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G7 e globalizzazione tra sviluppo e ineguaglianze

La globalizzazione è stata esaltata come motore di sviluppo per lungo tempo. Oggi viene considerata la causa più importante del senso di ansietà e sfiducia nel futuro che è emerso dopo la lunga crisi esplosa nel 2008 e intensificata dalla crescita dei flussi di rifugiati e migranti da tutto il mondo.

La perdita di posti di lavoro, la stagnazione dei salari, le crescenti disuguaglianze di reddito e i deficit commerciali sono considerati tutti parte integrante delle conseguenze della globalizzazione.

La globalizzazione ha raggiunto uno stadio in cui i suoi costi sono stati largamente ignorati. Il Nobel A. Deaton (2016) ha sostenuto che lo sviluppo dipende dalla globalizzazione che si accompagna ad ineguaglianze :Queste ultime non sempre sono iingiustificate.Sono tali quando nascono da rendite di posizione. I risultati delle recenti analisi empiriche (K. Desmet, 2016) mostrano che, nonostante un crescente sentimento di malcontento, la globalizzazione resta un potente motore di crescita e il mondo si trova a beneficiare notevolmente di un processo di liberalizzazione che non si èarrestato.

L’ultimo Global Trade Alert Report sottolinea peròla crescente evidenza dell’accelerazione nel ricorso al protezionismo nei paesi del G20 dal 2012. L’aumento del protezionismo del G20 nel 2015 e 2016 coincidono con l’arresto della crescita dei volumi di commercio globale (S. J. Evenett, 2016).

Quali sarebbero le conseguenze sul commercio internazionale e sull’economia del G7 della proposta del Presidente Trump di rinegoziare il Nafta e imporre una tassazione sulle importazioni dal Messico e dalla Cina? L’emergere della Cina è percepito come un grande shock competitivo da parte di tutti i produttori del manifatturiero dei paesi ricchi .Si tratta di uno shock che ha colpito soprattutto le produzioni ad alto contenuto di lavoro ,legate alla competitività di prezzo.

In Europa siamo appena entrati in un’era che può essere definita come “post-Brexit”, in cui Brexit rischia di essere un punto di svolta, un mutamento di era che può cambiare il futuro, come accaduto tante volte nella nostra storia.

La prevalenza dell’idea che nell’economia e nella società si realizzi un’automatica convergenza tra efficienza economica e giustizia sociale ha creato una rottura dei rapporti fiduciari che va alla radice della società civile.

La perdita di fiducia e la crescente insicurezza prevalenti nella nostra società ha fatto spazio alla proposta del cosiddetto nazionalismo responsabile. “Con questo approccio, il contenuto degli accordi internazionali viene valutato non per quanto siano armonizzati o per quante barriere al commercio globale vengano abbattute, ma per quanto persone come lavoratori, consumatori ed elettori acquisiscono un ruolo nella società “(L.Summers,2016).

Il concetto di “nazionalismo responsabile” è utile nella misura in cui può aiutare ad evitare le distorsioni del “nazionalismo irresponsabile”, che ha caratterizzato molte esperienze passate e verso cui nessuno dovrebbe voler tornare.

Rispetto a questo rischio, il G7 dovrebbe proporre azioni di coordinamento internazionale. In particolare, i paesi dell’Eurozona dovrebbero mirare ad affrontare in modo più efficace le emergenze internazionali come i flussi migratori, i disastri naturali, gli attacchi terroristici e cibernetici.

In questo contesto, dev’essere adottato un nuovo approccio politico, coinvolgendo il G7 nell’attuazione dei “Sustainable development goals”, non solo per quelli relativi a clima e ambiente ma per tutti gli obbiettivi che in realtà riguardano le principali questioni socio-economiche del nostro tempo.

Sono tre le questioni più importanti da affrontare.

La questione dell’equa globalizzazione, mirata a riscoprire l’ anima culturale e politica che può e deve accompagnarsi ai processi di globalizzazione ed ,in particolare la sua potenziale inclusività. D. Rodrik (2015) ha sostenuto che non si possono avere contemporaneamente iper globalizzazione, sovranità nazionale e democrazia e che è ormai troppo tardi per adottare politiche di compensazione per i perdenti della globalizzazione.

La seconda questione è legata alle politiche da adottare per reagire alle pressioni protezioniste. Nella visione dell’Amministrazione Trump gli accordi di libero scambio sono responsabili della stagnazione del reddito degli ultimi due decenni. Stralciare gli accordi commerciali e aumentare le tariffe doganali non consentirà la creazione di nuovi lavori a salario elevato nel manifatturiero, sostiene R. Baldwin (2017) perché la globalizzazione del XXI secolo è guidata dalla conoscenza e non dal semplice commercio.

