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Apple e Lvmh non abitano nei distretti industriali che però sono un tesoretto troppo spesso sottovalutato

Photo by Michael Longmire on Unsplash)

La pandemia prima e la guerra poi erano e sono la cartina al tornasole della tenuta di quella parte dell’economia italiana che si raccoglie nei distretti industriali e che è pari a circa il 5% del Pil. Adesso possiamo dirlo: finora la prova è stata superata. Ce lo racconta il Rapporto sui distretti industriali di Intesa Sanpaolo che da anni è un po’ la Bibbia di questa parte della manifattura italiana strettamente legata al territorio e composta da imprese principalmente piccole o medie quasi sempre a gestione familiare, che sono l’espressione di quel capitalismo dal volto umano di cui parlava l’economista Giacomo Becattini, che si può a ragione considerare il profeta dei distretti.

I distretti, è vero, non fanno scintille in Borsa e non generano colossi del calibro di Apple o di Lvmh ed è forse per questo che non sono cool e che raramente guadagnano le prime pagine dei giornali. Ma guai a sottovalutarli: dentro i distretti c’è un tesoretto che è una fortuna per l’Italia e che anche chi ha sempre diffidato dell’infatuazione del “piccolo è bello” non può non riconoscere.

I numeri dei distretti industriali

Sono i numeri ad aprirci gli occhi. Nel 2021 i distretti industriali hanno messo a segno un rimbalzo del fatturato del 25,2% con un exploit dell’export che ha raggiunto la quota record di 133 miliardi di euro. E anche il 2022 non è cominciato male, anzi, con una crescita del commercio estero del 19,3% nel primo trimestre. Naturalmente sarebbe assurdo ignorare tutte le incognite che la guerra tra Russia e Ucraina sta seminando, ma le previsioni più attendibili parlano di una crescita a due cifre del fatturato dei distretti anche per il 2022.

Ed è guardando dentro i numeri dei distretti che se ne scoprono, oltre ai punti critici, tutte le potenzialità di crescita. Il Rapporto di Intesa Sanpaolo ha contato nei distretti 845 imprese champion, cioè imprese che fanno da traino a tutta la filiera di riferimento e che sono ben patrimonializzate, che crescono più della media, che creano posti di lavoro e che hanno margini di redditività superiori all’8% e che hanno un grado di competitività internazionale di tutto rispetto. È inutile dire che queste imprese sono soprattutto medio-grandi e che sono diffuse principalmente in Lombardia e nel Veneto ma qualche segnale incoraggiante viene anche dalla Campania e dalla Puglia.

Distretti industriali: perché non creano colossi come Apple o Lvmh

Di fronte alla crescita delle imprese champion torna alla ribalta una vecchia questione che si può riassumere così: i distretti fanno crescere le imprese migliori ma come mai non generano colossi del calibro dell’americana Apple o della francese Lvmh? Non c’è una risposta univoca alla domanda, ma ce ne sono almeno due.

La prima sta nel fatto che la natura prevalentemente familiare delle imprese del distretto è un punto di forza ma anche un limite: è un punto di forza perchè dà stabilità all’impresa e la spinge a una gestione oculata senza voli pindarici nei cieli della finanza, ma è anche un freno perchè le disponibilità di una famiglia non sono illimitate e prima di decidere un investimento ci si pensa su mille volte, anche a costo di perdere occasioni preziose.

Ma c’è anche una seconda risposta alla mancanza di campioni di livello europeo nei distretti e sta nella consapevolezza degli imprenditori che in certi mercati non è importante raggiungere le maggiori dimensioni in assoluto ma è essenziale crescere in senso relativo, cioè diventare tra i principali protagonisti di uno specifico mercato e non entrare – per intenderci – nella top ten delle imprese più capitalizzate della Borsa o delle graduatorie nazionali ed europee.

Distretti industriali: la grande occasione del Pnrr e della regionalizzazione delle catene di approvvigionamento

Oggi più che mai, come ben evidenzia il Rapporto di Intesa Sanpaolo, torna la centralità degli investimenti indispensabile per il salto di qualità delle migliori delle imprese dei distretti. Ma con due novità. La prima fa capo al PNRR e alla straordinaria opportunità che le sue risorse offrono alle imprese e ai distretti di investire in tecnologia, in capitale umano, nell’economia circolare e nelle fonti energetiche rinnovabili. La seconda novità discende dalla rivisitazione dello globalizzazione conseguente alla guerra russo-ucraina ma anche al rallentamento dell’economia cinese con l’accorciamento delle catene del valore e la loro regionalizzazione su base continentale, che per i distretti italiani significano nuove importanti opportunità.

Per tutte queste ragioni sarebbe ora che l’Italia si accorgesse fino in fondo del tesoretto rappresentato dai suoi distretti industriali e li tenesse in maggior conto di quanto ha fatto finora come un’opzione fondamentale di politica industriale che naturalmente non cancella la necessità di far nascere un maggior numero di grandi imprese, soprattutto nei settori a tecnologia avanzata. Ma questo è un altro discorso.

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