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Stato e mercato, non è la finanza che crea diseguaglianze

Imagoeconomica

L’ampio scritto di Alessandro Pansa su FIRSTonline del 14 gennaio merita un commento articolato. Alcuni punti del ragionamento appaiono incontrovertibili:

1) Esiste un rischio di over regulation, specie per quanto riguarda i coefficienti di patrimonializzazione delle banche. Per evitare la prossima crisi bancaria si prolunga la crisi attuale, rendendo più difficile alle banche di erogare credito alle imprese.

2) Il sistema bancario internazionale è troppo concentrato e pochi grandissimi intermediari hanno un potere eccessivo. Questo è il risultato della crisi, non certo della liberalizzazione dei precedenti decenni, perché quasi tutte le crisi bancarie sono state risolte con accorpamenti. Non è facile ora tornare indietro, ma non dovrebbe essere impossibile.

Su molte altre questioni, più di fondo, la discussione è aperta.

1. È dubbio che i processi di liberalizzazione che si sono affermati dagli anni ‘80 siano il risultato della lobby dell’industria finanziaria. Al contrario, come tutti i processi di liberalizzazione, essi sono stati attuati dai governi con la finalità di aumentare la concorrenza e in generale sono stati realizzati contro la volontà dei soggetti interessati. L’abolizione del Glass-Steagall Act da parte dell’amministrazione Clinton fu fatta per togliere alle banche di investimento il monopolio dell’investment banking. Le restrizioni all’interstate banking furono eliminate perché rappresentavano un’anacronistica difesa della rendita bancaria.

In Europa, la Seconda Direttiva bancaria eliminò le barriere che proteggevano le banche di ogni paese dalla concorrenza delle altre banche europee. I banchieri italiani, al pari di quelli di molti altri paesi, non erano affatto contenti di un’innovazione che faceva fare un salto qualitativo al grado di concorrenza in tutto il continente. Da noi quella direttiva mise le basi per eliminare il curioso e non più sostenibile privilegio di Mediobanca, l’unica banca a cui per decenni era stato consentito di assumere partecipazioni nelle imprese.

2. Da ex funzionario della Banca d’Italia, mi sento di affermare che non è vero che “la lezione (dell’instabilità di un sistema sregolato) non venne mandata a memoria”. Quella lezione era ben chiara e infatti mai né in Italia né altrove si è pensato di eliminare la speciale regolazione dell’industria bancaria. Dagli anni trenta del secolo scorso la finanza e il controllo sulla finanza vanno di pari passo. Ciò che si è cercato di fare dagli anni ottanta in poi è di coniugare il sistema dei controlli con la concorrenza. Questa fu la missione cui si dedicò, con autentica passione civile, il governatore Ciampi (altro che lobby finanziarie!) e che, fra alterne vicende, trovò il consenso dei governi e del parlamento.

Peraltro ripensando a com’era il sistema bancario all’inizio degli anni ottanta, risulta assai difficile provare nostalgia per quella che fu poi chiamata la foresta pietrificata, ossia un sistema in cui vigeva il divieto di costituire nuove banche, in cui la concorrenza era limitata dal piano sportelli redatto dalla Banca d’Italia, il credito era regolato attraverso strumenti come il massimale sugli impieghi, il vincolo di portafoglio, le prescrizioni in materia di Pne delle banche nonché dai controlli sui flussi di capitali privati da e verso l’estero.

È difficile altresì rimpiangere il sistema degli ICS e della doppia intermediazione, in cui tipicamente non si incontravano il banchiere commerciale che conosceva l’impresa e l’istituto a medio termine che conosceva i progetti. Nel complesso, questo era un sistema costoso e disfunzionale che garantiva alle banche una vita tranquilla, ma era assolutamente indifendibile.

3. Può apparire attraente, ma non è supportata dai fatti l’idea i mercati finanziari siano instabili e “abbiano reso instabili anche le economie di mercato, dominate dalla sovrastruttura finanziaria costruita su di esse.” Charles Kindelberger ha documentato le tante crisi che sono avvenute ben prima che esistessero i mercati finanziari: le corse all’oro ed altri metalli preziosi o ai tulipani nell’Olanda del 17° secolo, seguite da crisi rovinose. La stessa crisi del 1929, nella sua fase iniziale, ebbe poco a che fare con la finanza: gli investitori credevano nell’industria – non nella finanza – e ne compravano le azioni, fino a che il loro valore è salito a livelli che scollegati dai fondamentali.

Crisi finanziarie assai gravi si sono verificate ben prima delle liberalizzazioni degli anni ottanta. Ricordiamo le crisi del Gold Standard (che portarono al suo abbandono), la crisi del sistema di Bretton Woods (che fu anch’esso abbandonato), le tante crisi dei paesi dell’America Latina, a cominciare da quella severissima del Messico nel 1982, la crisi delle Savings and Loans negli Usa ecc. Ciò non toglie – è bene ripeterlo – che i mercati finanziari debbano essere regolati. L’idea che non lo fossero prima della crisi è un fantoccio polemico. Altro è dire che la crisi ha rivelato che nella regolazione c’erano buchi vistosi, ad esempio, con riferimento al modello “Originate and Distribute” dei mutui sub prime.

