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Banco Popolare, il piano piace alla Borsa: esclude altri aumenti di capitale e promette più utili

FIRSTonline

“Non faremo mai un altro aumento di capitale. Ci fosse qualcuno che me lo impone mi dimetterei. Non lo faremo perché non ne abbiamo bisogno”. Il consigliere delegato Pier Francesco Saviotti esclude dall’orizzonte del Banco Popolare un nuovo ricorso alle tasche degli azionisti nel giorno della presentazione al mercato del piano 2011-2013/2015 (triennale con estenzione al 2015) che punta a raddoppiare l’utile netto nel 2013 e a triplicarlo entro il 2015 (a 930 milioni di euro nel 2015 dai 308 del 2010), a portare i proventi operativi a 4,1 miliardi nel 2013 e a 4,5 nel 2015, ridurre il cost/income al 55 per cento e ad aumentare il common equity ratio fino all’8,3% nel 2015. Il titolo in Borsa reagisce bene a piano e dichiarazioni con un rialzo del 4,27% rispetto all’1,62% del Ftse Mib (bene comunque le banche con la Bpm + 4,76%, Intesa + 2,8% e Unicredit + 2,74%).

Va con i piedi di piombio qualche operatore in sala: “Forse è un problema di comunicazione – dice un analista – già nell’assemblea dell’anno scorso avevate detto che non lo avreste fatto, poi a dicembre si è scatenato il tam tam e a gennaio è partito l’aumento”. Già perché i soci del Banco sono stati chiamati a inizio anno a seguire una ricapitalizzazione da due miliardi, probabilmente però alla fine un tempismo migliore.

“Ho dichiarato che non avevamo intenzione di fare aumenti – ha detto Saviotti – perché avevamo in corso trattative per cessione di asset. Quando i contatti in corso si sono chiusi, anche per il prezzo su cui non eravamo d’accordo, abbiamo dovuto cambiare strada e ci siamo orientati sull’aumento: la necessità di rafforzare il capitale era palese a tutti”. Le rassicurazioni di Saviotti non giungono peregrine mentre si assiste sui listini a un’ondata di aumenti di capitale incerti e tutto il settore bancario è in difficoltà per le vicende sul fronte greco, per le preoccupazioni sulla crescita del settore in Italia e per un’asticella sui requisiti di patrimonializzazione che in Europa sembra alzarsi sempre di più (alle banche Sifi, ossia di rilevanza sistemica, verranno chiesti ulteriori buffer di capitale).

Su questo fronte i traguardi del piano sono un common equity ratio del 7,6% nel 2013 e dell’8,3% nel 2015. Si tratta di un miglioramento di 240 punti base (190 al netto di 50 punti a regime attesi dalla progressiva transizione a Basilea3) rispetto a marzo 2011 grazie a 100 punti base derivanti dalla gestione del periodo, 80 punti base dall’introduzione di strumenti advanced per il calcolo dei rischi di credito e 60 punti base per la cessione di asset non strategici tra cui la partecipazione nella joint venture Agos Ducato ai francesi del Crédit Agricole. “I rapporti con i francesi sono di lunga data e la joint venture va benissimo – ha detto Saviotti – certo che, passato tre quattro mesi, uno si è anche un po’ rotto ed è difficile esprimere una sicurezza assoluta “.

Insomma, i francesi sono teste dure e d’altra parte anche loro devono gestire lo stesso scenario europeo: la buona soluzione della vicenda non è improbabile ma neanche così scontata. In ogni caso, rassicura Saviotti, ci sono delle idee alternative (ma l’Ipo sembra quella maggiormente fuori gioco). Senza considerare il cuscinetto del prestito convertibile soft mandatory da 1 miliardo che però al momento il Banco non ha intenzione di convertire. “Attualmente vale circa 40 punti di capitale – spiega Saviotti – ma non abbiamo intenzione di convertirlo, perché sarebbe una tragedia, una diluizione pazzesca. L’intenzione è di rimborsarlo a scadenza in cash ma diciamo solo che è lì come buffer se dovesse capitare qualche necessità non prevista dal piano”. Ma agli occhi del mercato e degli analisti interpellati da Firstonline subito dopo la presentazione è nonostante tutto sempre la questione del patrimonio che continua a rimanere la maggiore debolezza dell’istituto, soprattutto nel confronto con altre popolari come Ubi. “Rispetto a Ubi – contrattacca Saviotti – non abbiamo nulla da invidiare. L’unico problema che abbiamo rispetto a loro è Italease.

