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Confindustria di svolta per tornare al centro del rilancio italiano

FIRSTonline

Dare retta a chi vorrebbe rinviare al dopo-virus il rinnovo dei vertici di Confindustria sarebbe non solo una scelta sfacciatamente dettata da un opportunismo conservativo che punta ad un improbabile sfarinamento del consenso raggiunto da Carlo Bonomi, ma significherebbe preparare un domani confederale ancor più marcato dalla impotenza di questi ultimi anni e dal crescente scarso peso, propositivo e fattuale, nel pur ricco e dinamico tessuto industriale del Paese. 

Ci ha provato qualche giovane industriale a lanciare il sasso del rinvio. Ora esce allo scoperto anche un presidente regionale, quello della Toscana, convinto che con il rinvio si possa sanare la frattura delle sue territoriali. Lo sostiene anche qualche osservatore interessato; lo auspica qualche personaggio che dal trampolino della Luiss o del Sole24Ore sogna Colli o Ministeri; lo suggerisce qualche politico ammanicato con viale dell’Astronomia nella speranza di veder perpetuato un andazzo che ha visto Vincenzo Boccia sedersi a tavolate chilometriche con decine di associazioni più o meno rappresentative.

Pesa come un macigno, poi, la questione delle nomine pubbliche (in continuità o in rinnovo) quale collante di potere di non poco conto. Siamo certi che il filone più attento e più dinamico della Confindustria (per intenderci quello che sostiene in larga maggioranza la candidatura di Carlo Bonomi) non potrà cedere agli opportunismi del momento e nemmeno potrà sottrarsi (in caso di necessità) alla tecnologia elementare del voto on line. 

Con il passare dei giorni emerge palpabile il nervosismo conservativo centrale; buon ultimo il “soffietto” volutamente fatto girare in Lombardia sulle future vicepresidenze, distribuite a decine come medaglie di riconoscimento. Tutto ciò accade nel momento di maggior impegno per Bonomi: quello indirizzato al fronte interno ed organizzativo. Una potatura e la razionalizzazione delle strutture; un contenimento significativo dei costi per raggiungere rapidamente ad una efficienza complessiva del sistema basato sulla valorizzazione strategica dell’apporto delle categorie merceologiche. 

Riconquistare una centralità marcata dell’azione e della proposta confindustriale nella stagione complessa della ripresa economica e della svolta sociale del dopo-virus sarà la vera scommessa della Confindustria di domani. C’è da mettere mano alla polvere accumulata da tempo nelle stanze confederali. In primo luogo andrà restituito al tessuto della sua rappresentanza nel territorio (Associazioni, Camere di commercio, Fiere, Università, Istituti di credito, Fondazioni, Enti economici etc. etc.) una nuova e più marcata autorevolezza, sottraendo la ragione di molte presenze ad una sorta di cursus associativo riservato ai più fedeli o, cosa troppo diffusa, come TFR riservato ai presidenti in scadenza. 

Questa rete unita alla forza degli interessi reali delle categorie merceologiche può rappresentare il luogo dove si esercita il peso degli interessi delle imprese e la capacitò di indirizzare positivamente le risorse del territorio verso obbiettivi di crescita e di sviluppo. Uno sforzo altrettanto impegnativo dovrà essere indirizzato al settore delicatissimo e strategico del credito. Sarà difficile sottrarsi al nodo della scarsa capitalizzazione delle nostre aziende nonostante la contemporanea crescita delle ricchezze private italiane. 

Bisogna avere piena coscienza che non sarà possibile affrontare la fatica della risalita, della ripresa e del rilancio con scarsi capitali, con le aziende di fatto povere, con margini ridotti di profitto che legano i destini delle imprese molto spesso al solo conto economico. Una riflessione coraggiosa e trasparente andrà pur fatta. Forse bisognerà operare uno stop a scorpori di asset aziendali più in favore delle famiglie proprietarie che non da esigenze di efficienza; forse bisognerà fare altrettanto con molti servizi intrecciati al ciclo dell’impresa molto spesso demandati in autonomia a figli e a parenti; forse sarà necessaria una maggiore attenzione e controllo ai prestiti obbligazionari dei solo soci più finalizzati ad interessi che il mercato del danaro non offre da anni più che ad esigenze di crescita o di riconversione. 

Sarà necessario sostenere la politica perchè metta in campo condizioni incoraggianti e favorevoli per le aziende che si capitalizzano o, meglio ancora, per quelle, pur non quotate, che si rivolgono al risparmio privato emettendo obbligazioni a medio termine garantite, trasparenti ed esentate da oneri e contributi di qualsiasi natura. Questa sorta di democrazia d’impresa favorirà il risparmio dinamico ed obbligherà ad una trasparenza dei comportamenti collettivi capace di far uscire dalle chiacchiere lo spirito etico del capitalismo.  

Una scelta dovrà essere fatta anche per il Centro Studi di Confindustria abbandonando l’orgoglio e la presunzione di misurarsi sulla macroeconomia con quanto già fanno altre istituzioni italiane ed internazionali. Forse vale la pena riportare, nella analisi e nella proposta, lo sforzo conoscitivo del Centro Studi alla comprensione della realtà e della tendenza della economia reale del Paese e di quella dei mercati dove si misurano le medie e piccole imprese italiane. Anche in tema di internazionalizzazione si sente l’esigenza di un cambiamento e di una più decisiva presenza di Confindustria. Il Paese mette a disposizione della “voce” risorse non piccole ma distribuite in mille rivoli e in mille piccoli territori di caccia. 

Occorrono poche scelte ma chiare; poche Fiere ma consistenti; poche missioni ma mirate, ben preparate, autorevoli e dal riscontro, in tempi brevi, dei benefici raccolti. Su questi temi l’urgenza di una nuova gestione confederale si fa ancor più pressante. 

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