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Libia: il futuro? Solo a lungo termine. Ecco tutti i nodi da scogliere

“La Libia è ancora nel pieno dell’instabilità e la fine di questa situazione si avrà solo nel medio lungo termine”. Lo ha dichiarato Giovanna Perri, uno degli otto esperti del panel indipendente delle Nazioni Unite chiamato a monitorare il Paese nordafricano. Perri era uno dei diversi esperti che hanno partecipato a un convegno della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Sioi) discutendo le implicazioni giuridiche ed economiche dei recenti sviluppi in Libia. Dopo quasi otto mesi dalla morte del Raìs Muammar Gheddafi e a meno di un mese dalle elezioni previste per il 7 luglio, il governo transitorio (Consiglio nazionale di transizione, Cnt) in carica dallo scorso febbraio, non sembra avere una chiara strategia su come gestire il passaggio alla democrazia.

Giovanna Perri, expertise finanziaria per l’Onu, ha il compito di trovare e sequestrare i beni di Gheddafi e del suo entourage sparsi per il mondo. “Non si può ancora fare una stima dell’ammontare complessivo di questo patrimonio”, ha dichiarato a FIRSTonline, “Non si troverà mai un conto corrente intestato a Gheddafi. La Banca centrale libica era il suo conto personale: il segretario e il ministro delle Finanze erano solo dei fantocci”. 

PROBLEMA POLITICO E LA QUESTIONE DELLE ARMI – Dalla caduta di Gheddafi è il governo di transizione (Cnt) a gestire il Paese che però, afferma Perri, “non trova un forte consenso sul territorio”. A gestire i capitali del Paese, il Cnt ha chiamato professionisti libici residenti all’estero che, se da una parte sono considerati meno inclini alla corruzione che divaga tra le élites locali, dall’altra non sono legittimati dalla popolazione. Non aiuta a stabilizzare il Paese l’elevato numero di tribù che si contano sul territorio: oltre 140 differenti e ognuna con il proprio capo di riferimento. Gheddafi era riuscito, attraverso un sistema di favori e clientelismo, a far convivere queste fazioni pacificamente. Il Cnt, al contrario, ha assunto una posizione di ostilità nei loro confronti vietando, in occasione delle future elezioni, la formazione di partiti fondati su basi religiose o etniche. Ma le tribù hanno una fortissima presa sul territorio: in Cirenaica, la regione più ricca di petrolio e gas naturale, si è formato un Consiglio, guidato da Ahmed Zubair al-Senoussi parente dell’ex Re poi prigioniero politico sotto il regime di Gheddafi, che invita a boicottare il Cnt e a chiedre l’autonomia della regione. A ciò si aggiunge il problema della sicurezza nazionale: la Nato stima che i civili siano in possesso di 50-100mila armi. “Finché le armi non smetteranno di circolare sul territorio non si può prevedere nulla” sul futuro del Paese. “Prioritario in questo momento è rieducare la popolazione”.

ELEZIONI – “Non sarà eletto ora il nuovo Governo: è una situazione complessa che non si concluderà nel giro di pochi mesi, ma solo nel medio lungo termine”, ha detto Perri. Infatti il 7 luglio i cittadini libici voteranno 200 rappresentanti dell’Assemblea costituente, (Npc), che dovrà stilare la nuova Carta costituzionale. Quest’ultima, una volta approvata dall’Assemblea sarà sottoposta a referendum e, in caso di esito positivo, entro sei mesi saranno indette le elezioni generali. 

ECONOMIA E FONDI SOVRANI – Gheddafi e i suoi collaboratori controllavano i principali enti economici del Paese (vedi immagine), la maggior parte legati ai proventi del petrolio. Gli investimenti all’estero venivano effettuati principalmente attraverso due banche, la Central Bank of Lybia e la Libyan Foreign Bank (unica a poter avere assets denomimati in dollari) e due fondi sovrani, la Libian Investment Authority (Lia) e la Libyan Arab Foreign Investment Company (Lafico). Nel 2010 Kpmg ha stimato un patrimonio della Lia di circa 53 miliardi di dollari: è stato l’unico audit nei confronti della holding nata nel 2007 e le stime sono approssimative. “Non si sa a quanto ammontano questi patrimoni”, afferma Perri, “Le società sussidiarie non avevano l’obbligo di comunicare la propria casa madre e l’ex-chairman della Lia, uomo molto vicino a Gheddafi, non ha ancora dichiarato nulla. Nemmeno il nuovo presidente del Consiglio di Gestione, Mohsen Derregia, è riuscito a trovare i documenti in grado di tracciare i movimenti del fondo sovrano. E’ tutto molto poco trasparente”. L’anno scorso l’Onu ha imposto ai Paesi membri il congelamento di tutti gli assets direttamente collegati al Raìs per evitare che si potesse in qualche modo continuare a finanziare la repressione violenta della popolazione. “Fin dalla prima risoluzione”, spiega Perri, “l’Onu dichiara che, a tempo debito, i fondi congelati di Gheddafi dovranno tornare alla popolazione libica. Ma chi è la popolazione libica: il Cnt, il nuovo Governo eletto o i capi tribali?” 

