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Il destino di Rcs è nel duello tra Fiat e Della Valle ma l’arbitro sarà Bazoli

Faites vos jeux. Ieri, ultimo giorno utile per esercitare i diritti d’opzione, i giocatori hanno schierato le proprie forze sul tappeto verde di Rcs Media Group, in attesa di rastrellare le ultime fiches da martedì, quando sarà possibile acquisire i diritti non esercitati dai soci delusi e scottati dalle perdite degli ultimi esercizi di via Solferino, azzoppata dalla crisi generale e dalla spagnola in particolare.

Affrettatevi perché, alla fine della prossima settimana, risuonerà probabilmente il fatidico Rien ne va plus. Almeno in Piazza Affari, perché la partita del gruppo editoriale che controlla il Corriere della Sera si gioca su tanti tavoli, dalla politica al grade business, passando per lo sport. Già, perché per capire lo stato dell’arte della sfida merita guardare al grande freddo tra Fiorentina e Juventus, piuttosto che alle consuete sparate di don Diego Della Valle contro l’odiato John Elkann, in arte Jackie, che veleggia per mari al fianco di Giovanni Soldini. I due club, già divisi dall’affaire Jovetic (che Della Valle venderà a chiunque purché non vesta maglie bianconera), oggi battagliano addirittura su Storari, la riserva di Buffon, che potrebbe trovare un buon ingaggio a Firenze, ma incontra il veto torinese. 

Per carità, la sfida sul Corriere, che resta uno degli aghi più sensibili del potere reale nel Bel Paese, va assai al di là della sfida calcistica, altro elemento chiave del soft power di casa nostra. Anche se la Gazza è un’arma potente per chi vuol puntare (o difendere) la leadership italiana. Eppoi, a giudicare dall’andamento del titolo in Borsa (un pallido -0,6%) si ha l’impressione che, in attesa di un’eventuale roulette o di un derby all’ultimo rigore, sia andata in scena ieri una partita a scacchi: la Fiat in arrocco, mister Tod’s in manovra con cavalli ed alfieri in attesa di un passo falso della Regina. Ma diamo uno sguardo alla scacchiera.

IL RUOLO DI MEDIOBANCA E INTESA 

Per ora Fiat, con il 20,135% del capitale, è saldamente in testa nella mappa dell’azionariato. Diego Della Valle, che ieri ha sottoscritto tutti i suoi diritti, conta solo sull’8,81%, ma ha già anticipato la sua disponibilità ad acquisire diritti inoptati o quote di soci in uscita per salire oltre la quota dei rivali. L’obiettivo, però, è di creare una squadra di 5-6 azionisti, ciascuno con una quota attorno al 10%, da contrapporre alle presunte mire egemoniche di Fiat, che si accontenterebbe (si fa per dire) del primato incontrastato nel patto di sindacato che oggi governa il gruppo. Con l’attuale quota, infatti, il Lingotto ha in mano circa un terzo delle quote sindacate, cosa che garantisce l’ultima parola nella stanza dei bottoni. 

Ma la strategia torinese si scontra con un grosso ostacolo: Mediobanca. L’istituto ha annunciato di aver sottoscritto la sua quota di spettanza, portando la sua partecipazione al 15,1%. Ma Alberto Nagel ha ripetuto più volte l’intenzione di dar la disdetta il più velocemente possibile al patto di sindacato e di voler procedere ad una cessione dei titoli.

Messa così, la decisione di scendere in campo di Diego Della Valle dopo un incontro con i vertici di Mediobanca (e Intesa) sembra preludere a una prossima svolta. Mediobanca, assieme agli alleati, Marco Tronchetti Provera che controlla il 5,3%, Fonsai (5,462%) e Italombiliare (3,75%) non chiudono al disegno di Della Valle: aprire il capitale a gruppi vecchi e nuovi da coinvolgere sulla base di un nuovo piano industriale più ambizioso e dirompente di quello messo a punto da Pietro Scott Jovane, scelto a suo tempo su indicazione di John Elkann al posto di Antonello Perricone, pedina di Luca di Montezemolo e dello stesso Della Valle. 

