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Pensioni, assalto continuo alla riforma Monti-Fornero

Era proprio necessario l’altolà di Carlo Cottarelli perché i grandi quotidiani si accorgessero che è in corso lo smantellamento della legge Monti-Fornero sulle pensioni e mobilitassero i loro migliori editorialisti per mandare, con un garbo a nostro parere eccessivo, ‘’un avviso ai naviganti’’?

Eppure i segnali c’erano stati, da tempo e numerosi. La Camera, con un voto favorevole più ampio di quello di una maggioranza di per sé drogata per via del premio assegnato dalla legge elettorale, aveva approvato nei primi giorni di luglio il sesto (sì proprio il sesto) intervento di salvaguardia per gli esodati (quei soggetti che mantengono il diritto di andare in quiescenza con i requisiti previgenti la riforma del 2011).

La storia, anche questa volta,  ha seguito il solito copione su cui abbiamo visto recitare, più o meno, tutti i partiti in occasione delle precedenti operazioni di salvaguardia.  Come al solito si è partiti con un testo di legge multipartisan sulla scorta di quanto già predisposto nella passata legislatura. E ad ogni passaggio topico (la quinta salvaguardia era inclusa nella legge di stabilità per il 2014) l’implacabile Commissione Lavoro della Camera ha compiuto un passo avanti  a modifica – con il pretesto degli esodati – della riforma Fornero, in attesa che maturino le condizioni (finanziarie prima ancora che politiche – queste ci sarebbero già -)  per giungere ad una ‘’soluzione finale’’ di quella ‘’legge maledetta’’.

Il testo varato dalla Commissione, nella sua completezza, fu stroncato, in sede di relazione tecnica, dalla Ragioneria dello Stato e dall’Inps. Il costo cumulato (2014-2025) del progetto era stato valutato nell’ordine di  47 miliardi (partendo da 2,8 miliardi nell’anno in corso che salirebbero al picco di 8,8 miliardi nel 2018). Troppo da sostenere, anche per l’ultimo caposaldo della ‘’linea di classe’’ del Pd. Così, si è dovuto ‘’fare di necessità virtù’’ e accontentarsi. Come nelle volte precedenti. Ma stavolta è andata di lusso. Si è scoperto (a prova del fatto che gli esodati erano meno di  quelli che venivano contrabbandati quando il caso era di moda) che nella seconda e nella quarta operazione di salvaguardia si era esagerato nella stima dei possibili utilizzatori e quindi anche nelle coperture di spesa; e che c’erano quindi dei risparmi disponibili. Poi si sono aggiunte  alcune centinaia di milioni prelevati (sic!) dal Fondo per l’occupazione. 

Nella sesta salvaguardia, allora, sono stati inclusi 32mila lavoratori, ma, a fronte delle contestuali riduzioni operate sugli interventi precedenti il numero netto dei tutelati aumenterà di 8mila circa, raggiungendo quello  complessivo di 170mila. La nuova misura di tutela è molto semplice: si limita ad ampliare da 36 a 48 mesi (e quindi al 6 gennaio 2016) dall’entrata in vigore della legge Fornero,  il periodo di maturazione dei previgenti requisiti pensionistici. Tale condizione permetterà agli interessati di andare in quiescenza con  i vecchi e non con i nuovi requisiti. Cerchiamo di spiegare bene questo passaggio, che, a nostro avviso,  è scandaloso. Chi ha risolto il rapporto di lavoro prima dell’entrata in vigore della riforma potrà andare in pensione con i previgenti requisiti purchè li maturi entro un quadriennio.

Che dire ? Abbozziamo.  Invece, non riusciamo proprio a giustificare che sia salita a bordo della Zattera della Medusa del sistema pensionistico italiano,  una ‘’categoria’’ di tutelati completamente nuova: i cosiddetti cessati da un contratto a termine tra il 2007 e il 2011. Nel numero massimo di 4mila,  è sufficiente che costoro non si siano rioccupati a tempo indeterminato per rientrare nel sistema di salvaguardie fino a 48 mesi (a questo punto è scattato un anno in più anche per loro rispetto a quanto prevedeva il testo varato dalla Commissione). Questi soggetti potrebbero non aver perso neppure un giorno di lavoro, contraendo rapporti a termini uno dopo l’altro  o contratti di collaborazione anche interessanti sul piano economico.