ITALIA – Nel nostro Paese le regole di trasparenza imposte dall’Ue e dalla Banca d’Italia permettono di conoscere le entità delle partecipazioni libiche nell’economia italiana: da Unicredit a Eni, dalla Fiat a Finmeccanica, da Mediobanca alla Juventus. Questo però non impedisce che qualcosa sia ancora all’oscuro (per gli interessi della Libia in Italia clicca qui). Gli assets della Lia in Italia (circa 1 miliardo di euro) sono ancora congelati, “e non c’è stata alcuna richiesta di scongelamento da parte della Libia, perché non saprebbero come gestirli”, afferma Perri. Derregia però ha presentato ricorso contro il provvedimento che ha obbligato il Governo italiano a sequestrare i fondi libici accusandolo di aver ingiustamente attribuito quei fondi alla famiglia di Gheddafi, quando invece appartengono alla Lia quindi al governo libico e al popolo della Libia. A riguardo è intervenuto il ministro per la mondializzazione e le questioni globali del Mae, Claudio Spinedi, che ritiene infondate le motivazioni avanzate dai legali della Lia, in quanto all’epoca dell’approvazione del proveddimento i legami tra il governo libico e il Raìs erano espliciti. Per quanto riguarda invece gli assets congelati alla Banca centrale libica sono stati sbloccati per consentire al Cnt di iniziare la ricostruzione del Paese. Però, da quando l’Italia ha ricnosciuto il Cnt, si è sono state concesse diverse deroghe all’embargo libico, per consentire alla popolazione di poter soddisfare le esigenze fondamentali. Come ha ricordato il ministro Spinedi, il Governo ha immediatamente provveduto a una deroga per l’Eni, che ha consentito alla società di continuare ad approviggionare di elettricità anche le città controllate da Gheddafi, e altre deroghe alle banche italiane, in cui erano congelati asset libici, per consentire loro di aprire linee di credito verso il Cnt garantite dagli stessi.

CONTROVERSIE ECONOMICHE – Tra gli ultimi a prendere la parola al convegno della Sioi, l’avvocato di Majo ha ricordato che molte imprese italiane hanno affari in sospeso in Libia. Prima dell’inizio delle insurrezioni Saipem (Eni) aveva firmato un accordo da 800 milioni di dollari per costruire il primo tratto di autostrada tra Benghazi e l’Egitto e Ansaldo (Finmeccanica) aveva vinto una gara da 247 milioni per implementare la rete ferroviaria Sirte-Benghazi. Ora bisognerà vedere se gli impegni saranno rispettati dal nuovo governo. Come ha sottolineato il professore di International law all’Università Bocconi Giorgio Sacerdoti: “Ma se il nuovo esecutivo preferisse investire quei soldi in educazione e sanità?”. La risposta non è automatica perché la Libia non è firmataria di nessun accordo internazionale per la risoluzione delle controversie. Proposte sui quadri normativi da utilizzare ne sono emerse diverse e il premier italiano Mario Monti con il presidente del Cnt, Abdel Rahim al-Kib, qualche mese fa hanno dichiarato che si impegneranno per risolvere gli eventuali conflitti commerciali. Ma come ha ben ricordato il professore della Statale di Milano Luigi Fumagalli: “L’identificazione del quadro normativo non è banale: la scelta dello strumento da utilizzare può cambiare la soluzione del processo”. Tutto dipenderà dalla buona fede delle parti, ma sicuramente prima si stabilizza la situazione politica prima le imprese italiane potranno venire a capo degli eventuali conflitti.

Leggi il report dell’Onu

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