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Vino, quello di qualità appassiona i medici da Ippocrate a i tempi nostri e fa discutere

Foto di Wolfgang Claussen da Pixabay

Diceva Ippocrate, “Il vino è cosa straordinariamente appropriata all’uomo se, nella salute come nella malattia, si amministra con giudizio e giusta misura, secondo la costituzione di ciascuno”. E prima di lui nel vecchio testamento si legge “Bonum vinum laetificat cor hominum”. Sarà forse per questo buon viatico che il vino è entrato da protagonista nella storia dell’umanità, non solo come inebriante bevanda ma anche come medicinale, come disinfettante, anestetico, ricostituente e diuretico.

Dal 5000 avanti Cristo, cioè dalle prime tracce che si hanno da un remoto angolo della Cina di una pratica vinifera, ha attraversato trasversalmente la storia delle religioni, da quella cattolica dove è elemento fondante del mistero, ai culti dionisiaci greci, bacchici romani, al mithraismo diffuso da occidente a oriente, della cultura, dell’arte, della letteratura, della filosofia.

Osannato, celebrato, ma anche condannato il vino continua e restare al centro di infuocate diatribe fra chi ne esalta le proprietà curative e un’opinione corrente nella classe medica che emette intransigenti sentenze

Paolo Brinis, classe 1962, giornalista di News Mediaset, ha avuto l’originale idea di andare a verificare che tipo di rapporto intercorra fra i medici e il vino, ne è nato un originale volume “Calici & Camici”, che non vuole indagare un ipotetico rapporto fra diavolo e acqua santa ma molto più semplicemente si è proposto di delineare uno stimolante e divertente viaggio virtuale attraverso vigneti di proprietà di famosi medici e chirurghi che deposti bisturi e stetoscopi si trasformano in Vigneron appassionati e producono vini di eccellenza.

“Mi piaceva l’idea di scrivere di vino, evitando di prendersi troppo sul serio, in maniera scanzonata e con un pizzico di ironia, proponendo al lettore – afferma Paolo Brinis – quanto mi hanno raccontato sul tema da cardiologi, oculisti, strizzacervelli, urologi, primari, dentisti ed altri wine-lovers che indossano il camice bianco”.

Ricordi, appunti, aneddoti, consigli, e divagazioni si alternano capitolo dopo capitolo. Confidando che il lettore possa essere censore generoso e che la lettura lo spinga ad un bere consapevole, senza trascurare la prevenzione. 

Un libro di incontri e di amicizia, di passioni condivise e di amore per il vino, per capire meglio i benefici (molti) ma anche i pericoli (pochi ma gravi) che si possono incontrare nella relazione col prodotto più simbolico e rituale della nostra civiltà.

Il volume edito da Cinquesensi, con le illustrazioni di Paolo De Cuarto. verrà presentato il giorno 11 agosto a Cortina all’Hotel Posta.

Il viaggio enologico di Prinis tra ambulatori e corsie inizia a Padova dove, nel novembre del 1985, il professor Vincenzo Gallucci effettuò il primo trapianto di cuore in Italia. A distanza di 35 anni, nella primavera del 2020, in quello stesso istituto ora dedicato proprio a quel pioniere della cardiochirurgia, il trapianto numero mille è stato “firmato” dal professor Gino Gerosa.

“Io sono originario di Rovereto e ogni volta che devo festeggiare un evento “speciale” mi regalo un ritorno a casa, non solo fisicamente ma anche con i sensi e quindi scelgo una bottiglia di bollicine Trento DOC”. E se lo fa lui che, per inciso, tra una valvola mitrale e un bypass coronarico, riesce anche ad organizzare simposi su tematiche legate al benessere che può dare una corretta alimentazione, intesa come cibo ma anche come bere consapevole, si può guardare a un buon bicchiere di vino con maggior serenità.

Una scelta che ebbe a suo tempo un autorevole avallo internazionale, quello del mitico Christiaan Barnard assurto a fama mondiale per aver praticato il primo trapianto di cuore della storia della medicina il 3 dicembre del 1967, a Città del Capo, Denise Darvall, una ragazza di 25 anni, in stato di morte cerebrale, a causa delle ferite riportate in un incidente stradale a Louis Washkansky uno sportivo lituano di 54 anni, che soffriva di diabete e di un inguaribile male cardiaco.

Nel 2001 – ricorda Gerosa – il mitico Christiaan Barnard fu testimonial d’eccezione al cinquantaseiesimo congresso nazionale dell’Assoenologi che si tenne a Milano. Visitò anche la Cantina Costaripa a Moniga del Garda, in provincia di Brescia. Sempre in quell’anno, in collegamento telefonico da Cape Town, durante il Vinitaly, non ebbe dubbi nell’affermare che ” bere un paio di bicchieri di vino rosso a cena è un modo piacevole per proteggere il cuore.”