Anzi noi abbiamo una leva molto più bassa che attenua la nostra posizione di debolezza del patrimonio”. “Stiamo lavorando – ha anche detto – per essere, in tempi non biblici e sicuramente ben prima dell’entrata in vigore di Basilea III, meglio posizionati rispetto a dove siamo ora. Poi qualcuno dice che neanche il 7% sarà abbastanza ma io sono sicuro che una volta tornati alla normalità sara’ più che sufficiente. Anche riguardo agli stress test i nostri dati evidenziano una situazione di assoluta tranquillità: il 5% sotto stress è ampiamente superato e mi sento ragionevolmente tranquillo”. Nel complesso il piano è giudicato dagli analisti aggressivo ma fattibile, anche se non ha riservato particolari sorprese, con scenari macro che sono stati tenuti più conservativi di altri istituti, anche se richiederà un grosso sforzo commerciale. Oltre al capitolo gestione capitale e dei rischi (che prevede anche una robusta crescita della raccolta diretta e sviluppo degli impieghi concentrato sulle banche del territorio), il piano si articola su altri due pilasti: efficienza e crescita. Per quanto riguarda l’efficienza il piano prevede la semplificazione della struttura societaria attraverso la fusione di tre banche (la Popolare di Cremona e la Popolare di Crema nella Lodi; Efibanca verrà assorbita nella capogruppo) e non esclude in futuro nuove iniziative che portino nella direzione di “banca unica” conservando e valorizzando i singoli marchi e l’ulteriore snellimento del gruppo con i relativi benefici economici; l’eliminazioni di 180 sovrapposizioni di filiali andando però a restringere le maglie della copertura territoriale dove già la presenza è capillare; 1.120 persone destinate alla riduzione dell’organico e la dismissione del 50% del patrimonio immobiliare non strumentale di Banca Italease per 500 milioni. Sul fronte della crescita si punta a: acquisire circa 250mila clienti ( già senza fare nulla la crescita è di 65mila clienti all’anno) entro il 2013; aumentare di 900 unità le risorse dedicate allo sviluppo della clientela piccole imprese e affluent; introdurre l’offerta dedicata a internet con “Youbanking”; iniziative mirate di cross selling con Banca Aletti e il trasferimento della gestione di 15 mila aziende dai centri impresa alle filiali. L’impatto atteso in termini di utile netto dall’insieme dei progetti di riassetto organizzativo e di rilancio commerciale ammonta a 177 milioni nel 2013 e a 272 milioni al 2015 che si aggiungono alla crescita ordinaria del gruppo.

Qualche numero in più sulle proiezioni economiche previste dal piano: sul fronte del credito, le rettifiche sono viste in progressiva diminuzione pari a 541 milioni nel 2013 e a 492 nel 2015 rispetto ai 771 milioni del 2010 mentre il costo del credito in flessione dai 78 punti base del 2010 a 52 punti base nel 2013 e a 45 nel 2015. La raccolta diretta è prevista in aumento del 3,9% all’anno in media al 2013 e del 3,4% al 2015 mentre la crescita degli impieghi attesa in media all’anno è del 2% nel 2013 e del 2,2% nel 2015, influenzata anche dal progressivo run-off degli impieghi di Italease con le banche del territorio che crescono al 2015 con un tasso del 4% medio annuo. Il rapporto tra crediti deteriorati netti e i crediti netti totali è visto in calo dal 9,9% del 2010 all’8,2% al 2013 e al 7,1% al 2015.Il Rote è previsto al 9,3% nel 2013 e al 12,6 nel 2015 e il dividend pay out al 40 per cento.


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