono evidenziati negli ultimi anni a livello anche nazionale? Ci si rende conto che su questo piano la posta in gioco è la definitiva collocazione dell’economia italiana nel contesto mondiale e, quindi, il futuro di milioni di nostri giovani?

Sulle varie tematiche che riguardano lo sviluppo economico contemporaneo esiste ormai un’ampia letteratura di riflessione e di analisi, con studi e approfondimenti in particolare sui caratteri della manifattura del futuro e sulla funzione dell’innovazione come elemento cardine del pervasivo processo di cambiamenti tecnologici, culturali, organizzativi, creativi che è in atto in questa nostra epoca della digitalizzazione generalizzata.

Bisogna riconoscere, tra l’altro, che gli Organismi europei hanno esercitato una spinta decisiva per avviare a questo riguardo un consapevole e partecipato percorso di innovazione. Prima con la comunicazione della Commissione su “Un’industria europea più forte per la crescita e la ripresa economica” (2012) e, poi, con una successione di iniziative, pubblicazioni di documenti ufficiali e definizioni di strategie e interventi che hanno portato alla presentazione del Piano di azione europeo su manifattura 4.0 del 2016. Vari paesi europei, Germania in testa, hanno impostato, e mano a mano potenziato, nuove strategie di politica economica per intraprendere con decisione un processo di rivoluzione industriale. Non c’è dubbio che la recente crescita dell’industria nell’UE sia il frutto del veloce cambiamento di paradigma produttivo che sta incidendo alle fondamenta il sistema industriale continentale.

E questo vale, seppure in misura più ridotta, anche per l’Italia. Si sbaglierebbe, infatti, a sottovalutare il cambiamento che si sta verificando nel nostro sistema produttivo. Qui non si tratta di cominciare da zero, tutt’altro.

A livello di politica economica si è partiti nel giugno 2016 in parlamento con l’approvazione di un’importante “Indagine conoscitiva su Industria 4.0” e da lì si è poi arrivati, attraverso vari momenti di vivace, organizzato e approfondito confronto, al Piano Industriale del Mise 2017-2020.

Le misure predisposte dal governo precedente sono state numerose, snelle e ben mirate, costruite nell’ambito di una strategia elaborata a dimensioni europee. Si va dal super e iper-ammortamento per supportare e incentivare le imprese che investono in beni strumentali, materiali e immateriali, alla rimodulazione della Sabatini per sostenere le richieste di finanziamenti bancari, al Credito d’imposta R&S, al sostegno delle Start up innovative. Nel successivo Piano Impresa 4.0 del 2017, ancora, si è affrontato il tema straordinariamente importante della necessaria formazione di competenze, attraverso la costituzione di:

a) Punti di Impresa digitale per la diffusione delle conoscenze tecnologiche di base,

b) Innovation Hub in cui svolgere formazione avanzata su tecnologie specifiche,

c) Competence Center di alta formazione e sviluppo di progetti di ricerca industriale.

Che efficacia ha avuto tutto questo? Che risposte ha dato il sistema produttivo nazionale? Che si è fatto a livello regionale?

È intanto significativo quanto ha sostenuto a questo proposito Giulio Pedrollo, vicepresidente di Confindustria delegato alle politiche industriali, intervistato su Repubblica del 3 settembre: “Bisogna cominciare con l’ammettere che il Piano industria 4.0 ha funzionato, è stato efficace per la modernizzazione delle aziende. Quindi, del Paese.”

Questo giudizio è confermato da una serie di indagini applicate alla nostra economia reale che aiutano a comprendere la fase di trasformazione con cui si sta attualmente confrontando l’industria italiana, nel contesto della ripresa economica iniziata nel 2013 e sulla spinta del supporto delle misure previste dal Piano Industria 4.0. per stare alle cose più recenti si può, ad es., far riferimento a due rapporti presentati negli ultimi due mesi. Il primo elaborato da CDP: Il sistema produttivo italiano. Tra modernizzazione e Industria 4.0, il secondo da MET: Industria 4.0 in Italia, diffusione tendenze e qualche riflessione; il terzo della Scuola dell’Innovazione di Talent Scout (in collaborazione con Cisco Italia, Intesa San Paolo e Enel): La digital transformation e l’innovazione tecnologica delle pmi italiane nel 2018.