Ancor più rassicurante, data la sua specializzazione, è l’esempio del  professor Carlo Adami, chirurgo cardio vascolare veronese di fama internazionale, che nel 1977presso il Texas Heart Institute di Houston ha messo a punto le prime innovative tecnologie chirurgiche nell’ambito della chirurgia vascolare ed endovascolare, inventando due devices chirurgici mininvasivi con brevetto internazionale,  autore di oltre 200 lavori scientifici pubblicati sulle più prestigiose riviste scientifiche all’estero, fondatore a Verona del primo centro di riferimento europeo per le metodiche mini-invasive endovascolari. Galeotto, per Adami e sua moglie Paola, fu un antico vitigno scoperto per caso in una villa seicentesca che il padre di lei il conte Dionigio Serenelli, aveva acquistato a Negrar, sulle colline della Valpolicella. Dopo anni di studi e ricerche in quel terreno che degrada dolcemente verso Verona da un Lato e il Lago di Garda dall’altro è sorta “Ca Pigneto” un’azienda modello che produce un prezioso Amarone e un ancora più celebrato Ripasso oggi esportati in tutto il mondo.

Ed è inutile dire che per i suoi ospiti o i suoi pazienti un bicchiere del suo raffinato Amarone è sempre pronto. E anche in questo caso se l’invito a un brindisi viene da un cardiochirurgo vascolare si può stare tranquillli.

Ma l’elenco del piacevole volume di Prinis è lungo. Si cita, per esempio, il caso di Jan De Bruyne specialista in reumatologia, fisioterapia e riabilitazione, che per amore e per passione, vent’anni fa, ha lasciato il Belgio per stabilirsi nelle Langhe con la moglie italiana, Paola Invrea. A Diano d’Alba la loro cascina è circondata da vigneti di Nebbiolo, Barbera, Merlot e Dolcetto. Con l’ultima vendemmia, si è arrivati a riempire quasi 40.000 bottiglie. 

 Se invece si passa dalle parti di Gorizia, si può andate a trovare Nicola Manferrari, un ex farmacista che così si racconta sulla pagina web della sua azienda, Borgo del Tiglio: “Mi sono laureato solo per fare un favore alla famiglia e a 23 anni lavoravo già nella farmacia di proprietà di mia madre, la quale, quando s’irritava, mi licenziava, per poi riassumermi poche ore più tardi. Al quinto cartellino rosso ricevuto, la decisione di non tornare più dietro quell’antico bancone, per dedicarmi alle vigne appartenute a mio padre”. Tra i vini prodotti, anche un blend di Riesling, Sauvignon e Friulano da lasciare a bocca aperta, anche nel prezzo.  

È passato dall’ambulatorio alla cantina anche il neurologo toscano Saverio Luzzi. Nella sua tenuta in provincia di Arezzo imbottiglia Sangiovese e Syrah e anche tra le vigne – dice – continua a mettere in pratica un approccio di diagnosi e terapia. La figlia Claudia, farmacista, realizza invece prodotti cosmetici per contrastare l’invecchiamento cutaneo sfruttando le molteplici proprietà dell’uva.

 Rimanendo in Toscana, ma in provincia di Livorno, ha deciso di dedicarsi alla produzione di vino Silvia Cirri, primario del servizio di Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva dell’Istituto Clinico Sant’Ambrogio del Gruppo San Donato di Milano. Podere Conca – questo il nome dell’azienda – si trova a Bolgheri, a un paio di chilometri dal viale dei Cipressi cantato dal Carducci, subito dopo l’Ornellaia e proprio di fronte alla Tenuta San Guido.

Scendendo lungo lo stivale, in Abruzzo si incontrano, Andrea Ledda, andrologo di fama internazionale, e Angelica Bottari, ginecologa: si sono ritrovati nelle passioni: quella per la medicina e quella per il Montepulciano che producono sulle colline intorno a Vasto, nell’azienda vitivinicola che porta il nome della moglie.

A Siracusa esercita invece Sebastiano Gulino, otorinolaringoiatra, titolare delle omonime cantine. 15 ettari di vigneti tra Fanusa, Ispica e Pachino. Quasi 80 mila le bottiglie prodotte, la maggior parte di Moscato Dolce, l’ideale per un matrimonio di velluto con i dessert a fine pasto. Ma il dottor Gulino consiglia anche la versione secca del Moscato di Siracusa, presentata en primeur lo scorso anno. L’ha chiamata Eileos perché per gli antichi greci questo aggettivo, il cui significato è “tortuoso”, “che si attorciglia”, descriveva molto bene la pianta di vite.

Sempre in Sicilia, in provincia di Ragusa, un farmacista contadino – così ama definirsi Paolo Calì – recuperando la tradizione di famiglia, produce Frappato, Nero d’Avola e Grillo. Amici che ne capiscono di vino mi dicono che il suo Cerasuolo di Vittoria DOCG Classico Manene 2016 va assolutamente citato. Non mi sembrava carino esimermi dal farlo.

Anche in provincia di Palermo c’è chi ha abbandonato bugiardini, compresse e sciroppi per la vigna. Dopo un quarto di secolo trascorso in farmacia, nel 2005 Marco Sferlazzo è riuscito infatti a realizzare il suo sogno, nemmeno tanto segreto. Catarratto, Nero D’Avola e Perricone, per un totale di 60.000 bottiglie all’anno, sono i vini della sua cantina, venduti anche in Giappone, Stati Uniti, Russia e Danimarca.

Per concludere la lettura del libro di Brinis non è solo piacevole per un fil rouge che unisce storie di medici, di passione per il vino in una aneddotica divertente e certamente originale, ma è soprattutto rassicurante per quanti pensano ad un bicchiere di vino con sensi di colpa. Brinis ci riporta in questo senso a Ippocrate e ancor più alla Bibbia, e ci in vita a coltivare il “cor hominum”.

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