Alberto Nagel, probabilmente, non intende reggere all’infinito lo status quo attuale: la Fiat, insomma, dovrà farsi carico di nuove proposte che alleggeriscano l’onere di piazzetta Cuccia. La parola finale, al solito, spetterà però a Giovanni Bazoli. Banca Intesa, come ha assicurato Enrico Cucchiani, farà a sua parte, facendosi carico dell’aumento Rizzoli sia come azionista che come pilastro del consorzio di garanzia. 

Non solo. Gli eredi di Giuseppe Rotelli non potranno che appoggiarsi alla Banca di sistema, grande finanziatrice del re degli ospedali. Perciò sarà al solito Giovanni Bazoli il vero ago della bilancia. Difficile, anzi impossibile che il Professore intenda consegnare via Solferino ad un solo azionista o comunque ad un nucleo duro che rappresenti un solo fronte culturale e politico. Ma anche lui si rende conto che non si può più prescindere da una leadership industriale forte, pena il disastro finanziario. 

BASTA PAELLA, MEGLIO LO SPEZZATINO

Insomma, attorno alle sorti del gruppo editoriale c’è tanta nebbia fuori stagione. Solo la prossima settimana si capirà chi e in quale misura intenderà puntare su un eventuale en plein. Le posizioni dei giocatori, al proposito, sono ben diverse. Quasi tutti gli azionisti vantano prezzi di carico modesti e, soprattutto, non hanno certo investito più di quanto ricavato dai dividendi degli anni buoni. Fa eccezione Diego Della Valle, l’unico che, ai tempi, rispose all’invito di Bazoli di comprare azioni per difendere il controllo dalla scalata di Ricucci. L’unico, perciò, che si ritrova a carico titoli pagati fra le 15 e le vote i valori attuali. Logico che mister Tod’s voglia giocare una partita che gli permetta di recuperare qualcosa o, quantomeno, di esercitare un potere pari ai sacrifici finanziari sostenuti. 

La strategia del gruppo Agnelli è ancor più comprensibile. Tra poche settimane (o forse meno) si completerà il capolavoro di Sergio Marchionne: le nozze Fiat-Chrysler. Allora il Lingotto, che ha già avvertito il ministero dell’Economia, procederà al trasloco della nuova società in quel di Amsterdam (dal punto di vista legale), Wall Street (Borsa principale) e Detroit (principale quartier generale di un’azienda globale). 

A quel punto, il gruppo Agnelli dovrà procedere ad una diversificazione degli investiment nel solco della tradizione storica della famiglia. E’ evidente che le teste d’uovo di Exor, dopo aver liquidato la quota in Sgs, hanno scelto l’editoria: Rcs, ma anche La Stampa oltre all’alleanza con Murdoch per crescere nei media. Qualcosa che ricorda da vicino la strategia utilizzata da Umberto Agnelli ai tempi della costituzione del polo agroalimentare: prima lo sbarco in un gruppo del calibro di Galbani, poi l’alleanza con Antoine Riboud in Bes Danone. Oggi il copione si ripete con Newscorporation. 

Certo, l’editoria è un nervo assai più sensibile degli yoghurt. Ma a questo c’è rimedio. Fiat, che avrà anche passaporto Usa, cederà al momento giusto le sue partecipazioni alla finanziaria Exor. L’asse con Murdoch potrebbe essere cementato dalla cessione di Marca, il principale quotidiano sportivo in Spagna o da qualche jv, si spera più fortunato del tentativo di scalata alla Formula 1 messo a punto da Elkann e James Murdoch. Lo spezzatino potrebbe essere completato dalla divisione delle sorti del Corriere da quelle della Gazzetta. E qui potrebbe tornare in gioco Della Valle. Ma attenzione: qui si entra per davvero nella fantascienza. Terreno pericoloso e comunque futile, perché in casa Rcs la realtà superare sempre e da sempre la fantasia. 

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