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Pensioni: le novità su quota 41 e quota 100

FIRSTonline

Il progetto di riforma delle pensioni targato Lega-M5S continua a cambiare pelle. Le novità registrate nelle ultime settimane puntano a rendere lo smantellamento della legge Fornero più sostenibile per le casse dello Stato, ma rischiano di ridurre anche la convenienza per i lavoratori che vorrebbero andare in pensione.

La controriforma immaginata dal nuovo Governo poggia su due pilastri:

  • quota 41, cioè l’accesso alla pensione anticipata con 41 anni di contributi, a prescindere dall’età anagrafica;
  • quota 100, ossia la possibilità di andare in pensione quando la somma di età anagrafica e anni di contribuzione dà come risultato almeno 100.

Il problema è che, in questi termini, i conti non tornano.

QUANTO COSTANO “QUOTA 41” E “QUOTA 100”

Secondo Tito Boeri, presidente dell’Inps, “il superamento della riforma Fornero attraverso quota 100 tra età e contributi o con 41 anni di contributi a qualunque età avrebbe un costo immediato di 15 miliardi e a regime di 20 miliardi l’anno”.

Stefano Patriarca, ex consulente di Palazzo Chigi per la previdenza e ora responsabile della società di consulenza Tabula, afferma invece che il conto sarebbe di 12,3 miliardi il primo anno e di quasi 16 a regime.

Numeri molto diversi da quelli previsti dal contratto di governo, che a pagina 33 parla di stanziare appena “cinque miliardi per agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse”.

LA RIFORMA DELLE PENSIONI TARGATA BRAMBILLA

Per ridurre la distanza fra costi e fondi disponibili, l’ultima versione della riforma gialloverde – quella proposta da Alberto Brambilla, esperto di previdenza in quota Lega – modifica il testo originario rendendo più stringenti i requisiti per la pensione anticipata.

In particolare:

  • l’anzianità contributiva necessaria per andare in pensione a prescindere dall’età anagrafica sale da 41 anni a 41 anni e 6 mesi;
  • il pensionamento a “quota 100” diventa possibile solo se si hanno almeno 64 anni di età (e quindi come minimo 36 anni di contributi).

La proposta Brambilla introduce anche un tetto di due anni ai contributi figurativi in caso di cassa integrazione o malattia e soprattutto prevede il ricalcolo della pensione con il metodo contributivo per il periodo dal 1996 al 2011. In questo modo, paradossalmente, la riforma legastellata completerebbe il percorso iniziato con la legge Dini del 1995 (che introdusse il metodo contributivo per i nuovi lavoratori) e proseguito con la riforma Fornero del 2011 (che estese il contributivo a tutti i lavoratori a partire dal 2012).

Significa che molti contribuenti potrebbero sì andare in pensione prima del previsto, ma con un assegno più basso di quello che si aspettavano. Secondo Tabula, la differenza sarebbe in media del 10%.

ADDIO ALL’APE SOCIALE, SI PUNTA SUI FONDI DI CATEGORIA

Infine, la riforma ideata da Brambilla prevede di non rifinanziare l’Ape sociale, che dunque dal 2019 cesserebbe di esistere. In questo modo decine di migliaia di persone in difficoltà perderebbero il diritto al reddito ponte pagato dallo Stato per un periodo massimo di tre anni e sette mesi prima del pensionamento.

Un sacrificio che rischia di rivelarsi inutile, visto che – sempre stando ai calcoli di Tabula – anche con tutte queste modifiche la riforma delle pensioni costerebbe comunque nove miliardi. Quasi il doppio di quanto previsto dal contratto di governo.

Brambilla però contesta queste conclusioni, sottolineando che si potrebbe restare entro il limite dei cinque miliardi puntando sui fondi esuberi o di solidarietà, “che esistono già per ogni categoria professionale”. L’idea è “replicare il modello del settore bancario – spiega Brambilla in un’intervista a Repubblica – che grazie al suo fondo, alimentato dallo 0,30% pagato su ogni retribuzione lorda, dal 2000 ha mandato in pensione 60 mila dipendenti senza gravare sullo Stato”. Insomma, sarebbero i fondi di categoria a garantire la pensione anticipata “a tutti coloro che hanno problemi seri di salute o di famiglia”.

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