La conseguenza di questa tendenza è la polarizzazione del’ occupazione e del mercato del lavoro su posti caratterizzati da competenza elevata e salario alto e occupazioni a bassa competenza e salario basso, entrambi in crescita di quota nell’economia. I lavoratori con media competenza e medio salario, che rappresentano la maggioranza del manifatturiero, non hanno conosciuto alcun aumento significativo del proprio salario negli ultimi dieci anni.

In una situazione in cui i lavoratori già competono con i robot all’interno dell’economia e con i lavoratori a basso reddito presenti sui mercati esteri, globalizzazione e innovazione tecnologica implicano la necessità di investire in iniziative di riqualificazione, istruzione permanente, programmi di mobilità e supporto di reddito, trasferimenti regionali..Il G7 potrebbe prendere un’iniziativa transnazionale che proponga un programma di azioni di riqualificazione che affronti l’effetto dell’automazione sui mercati del lavoro e che eviti l’ effetto di disoccupazione legato al cambiamento tecnologico.

La terza questione è una politica di sviluppo sostenibile che preveda un’azione del G7 diretta a ricostituire le fondamenta di una rinnovata e ritrovata fiducia nella società civile. Una questione prioritaria è quella di rispondere alla domanda di sicurezza dei cittadini ,in una società dominata da rischi sistemici e tendenze destabilizzatrici nella quale molte certezze del passato a cominciare dalla sicurezza del lavoro e dal sostegno dei networks sociali non sono più tali. Rischi crescenti e perdita di fiducia portano anche la conseguenza di una caduta del tasso d’investimento ,ciò che si ripercuote negativamente su sviluppo ed occupazione ,creando un’accentuazione del sentimento di insicurezza e della fiducia nel futuro.

Molti osservatori temono che gli sforzi fatti in questi anni in materia di politiche contro il cambiamento climatico, a cominciare dagli accordi di Parigi, possano essere messe in discussione .Ciò può avvenire soltanto se altri paesi ,dopo le dichiarazioni del Presidente Trump ,si muoveranno in questa direzione. Occorre perciò difendere gli Accordi di Parigi, investire in sicurezza energetica, decarbonizzazione dell’economia e favorire l’accesso all’elettricità dei paesi in via di sviluppo.

Il G7 dovrebbe fare proposte per politiche dirette ad aumentare produttività e crescita, in particolare nei paesi dell’Eurozona anche attraverso un’iniziativa di coordinamento e supporto ai programmi nazionali di investimento in infrastrutture.

Rilanciare l’innovazione è una necessità. Il Premio Nobel E. Phelps sostiene che “l’innovazione mancata, non il commercio, è il principale responsabile della stagnazione economica” (2017). Anche se “un’economia aperta a nuovi concetti e nuove iniziative è destinata a generare guadagni non egualitari, sarebbe un errore fraintendere la relazione tra diseguaglianza e innovazione. È una minore innovazione – non un’innovazione crescente – che ha ampliato la diseguaglianza degli ultimi decenni negli Stati Uniti”.

Le politiche di sviluppo internazionali sono sempre più percepite come contrastanti rispetto agli sforzi per migliorare le condizioni di svantaggi0 relativo all’interno dei paesi più ricchi. Ingiustizia e ineguaglianza sembrano aumentare nel mondo globalizzato. Il ritorno del nazionalismo mette in discussione i programmi di sviluppo e le politiche di assistenza e sostegno per i paesi poveri e quelli a favore della propria popolazione.

I Governi e il G7 devono rispondere alle necessità di politiche più forti di sviluppo economico e assistenza internazionale. Allo stesso tempo i paesi del G7devono intervenire al loro interno per ridurre povertà e disuguaglianze di reddito, con un forte impegno sull’educazione. È essenziale a livello internazionale promuovere l’investimento in educazione, formazione continua protezione sociale e gestire politicamente la “rivoluzione digitale”.

La demografia gioca un ruolo importante nella politica di sviluppo sostenibile. I flussi migratori stanno sfidando le Istituzioni europee che devono risolvere il dilemma dell’ospitalità ai rifugiati: investire sull’immigrazione o proteggersi da essa? Nessun dubbio sulla risposta, in una prospettiva etica. Ma la risposta non cambia se si adotta una prospettiva demografica di sviluppo sostenibile per i paesi avanzati afflitti, come sono, da un trend di invecchiamento crescente della loro popolazione.

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