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La Banca d’Italia, lo strappo di Gentiloni e una Vigilanza da rifondare

FIRSTonline

Si era capito già da giorni che il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, avrebbe finito per proporre alla guida della Banca d’Italia la riconferma per altri sei anni di Ignazio Visco in nome di una continuità che la legge del 2005 non imponeva e indirettamente sconsigliava essendo nata, sull’onda dello scandalo Fazio, per limitare la durata del mandato dei Governatori della banca centrale. Quando il segretario del Pd, Matteo Renzi, dopo la maldestra mozione parlamentare anti-Visco, andava ripetendo che, pur pensandola in modo diametralmente opposto al premier, avrebbe rispettato le scelte di Palazzo Chigi sulla Banca d’Italia era fin troppo chiaro dove si sarebbe andati a parare. E così è puntualmente avvenuto.

Ma la sorpresa, al di là della nomina di Visco, resta forte e si riassume in una domanda, che serpeggia da giorni sulla scena politica e che si può esplicitare così: com’è possibile che un premier accorto come Gentiloni scelga per la Banca d’Italia la linea del continuismo malgrado in Parlamento non si trovi una sola forza politica rilevante disposta a difendere i ritardi e gli abbagli della Vigilanza bancaria di Via Nazionale che non hanno purtroppo evitato le crisi di quattro banche dell’Italia centrale e di due banche venete e che sono costate lacrime e sangue a migliaia di azionisti e risparmiatori di quegli istituti? E’ una domanda che forse non troverà una risposta immediata ma che non si esaurirà nella riconferma di Ignazio Visco alla guida della Banca d’Italia e che non potrà non avere effetti sia politici che istituzionali, ben al di là della prevedibile battaglia nella Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario.

Sarebbe banale rispondere che la legge affida il potere di nomina del Governatore della Banca d’Italia al Governo senza interferenze parlamentari, perché il Presidente del Consiglio è il primo a sapere che il Governo non vive sulla luna e che, pur esercitando la propria autonomia decisionale, di fronte a una scelta istituzionale di prima grandezza, non può ignorare e tanto meno snobbare il punto di vista del suo azionista di maggioranza (il Pd che lo sostiene) né quello dell’insieme delle forze politiche.

C’è chi dice che Gentiloni sia stato spinto allo strappo con Renzi da diversi motivi che si sono venuti accavallando forse al di là delle stesse intenzioni dei protagonisti in campo. La vulgata più diffusa interpreta la mossa del premier sulla Banca d’Italia come reazione inevitabile all’inopinata mozione anti-Visco del Pd e come risposta alle sollecitazioni del Presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, che non per caso ha stigmatizzato in Senato le “indebite pressioni” esercitate su Gentiloni per il ricorso ai voti di fiducia sulla legge elettorale. Di fronte a tutto ciò il premier non poteva non battere un colpo se non voleva schiacciarsi del tutto sulla linea più di lotta che di governo di Matteo Renzi. Tutte ipotesi interessanti ma, al pari della stessa continuità istituzionale che il Presidente Sergio Mattarella avrebbe discretamente suggerito, non pienamente convincenti né esaustive, perché di fronte alla palese inadeguatezza della Vigilanza bancaria i tatticismi politici lasciano il tempo che trovano.

Del tutto infondate appaiono anche le ipotesi sulla mancanza di autorevoli candidature alternative per la guida della Banca d’Italia, che esistevano sia dentro che fuori l’istituto di Via Nazionale e che non potevano certamente configurarsi come lesive dell’indipendenza della banca centrale. Qualcuno infine evoca il ruolo che le pressioni internazionali possono aver giocato sulla scelta di Gentiloni, al di là dei suggerimenti pro-Visco che possono essere arrivati dal presidente della Bce Mario Draghi che, per la verità, non fu ascoltato dal Governo Berlusconi quando sei anni fa promosse proprio Visco anziché Fabrizio Saccomanni a nuovo Governatore. Ma questo è un terreno insidioso perché, se non si conoscono con precisione nomi e cognomi, il richiamo a indistinte e sotterranee pressioni internazionali alimenta sospetti sgradevoli oppure diventa solo un comodo alibi per scelte interne difficili come quelle che riguardano la Banca d’Italia.

Molto dunque dovrà essere chiarito sulle ragioni vere che hanno spinto il premier a scegliere la riconferma di Visco alla testa della banca centrale ma due punti sembrano fin da ora ineludibili: il primo riguarda il governo e lo stesso Gentiloni e il secondo riguarda la Banca d’Italia.

È lecito pensare che lo strappo del premier sul Governatore non potrà non spingere il Pd e il suo segretario a considerare in quest’ultimo scorcio di legislatura il governo Gentiloni come un “governo amico”, cioè come un governo a cui si dà la fiducia ma anche no e a cui perciò si chiederà di pagare prezzi sempre più alti, a partire dalla manovra di bilancio, per meritarsi il consenso. Quanto al premier non si è ancora capito se il suo percorso di governo finirà in questa legislatura o avrà un dopo, ma nell’uno come nell’altro caso è difficile immaginare che i suoi rapporti con il segretario del Pd restino esattamente quelli di prima.

Circa la Banca d’Italia la riconferma di Visco si accoppia alla generale bocciatura della sua Vigilanza di fronte alle crisi bancarie di questi anni. Via Nazionale ha ragione nel ricordare che la sua azione ha evitato altre crisi, ma in questi casi l’albero che cade fa più rumore della  foresta che cresce e non basta a consolare i risparmiatori che hanno perduto fortune grandi o piccole che siano state. Sarebbe perciò ora che regole e persone cambiassero. E’ vero che le regole di Vigilanza di Via Nazionale spesso discendono dalla mutevole, asfissiante e contradditoria Vigilanza della Bce ma ciò non toglie che, anche nella loro applicazione nazionale, esse siano barocche e spesso inefficaci, troppo attente ai formalismi e poco alla sostanza, salvo quando i buoi sono già scappati dalla stalla. Ai tempi del Governatorato di Antonio Fazio bastava pensare a un famigerato banchiere come Gianpiero Fiorani per capire come la Banca d’Italia, nonostante il dissenso di qualche voce coraggiosa, avesse completamente perduto la giusta rotta.

In tempi più recenti la Vigilanza della Banca d’Italia ha individuato come il possibile salvatore della Banca Etruria prima e della Veneto Banca poi l’artefice primo del disastro della Banca Popolare di Vicenza, quel Gianni Zonin che oggi la magistratura mette sul banco degli imputati. Non occorreva essere gli Einstein della Vigilanza bancaria per sapere chi era Zonin e chi non lo ha capito per tempo ha preso lucciole per lanterne. Ora, dunque, tocca a Ignazio Visco, che è un galantuomo e una specchiata persona, fare la sua parte come la riconferma gli impone: non basta una levata di capo, cacci in fretta chi ha sbagliato e lo faccia senza guardare in faccia a nessuno. I risparmiatori gliene saranno sicuramente grati.

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