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Energia, eolico a una svolta: balzo in avanti o retrocessione in serie B

Cresce nel mondo l’energia prodotta da fonti rinnovabili, nonostante gli editti del presidente Usa Donald Trump. E l’Italia può camminare a testa con una posizione assolutamente avanzata rispetto alla media dei Paesi Ue. Ma quanto durerà ancora questo posizionamento, quanto è costato e cosa bisognerà fare per conservare il posto acquisito nella Top 10 verde? Idroelettrico, fotovoltaico, biomasse, eolico: non tutte le Fer (fonti energia rinnovabile) sono uguali né hanno bisogno delle stesse regole e strumenti di sostegno. Di questo si discute in vista della Sen (Strategia energetica nazionale) di cui, però, ancora non si vede la luce. L’eolico si trova ad un punto di svolta e la “Giornata mondiale del vento”, in programma per il 15 giugno, servirà a fare il punto sul settore arrivato, in Italia, alla maturità dei primi impianti e proiettato verso un salto in avanti tecnologico che ne decreterà l’avanzamento – se verranno poste le condizioni perché si realizzi – o il ridimensionamento se ciò non accadrà. Vediamo perché. 
 
FER, ALCUNI NUMERI PER CAPIRE UN TREND GLOBALE 
 
La nuova capacità installata nel mondo ha raggiunto nel 2015, ultimo dato disponibile, il livello massimo mai registrato: oltre 150 GW(milioni di Watt) nell’anno, per effetto principalmente dello sviluppo nell’eolico (63 GW) e fotovoltaico (49 GW). Per la prima volta le fonti rinnovabili hanno superato il carbone in termini di potenza elettrica cumulata e hanno rappresentato oltre la metà della potenza incrementale complessiva. I maggiori incrementi hanno interessato il solare fotovoltaico (30%) e l’eolico (+41%) che, come potenza cumulata complessiva, rappresentano però l’11,4% e il 21,2% con l’idroelettrico che occupa di gran lunga il primo posto (60%). Fatto importante ed estremamente positivo, a questa crescita è corrisposta una forte riduzione dei costi di generazione, specialmente per l’eolico e per il fotovoltaico. Secondo le stime Iea (International energy agency), in questi due segmenti i costi potrebbero ulteriormente ridursi rispettivamente del 15% e del 25% entro il 2021. Ma perché ciò si avveri, a detta degli esperti, servono ancora di politiche di sostegno, evoluzione delle tecnologie e crescita delle Fer in nuovi mercati. Secondo l’ultimo Focus  del Centro Studi Bnl sulle rinnovabili, per realizzare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi dello scorso anno, si dovrebbero destinare 44 trilioni di dollari al settore dell’energia e, di questi, il 20% dovrebbe essere destinato alle rinnovabili.
 
In Italia il fabbisogno energetico lordo nel 2016 è stato pari 169 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep), registrando una contrazione dell’1,3% a fronte di un incremento del Pil pari allo 0,9%. Un calo dovuto non alla crisi che anzi può dirsi ormai avviata al tramonto ma alla migliore efficienza energetica. Combinato con l’avanzata delle Fer, il grado di dipendenza dell’Italia dalle fonti di approvvigionamento estere si è ridotto: sempre secondo l’ultimo rapporto Bnl, la quota di fabbisogno energetico nazionale soddisfatta da importazioni nette è comunque alta (75,6%) ma più bassa di circa 7 punti percentuali rispetto al 2010 quando il Paese viaggiava con un grado di dipendenza dall’estero di oltre l’80%. Nel 2016 l’Italia ha superato il target fissato dall’Europa per il 2020 e ha già raggiunto l’obiettivo del 17,6% di consumi finali lordi attribuibili alle fonti rinnovabili, con una produzione elettrica di quasi 106 miliardi di kilowattora (Twh). Il sole ha contribuito per 22 Twh, il vento per 17 Twh. 
 
L’Italia è al decimo posto in Europa per quota di Fer sui consumi e al sesto (con Romania, Danimarca, Finlandia, Svezia e Croazia) rispetto all’obiettivo Ue 2020. La nuova meta da conquistare sarà il 27% di rinnovabili entro il 2030. 
 
RINNOVABILI, COME CRESCERE ANCORA 
 
Sviluppare ancora il settore, sostanziosamente aiutato in passato con gli incentivi più generosi d’Europa, è possibile senza scaricare extra-costi sulle già tanto tartassate bollette elettriche degli italiani. 
 
Secondo un recente studio di Anev (l’Associazione dei principali produttori eolici) l’energia del vento ha raggiunto in Italia 9.250 Mw di potenza installata contro i 12.680 Mw definiti dal Piano d’Azione Nazionale (Pan) al 2020.  Per agganciare poi gli obiettivi europei 2030, recepiti dalla Sen in corso di consultazione, il potenziale eolico dovrebbe inoltre salire a 17.150 Mw, dei quali 15.800 on shore. Ma il vero rischio, senza politiche adeguate, è che la potenza oggi installata anziché aumentare di quasi 8 mila Megawatt scenda a 7.000 Mw, riportando l’Italia indietro di quasi 20 anni. Anche supponendo che si tratti di stime un po’ “drammatiche”, resta il fatto che i 1.100 Mw di nuovi impianti ammessi agli ultimi incentivi non bastano a colmare le potenziali chiusure delle pale arrivate a fine vita (20-25 anni) e che andrebbero ripotenziate. Interventi possibili ma di fronte ai quali gli operatori chiedono almeno procedure semplificate sul modello tedesco mentre in Italia i potenziamenti (oggi sostituire una turbina consente di triplicare la potenza grazie all’avanzamento tecnologico) sono legati alle stesse complesse procedure previste per i nuovi impianti. 
 
Per colmare il ritardo accumulato, secondo Anev servirebbero nuove aste competitive per 700 MW all’anno per il quadriennio mancante 2017/2020. I maggiori costi arriverebbero, sempre secondo calcoli Anev, a 240 milioni nel periodo 2018-2030 ma a front della maggior spesa i produttori eolici fanno rilevare consistenti benefici: risparmio di 6,6 miliardi sul prezzo dell’energia (Pun) nello stesso periodo, una produzione elettrica di 36,5 Twh al 2030, 25 milioni di tonnellate di CO2 evitate, 50 milioni di barili di petrolio risparmiati oltre a 67.000 occupati nazionali tra diretti ed indotto. Ora bisogna attendere il verdetto Sen, ma il tempo stringe e i decreti per le aste 2017 ancora non si vedono anche se sono stati promessi dal governo entro fine anno. Elezioni permettendo.

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