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Bankitalia sul Def: “Occhio a debito e Iva”

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Pubblichiamo un estratto dell’audizione sul Def di Luigi Federico Signorini, vice direttore generale della Banca d’Italia, davanti alle commissioni Speciali congiunte di Camera e Senato.

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Per ridurre davvero il debito pubblico occorre mantenere un avanzo primario di bilancio di dimensioni adeguate per un periodo sufficientemente lungo. Con un avanzo primario dell’ordine del 3-4 per cento del PIL il debito si potrebbe ridurre al 100 per cento del prodotto in circa un decennio, sotto certe ipotesi sulla crescita reale, sull’inflazione e sui tassi di interesse.

L’Italia realizzò avanzi primari di bilancio ben superiori, dell’ordine del 4,5 per cento del PIL in media tra il 1995 e il 2000. Essi consentirono al nostro paese di far calare il debito pubblico di 12 punti percentuali in condizioni finanziarie meno favorevoli di quelle attuali. Altri paesi ad alto debito hanno percorso la stessa strada.

Dal 2013 l’incidenza della spesa per interessi si è ridotta ogni anno; essa è oggi al minimo degli ultimi quarant’anni. Anche al termine dell’attuale regime di elevato accomodamento monetario il processo continuerà per qualche tempo, se non perderemo la fiducia dei mercati. Un contributo importante deriva non solo dal livello ancora eccezionalmente basso dei tassi di interesse all’emissione, ma anche dal basso livello del differenziale tra l’onere medio per interessi e il tasso di crescita nominale del prodotto.

A legislazione vigente, secondo le previsioni del Def, l’avanzo primario raggiungerebbe il 3,7 per cento nel 2021. Questo risultato sconta una dinamica contenuta della spesa primaria e gli aumenti dell’IVA previsti dallo scattare delle clausole di salvaguardia.

Se invece si vuole evitare, o contenere, l’aumento dell’Iva e si è ugualmente determinati a imboccare la strada di una riduzione del debito visibile e significativa, bisognerà ricercare fonti alternative di aumento di entrata o riduzione di spesa. Basta tenere a mente che l’avanzo primario di bilancio, valutato realisticamente ex ante e verificato ex post, resta la bussola che consente di mantenere fermo l’orientamento verso il riequilibrio della finanza pubblica.

È a questo orientamento che guardano gli investitori. Se ora esitassimo o tornassimo indietro, resteremmo esposti al rischio di una crisi di fiducia, che potrebbe rendere tutto il percorso più arduo e costoso. Al contrario, se diventerà ancora più evidente un intento condiviso di agire sugli squilibri strutturali della finanza pubblica, lo spread potrebbe ulteriormente ridursi, facilitandoci il compito. Così avvenne nella seconda metà degli anni Novanta.

Il rapporto tra debito e prodotto si riduce anche agendo sul denominatore, cioè stimolando la crescita. Ogni politica che consegua un aumento non transitorio del tasso di crescita aiuta a ridurre, in prospettiva, l’incidenza del debito sul PIL. Se si vuole perseguire una ricomposizione del bilancio che privilegi la crescita sembra preferibile, a parità di entrate, contenere la pressione diretta sul reddito derivante dall’impiego dei fattori produttivi (lavoro e capitale); dal lato delle spese, continuare nel contenimento delle erogazioni primarie correnti, cercando spazi per rilanciare gli investimenti pubblici.

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Il testo integrale dell’audizione è consultabile sul sito della Banca d’Italia.

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Categories: Economia e Imprese