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Una ripresa in ordine sempre più sparso

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«Fusse che fusse la vorta bbona», ripeteva il barista di Ceccano, alias Nino Manfredi. Ma lui viveva nell’epoca del miracolo economico, quando il tasso di crescita europeo e italiano era a livelli cinesi. E quando non era difficile realizzare i propri sogni, anche perché erano assai modesti. «Due locali più servizi, tante rate, pochi vizi» cantava Jannacci, testo di Franco Fortini (mica un paroliere qualunque!).

Oggi davvero sarebbe un miracolo se: i vaccini funzionassero e venissero inoculati in pochi mesi in tutta la popolazione, le persone tornassero a vivere come nell’era pre-Covid (magari con qualche grano di sale in più riguardo ad alcune ricadute climatiche e sociali dei loro comportamenti), si riaprissero le frontiere e i viaggiatori fluissero liberamente tra i cinque continenti.

Senza osare sognare tanto e senza scomodare Pedro Calderón de la Barca  («La vida es sueño»), ha già del miracoloso che siano iniziate le vaccinazioni. E ciò può aiutare molto a ritrovare la fiducia. Che non è certo il sentimento prevalente. Bensì altri, ben poco natalizi: rabbia, frustrazione, dolore, stanchezza (scusate: fatigue, c’est plus chic), rivalsa verso le classi dirigenti. Insomma, tutto il contrario di quel che aiuterebbe a guardare avanti con ottimismo.

Tuttavia, l’approntamento dei vaccini a tempo di record (miracolo della scienza aiutata dalle tecnologie informatiche) non è l’unico miracolo a cui stiamo assistendo. La tenuta dell’economia USA (almeno finora) dinnanzi alla tempesta virale appare per grazia ricevuta. Ma dubitiamo che dall’altra parte dell’Atlantico sappiano cosa siano gli ex-voto.

Infatti, mentre la capacità asiatica (e anche delle nazioni di matrice occidentale ma vicine all’isola del giorno dopo) di meglio controllare i contagi ben si coniuga con una superiore performance economica, come è stato osservato nelle scorse Lancette, il dilagare dei contagi negli Stati Uniti avrebbe dovuto far temere una ricaduta recessiva.

Invece, la locomotiva Number One non demorde e avanza senza neanche troppo sbuffare. Anche se qualche segnale di flessione nelle cene al ristorante c’è stata. Come si spiega questo andamento? A parte i fattori strutturali (la dinamica di fondo è maggiore), c’è da dire che due circostanze hanno giocato a favore degli USA: il giorno del Ringraziamento, che vale quasi quanto un Natale, riunendo le famiglie attorno ai poveri tacchini; e l’enorme massa di risparmio che il settore privato ha accumulato grazie agli aiuti decisamente più sostanziosi, rispetto alla caduta del PIL. E ancora, le restrizioni alle attività sociali non sono state usate come una sorta di yo-yo, ma tenute mediamente alte, benché insufficienti, come dimostra l’impennata di contagi. Anzi: proprio quest’ultima ha spinto i consumatori ad affrettarsi a fare acquisti e a viaggiare, temendo l’arrivo di nuove strette, come sta avvenendo in alcuni Stati federati.

D’altra parte la doppia correlazione restrizione-contagi e restrizione-congiuntura nei servizi si sta rivelando sempre più stretta. Non solo l’inasprimento funziona nel ridurre i contagi, ma anche l’allentamento li sprona; come dimostra la ripartenza del virus in UK, Francia e Svizzera.

D’altra parte, la dinamica del terziario risponde in presa diretta alle misure di distanziamento sociale. Quasi un riflesso pavloviano. Segno che l’economia è pronta a ripartire appena ci libereremo del virus.

I dati dell’ultimo mese hanno confermato ciò che da tempo ripetono le Lancette: il manifatturiero va molto meglio, anche perché le preferenze delle famiglie, a cui sono negati consumi esperienziali (cinema, teatri, viaggi, serate nei ristoranti), si consolano con i beni materiali (escluso l’abbigliamento, eccetto forse quello intimo).

La novità, piuttosto, è che le imprese (i cui bilanci sono stati ben preservati da governi e Banche centrali) hanno ricominciato ad aumentare gli investimenti. Ma come, si dirà, con tutta la capacità produttiva inutilizzata e con la grande incertezza circa la domanda futura? Vero, ma c’è una molla ancora più potente: il cambiamento tecnologico. Che la crisi ha accelerato. Verso l’industria 4.0, il commercio elettronico, i veicoli elettrici, e quant’altre diavolerie il cambiamento ci sta sciorinando alla velocità di Ridolini (per chi non lo conosce: Larry Semon, divo del cinema muto, in cui le movenze erano parossistiche).

E nessun imprenditore degno di questo nome può permettersi di rimanere indietro. Semmai un passo avanti ai concorrenti. Tanto più che le catene globali del valore non sono solo una elegante espressione per indicare gli scambi commerciali internazionali di semilavorati industriali, ma significano profondi legami tra imprese, ossia uomini di impresa, come avrebbe detto Giacomo Becattini, che si scambiano, assieme ad acquisti e vendite, anche informazioni, su quel che fa l’uno e quel che fa l’altro. «E se lo fanno loro, mica posso essere io da meno».

Perciò, donne e uomini di buona volontà, festeggiate il Natale coltivando non solo la pace ma anche più di una solida speranza di una ripresa più solida.  

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Categories: Economia e Imprese