Secondo il primo rapporto, nel triennio 2013-15 il 27% delle imprese, rappresentando il 60% circa degli addetti, ha un approccio organico verso l’innovazione dell’intera catena del valore o ha solamente iniziato il percorso, interessandosi principalmente alle attività di R&S e innovazione dei processi produttivi, senza apportare variazioni nell’organizzazione a valle della produzione. Il 60% delle aziende (27,6% degli addetti) rimane in situazione statica, e un altro 13,6% (15% degli addetti) attiva una “modernizzazione tradizionale”. Non si tratta di dati esaltanti, ma non è da sottovalutare che nel corso del difficile triennio che ci è alle spalle ci sia stato un processo di carattere innovativo che, seppure non sempre ai livelli più avanzati, ha coinvolto il 60% degli addetti del sistema industriale e più di un quarto delle aziende,.

Il rapporto Met si riferisce invece al periodo più recente (arriva al 2017) e indaga su un campione di 24.000 aziende. Qui, procedendo per grande sintesi, si mette in evidenza che nel 2017 l’8,4% del totale delle aziende utilizza almeno una tecnologia Industria 4.0 (con punte del 47,1% nelle classi di ampiezza maggiori) e il 10% ha un intervento programmato per il prossimo triennio (il 35,1% delle più grandi), puntando a conseguire soprattutto obiettivi come miglioramento della qualità e aumento della produttività, e lasciando buon ultimo quello di riduzione del personale (solo il 6.3%). Si segnala il ruolo importante che svolge la formazione professionale e nel campione e si dimostra per il triennio analizzato una correlazione significativamente positiva tra introduzione di processi innovativi e incremento del fatturato e dell’occupazione. Si rileva, infine, un consistente ricorso all’iper e super-ammortamento, alla Nuova Sabatini, e al credito d’imposta previsti nel Piano Industria 4.0.

Il terzo rapporto, infine, presenta una recentissima indagine che, su un campione di 500 pmi, in un quadro di luci ed ombre ma in forte movimento, dimostra che un’altissima quota di pmi stanno realmente cambiando pelle con significativi investimenti in innovazione, soprattutto quando si registra, come fattore determinante di vantaggio, la presenza di un capo-azienda “nativo digitale”. In particolare, in questa indagine si individua nella mancanza delle necessarie competenze uno dei maggiori ostacoli alla trasformazione digitale contemporanea.

In conclusione, e per tirare sempre in grande sintesi, le fila del discorso fin qui fatto. Anche in Italia si è intrapreso un cambiamento del paradigma produttivo manifatturiero. C’è una profonda eterogeneità di situazioni, con presenza di limiti settoriali, dimensionali, territoriali e, finanche, culturali. Una valutazione del panorama completo della situazione ancora non è disponibile e, forse, non è possibile. Ma appare evidente che da qualche anno nel mondo della nostra manifattura soffi un vento di vitalità nuovo. Non si può interpretare quanto sta avvenendo come fase congiunturale. E se non s’interviene a breve non c’è più tempo per recuperare.

Sono in gioco le fondamenta strutturali e la collocazione internazionale del secondo sistema manifatturiero europeo e, di conseguenza, le sorti di generazioni di giovani. La politica industriale avviata dal precedente governo ha dimostrato la capacità di aggredire alcuni fondamentali punti di criticità del sistema, seppure in una visione strategica ancora non compiuta. Sarebbe irresponsabile che il nuovo def non trovi uno spazio adeguato di risorse per garantire continuità agli interventi di recente avviati, espandendo e affinando gli strumenti finanziari che consentono di investire nei fattori di cambiamento. In verità ci sarebbe molto di più da fare. Ad es., e solo a titolo indicativo, dovrebbero avere carattere di priorità le azioni per:

  • Impegnarsi per giocare al meglio la partita che si è aperta col nuovo piano europeo della ricerca.
  • Valorizzare al massimo l’attivazione dei Competence Centers appena partita, accompagnandola all’istituzione di una compatta e funzionale rete di centri di trasferimento tecnologico che a livello settoriale/territoriale mettano in sinergia imprese, Università e Centri di ricerca.
  • Impostare un consistente programma quinquennale di finanziamenti per sostenere tutte le fasi di vita delle start-up innovative (pre-seed, seed, venture. expansion).
  • Attivare un grande progetto nazionale di formazione delle competenze per l’innovazione come conditio sine qua non per spostare l’adozione dell’innovazione verso più alti livelli qualitativi e quantitativi.
  • Convocare gli Stati Generali della manifattura italiana con la partecipazione del mondo della ricerca, per impostare una moderna e compiuta politica industriale.

Sarebbe bello se si potesse aprire un grande confronto su tutto questo (che è, poi, il futuro del Paese) e non dover rincorrere minacciosi annunci su improvvisate ri-nazionalizzazioni.

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Categories: Economia e Imprese