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Welcome to Britaly, gli sciocchi stereotipi inglesi di chi dimentica il disastro della Brexit

The Economist

Welcome to Britaly, titola l’ultima copertina dell’Economist. E già si ode il mormorio di battutine, tra il sarcastico e lo scandalizzato, nei circoli esclusivi per soli uomini dell’alta finanza.

Ma cosa sarebbe tale specie di crasi, dalla sonorità cavallina? Ci spiega il sommario: un paese caratterizzato da instabilità politica, bassa crescita e subordinazione ai mercati finanziari (libera traduzione). Dunque, un luogo fantastico, nel senso di figlio della fantasia, non sinonimo di meraviglioso.

Touché, verrebbe da dire. Sono lustri che ripetiamo che la malattia della lenta crescita mina la salute civile e sociale dell’Italia, oltre al portafoglio degli italiani. E la crisi dei debiti sovrani è stata per noi una mazzata che ha aggiunto qualche milione di poveri alla lunga fila causata dalla grande recessione del 2009.

E l’instabilità politica? Ecco, già qui avremmo da ridire: non esiste altro Paese avanzato dove la classe politica dirigente è tanto longeva. Diventando così parte del problema, come ben si capisce dalle tragicomiche uscite di chi ne è parte ormai da quasi trent’anni.

I soliti sciocchi sterotipi inglesi sull’Italia

Ma soprattutto di quella copertina grida vendetta l’illustrazione che richiama l’Italia nello scudo a foggia di pizza al trancio e nella lancia forcuta che infilza un bel rotolo di spaghetti grondanti pomodoro. A parte il fatto che la cucina italiana è lievemente più evoluta (375 stelle Michelin, seconda solo alla francese che ne ha 628; il Regno Unito – per quanto ancora? – ne conta 187), così come lo sono la produzione di vini e di birra, resta che il Bel Paese ha qualche punto di complessità in più rispetto al Regno Unito. E non parliamo di bellezze naturali, patrimoni culturali e varietà di caratteri degli abitanti. Bensì di competenze industriali. Non a caso l’economia italiana è seconda solo alla Germania per articolazione delle esportazioni.

Italia in pole su space economy, manifatturiero e farmaceutico

Ecco, invece degli spaghetti avrebbe dovuto esserci la capsula vetrata costruita a Torino da Thales per la Stazione spaziale internazionale o i microsatelliti della triestina Picosats. Perché, udite udite, l’Italia è tra le prime nazioni al mondo nella space economy. Inoltre, sebbene food, fashion e furniture diano gran lustro all’ingegno e al buon gusto italici (il bello e ben fatto, come ci ha insegnato Mario Boselli), la punta di diamante del made in Italy è il metalmeccanico (un terzo dell’export) e in particolare i macchinari (53% del surplus manifatturiero); ossia beni molto complessi e ad alto contenuto di sapere.

Un’altra bella fetta del nostro attivo nei conti con l’estero, per riprendere quanto scritto su Le lancette dell’economia del 9 luglio scorso, viene dal chimico-farmaceutico (10%) e dal metallurgico (ancora 10%). A proposito di farmaceutico: l’Italia è seconda in Europa, davanti alla Francia e, naturalmente al Regno Unito, e attrae investimenti in ricerca, ma questa è un’altra storia, su cui varrà la pena tornare.

Per il resto, non abbiamo bisogno di essere rampognati dai sudditi di Sua Maestà (i difetti della monarchia ereditaria ben si vedono ora che non c’è più Lei!). Invece, vogliamo e dobbiamo rileggere il pensiero di un grande italiano, Paolo Sylos Labini, grande come economista e come uomo, il quale ammirava la governance e la meritocrazia inglesi (chissà come rimarrebbe deluso oggi) e, incoraggiante, ripeteva a ogni nostro incontro: «Siamo in una fogna, ma se spingiamo tutti insieme ne usciamo».

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