Ma tutto ciò non conta: se non si lavora a tempo indeterminato si è comunque ‘’figli di un dio minore’’, che  deve intervenire a risarcirti al momento della pensione. Tanto è Pantalone che paga. La cuccagna, però, non è finita. Ecco un altro vettore da utilizzare: il decreto n.90 (già in Aula alla Camera) a nome di Marianna Madia, il ministro che, ‘’sparse le trecce morbide sull’affannoso petto’’, si è messa in testa di riformare il pubblico impiego all’insegna del giovanilismo più accentuato e sulla base di una staffetta anziani/giovani molto sbrigativa nei criteri: ‘’fatti più in là che al tuo posto vengo io’’.

Nel provvedimento di conversione del decreto n.90 (Madia), la Commissione Affari costituzionali, in sede referente e dietro suggerimento di influenti membri della Commissione Lavoro,  ha inserito un emendamento  a favore degli insegnanti (circa 4mila) che hanno raggiunto quota 96. Tale emendamento (approvato nonostante il parere contrario della Ragioneria Generalle dello Stato) consiste  in una sostanziale settima salvaguardia impropria, poiché questi lavoratori potranno andare in quiescenza con le regole previgenti la riforma del 2011 pur non essendo esodati, ma stabilmente occupati. Un altro emendamento ha abolito, fino al 2017, la penalizzazione economica per i dipendenti pubbliciche scelgono il trattamento anticipato, prima dei 62 anni,  avvalendosi solo del  requisito contributivo previsto.

Questo è un primo passo verso il ripristino del pensionamento di anzianità, anche nel settore privato. La Commissione poi ha reso ancor più discriminatorio il testo nei confronti dei pensionati a cui viene preclusa ogni possibilità di ricoprire  incarichi nella pubblica amministrazione in palese violazione di quanto sancito dall’art. 51 Cost. ed ha introdotto una norma che consente di ‘’rottamare’’ i dirigenti, i medici, i professori universitari e i magistrati,  obbligandoli, a discrezione delle amministrazioni di appartenenza, al trattamento anticipato e  disconoscendo loro il diritto di raggiungere i limiti del pensionamento di vecchiaia.  

 Ma sulla legge Monti-Fornero si addensano nubi ancor più minacciose, tenute a bada per ora dalla mole di risorse che sarebbero necessarie per apportarvi dei cambiamenti ancor più sostanziali (abbiamo già capito, pero, che questo governo non è molto attento agli equilibri di bilancio). Non dimentichiamo che Forza Italia ha aderito alla raccolta delle firme per un referendum abrogativo della legge Fornero, promossa dalla Lega Nord. Si tratta di un’iniziativa sgangherata e propagandistica, destinata, a meno che gli asini non imparino a volare,  ad infrangersi nel momento in cui la Consulta dichiarerà inammissibile il quesito. Ma, nel frattempo, il dibattito sull’abrogazione avvelenerà le acque del vivere civile e  tirerà, mellifluamente, la volata alle iniziative ‘’politicamente corrette’’ che giacciono alla Camera, recanti proposte di pensionamento c.d. flessibile: che è un modo elegante per abbassare l’età di pensionamento, magari con il pretesto di tutelare non solo gli esodati, ma anche gli esodandi. In altre parole, di ripristinare, a certe condizioni, la possibilità di andare in quiescenza prima di aver compiuto 60 anni o negli anni immediatamente successivi, come avveniva, di norma, ai tempi precedenti la legge Monti-Fornero: una delle più importanti iniziative del governo dei tecnici che è stata una compagine benemerita, ormai esposta nello stand da tre palle un soldo nelle fiere strapaesane di una nazione di ingrati.

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