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Finanza sostenibile: sui mercati la svolta è già arrivata

FIRSTonline

Mentre i governi faticano ancora a trovare un equilibrio tra la necessità di accelerare sulla transizione energetica e quella di evitare shock all’economia reale ancora dipendente dalle fonti fossili, la finanza mondiale ha già deciso: la sostenibilità è il business del futuro. Non solo perché la lotta al cambiamento climatico non è più procrastinabile, ma anche perché investire sui criteri ESG sta diventando di giorno in giorno più conveniente in termini di rendimenti, profitti e reputazione. Se infatti spostiamo lo sguardo dalle politiche dei Governi ai piani industriali di aziende e multinazionali, ci accorgiamo immediatamente che i dubbi e le polemiche a cui abbiamo assistito durante il Cop26 di Glasgow si sciolgono come neve al sole. Nessun tentennamento da parte delle imprese che hanno fatto della sostenibilità uno dei pilastri fondamentali delle loro strategie d’investimento. Né da parte delle banche d’affari e dei grandi fondi – da HSBC a BlackRock, passando per Goldman Sachs – che hanno deciso di porsi alla guida della lotta al cambiamento climatico, arrivando persino a porre degli aut aut: non si investe più in prodotti e aziende che non mettono al centro del proprio operato parametri ambientali, sociali e di buona governance.

NUMERI E STIME

La svolta sostenibile che la finanza ha già intrapreso è visibile tanto nei numeri quanto nelle previsioni. ​​Secondo il rapporto Renewable Energy Investment Tracker di BloombergNEF, nel primo semestre del 2021 gli investimenti in energie rinnovabili hanno raggiunto quota 174 miliardi di dollari, la cifra più alta mai registrata, mentre dal 2015 ad oggi si arriva addirittura a 2.200 miliardi spesi in energia pulita. Cifre che mostrano chiaramente quale sia la direzione imboccata da fondi, governi e aziende sulla transizione energetica e che diventano ancora più ambiziose se dal presente si guarda al futuro. Ipotizzando una crescita del 15%, un ritmo più lento rispetto a quello mantenuto negli ultimi 5 anni, Bloomberg Intelligence prevede che entro il 2025 gli investimenti in asset ESG arriveranno a 53 mila miliardi di dollari dai 37,8 mila miliardi stimati per fine 2021, rappresentando oltre un terzo dei 140,5 mila miliardi di dollari degli asset globali gestiti. L’Europa contribuirà alla metà degli asset ESG globali, mentre gli Stati Uniti potrebbero dominare la categoria a partire dal 2022.

I GREEN BOND

Per raggiungere gli obiettivi climatici concordati a Parigi e confermati a Glasgow, i green bond saranno fondamentali. Dalla prima obbligazione verde emessa nel 2007 dalla Bei, la strada percorsa è stata lunga e, ad oggi, secondo le stime della Climate Bond Initiative, le emissioni globali hanno superato 1,4 trilioni di dollari. Le previsioni però, anche in questo caso, sono ancora più ambiziose. Le stime della Cbi, basate su un sondaggio condotto su un campione di 353 soggetti, parlano di 5 trilioni di green bond al 2025, con un obiettivo intermedio di un trilione l’anno per i nuovi collocamenti da raggiungere entro il 2022/2023. “Il tanto atteso traguardo del trilione è ormai considerato realistico da mercato”, ha spiegato il Ceo della Climate Bonds Initiative, Sean Kidney, sottolineando che “si tratta di un investimento nell’economia reale perché prevede di allocare i capitali verso infrastrutture, energia pulita, trasporti, edifici ed agricoltura sostenibile”. 

In questo scenario, l’Unione Europea è chiamata a fare la parte del leone, soprattutto se si considera che, secondo quanto stabilito, il 30% dei fondi (250 miliardi in tutto) necessari per finanziare il Next Generation Eu arriverà proprio dall’emissione di Green bond, trasformando l’Ue nel primo emittente al mondo in questo segmento. Non a caso, lo scorso 12 ottobre Bruxelles ha emesso la prima obbligazione verde del programma, raccogliendo ordini per oltre 135 miliardi di euro. Tra i sottoscrittori il 10% veniva dall’Italia, che mira ad avere un ruolo da protagonista del panorama continentale del debito verde.

E anche da noi i bond sostenibili sono diventati un’opportunità interessante. Sia per le aziende – da Enel che ha fatto da apripista a Snam, A2a e Fs che da anni emettono con ottimi risultati obbligazioni Esg-Linked – che per il Governo. Il 3 marzo del 2021 il Tesoro ha emesso il primo Btp Green per 8,5 miliardi di euro con scadenza 2045, ricevendo sottoscrizioni in eccesso di circa 10 volte l’offerta. Un risultato che ha spinto il ministero dell’Economia e delle Finanze ad annunciare lo scorso 19 ottobre una nuova offerta, stavolta per un importo di 5 miliardi di euro. 

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LE REGOLE

Il fiume di denaro che si sta riversando sugli asset sostenibili ha bisogno di regole chiare e certe. Il pericolo greenwashing, l’odioso fenomeno che fa sì che aziende e governi presentino come sostenibile ciò che in realtà non lo è, non è da sottovalutare. Per fare in modo che i soldi investiti confluiscono là dove ce ne è bisogno, stimolando la crescita della green economy, da anni l’Unione Europea sta lavorando sulla tassonomia, un regolamento che stabilisce quali investimenti possono essere considerati sostenibili e quali no sulla base di criteri che puntano ad accelerare sulla transizione energetica e a dare un “contributo sostanziale” alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici. 

Nella lista delle attività sostenibili, redatta non senza difficoltà e polemiche, troveranno spazio anche il gas e il nucleare. “Per il mix energetico del futuro abbiamo bisogno di più rinnovabili ma anche di fonti stabili e la Commissione adotterà una tassonomia che copre anche il nucleare e il gas”, ha annunciato il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis. “Stiamo preparando il nuovo atto delegato, non abbiamo una data concreta per la proposta della Commissione ma sarà fatto nel prossimo futuro senza indugi”, ha aggiunto.

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