4. Nessuno ha mai pensato (nemmeno Friedman o i suoi discepoli) che avesse senso contrapporre la logica dei mercati a quella della democrazia. Le decisioni politiche devono essere prese dai governi. Su questo non c’è altro da aggiungere. Nessuno ha mai pensato che fosse desiderabile spostare quote di potere dai governi ai mercati finanziari. Non esiste una “ortodossia della globalizzazione” che pensa che un processo del genere sia desiderabile.

Né esiste una qualche teoria economica che pensa che i mercati finanziari portino a “riassorbire gli squilibri sociali”. Come tutti sanno, la teoria ortodossa al più dice che i mercati portano a un’allocazione efficiente delle risorse, ma non certo a una allocazione equa. In ogni caso, se qualcuno pensa che l’esistenza di mercati più o meno efficienti ci possa esimere dal dare giudizi etici, questo qualcuno è fuori strada rispetto al buon senso, ma anche rispetto alla teoria economica più ortodossa.

5. Alla luce di un’attenta analisi storica si fa molta fatica a condividere l’affermazione, peraltro divenuta quasi un luogo comune, secondo cui lo sviluppo dei mercati finanziari ha ridotto il potere dei governi ed è quindi in contrasto con la democrazia. Il punto è che i governi sono sempre stati condizionati dal comportamento dei risparmiatori cui si rivolgono per finanziare il debito proprio o quello della nazione.

Nel “meraviglioso” mondo di Bretton Woods, che molti sembrano rimpiangere, c’erano i controlli sui capitali, eppure la sterlina fu costretta a svalutare molte volte e i governi inglesi furono costretti a spiegare perché erano continuamente necessari nuovi sacrifici. In Italia, tutto il poderoso edificio costruito negli anni settanta a difesa delle lira e delle banche italiane non poté impedire fughe di capitali anche impetuose, come quella che costrinse le autorità italiane a chiudere il mercato dei cambi nel gennaio del 1976. Le fughe di capitali avvenivano attraverso i leads and lags sui pagamenti dei flussi commerciali, le sotto e sovra fatturazioni, le operazioni illegali.

Il punto è che anche nell’epoca d’oro dei controlli sui movimenti di capitali, ben prima di qualunque liberalizzazione, quando i mercati finanziari erano ancora ben poca cosa e le banche erano iper regolate i risparmiatori trovavano il modo di mettere i propri soldi al sicuro se pensavano che i governi non fossero affidabili. Tant’è che i governi italiani hanno vissuto per quasi dieci anni sotto l’incubo della famosa lettera d‘intenti di Guido Carli con il Fondo Monetario Internazionale.

Vicende analoghe furono sperimentate in tutti i principali paesi: si pensi a come cambiarono le politiche di Mitterand nei primi anni ottanta a seguito delle reazioni dei mercati. Persino un paese come gli Stati Uniti non riuscì a impedire lo sviluppo di un enorme mercato europeo in dollari, la cui unica finalità era di consentire di evadere la riserva obbligatoria cui erano sottoposte le banche residenti in Usa.

6. L’esperienza non sembra offrire supporto a un’altra affermazione che è ormai divenuta un luogo comune, quella secondo cui la finanza accresce le diseguaglianze fra paesi “per via della tendenza a chiedere ai paesi meno solidi politiche di rigore che spesso diventano recessive”. Il caso più evidente qui è quello della Grecia. Da quando è scoppiata la crisi nel 2010, le istituzioni internazionali (ossia i contribuenti degli altri paesi) si sono sostituiti ai mercati. Da allora la Grecia non ha più piazzato un solo euro sul mercato perché nessun privato riteneva di potersi assumere un rischio tanto rilevante.

Quindi tutto il nuovo fabbisogno della Grecia e tutto il rinnovo del debito in scadenza sono stati finanziati dal contribuente internazionale. E’ difficile sostenere che dal 2010 a oggi alla Grecia siano state imposte condizioni poco stringenti. Al contrario, i governi (tutti, quello tedesco, ma anche quelli francese e italiano) si sono mossi con notevole severità per paura di reazioni negative da parte delle opinioni pubbliche nazionali. Non è dunque affatto ovvio che i mercati siano più esigenti degli Stati. Con tutta probabilità è vero il contrario.

7. Infine, è difficile capire perché sia un problema il fatto che “la globalizzazione finanziaria ha fatto venire meno il rapporto fra risparmio di un paese e finanziamento del suo sistema produttivo”. Per il mondo delle imprese questa è una liberazione! Le imprese non sono più costrette a pietire il credito dalla banche locali, ma possono rivolgersi agli investitori ovunque nel mondo. Saltano così i salotti buoni della finanza, quelli che difendono una ristretta élite dei soliti noti. Finalmente l’imprenditore capace ha una chance in più perché può farsi largo senza bisogno di un sistema di relazioni.

E finalmente la politica smette di fare il bello e il cattivo tempo nelle banche e dunque nelle imprese: come dimenticare i partiti che si spartivano i posti nelle banche lasciando il governatore fuori dalla porta? Con il senno di poi, quello era ciò che gli inglesi chiamano “crony capitalism”, ossia un sistema in cui il successo è non dato dal merito, ma dalle relazioni, dai favori e dai privilegi. Da tutto questo abbiamo cercato di liberarci nel corso degli anni novanta. A questo non abbiamo alcuna intenzione di tornare. Anche questa è una lezione che merita di essere messa in memoria.

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