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Gli armeni, la solitudine di Wegner e i genocidi del Novecento

Ho sentito molto parlare, anni addietro, in Armenia, nella nordica Repubblica di Armenia, di Armin Wegner. Un nome ben presente sulla Collina delle rondini, vicino alla capitale Yerevan, dove si trovano il Memoriale e il Museo del Genocidio che, negli anni, ho più volte visitato. Ho potuto vedere il Giardino dei Giusti, dove sono stati piantati alberi che ricordano le persone che per gli armeni si sono, in vario modo, adoperate. Che hanno preso posizione, pubblicamente, a favore della causa armena. Non importa che lo abbiano fatto senza successo. Ho visto il Muro della memoria, che racchiude la cenere o la terra tombale dei giusti. Vi sono conservate anche le ceneri di Armin Wegner.Con quelle dell’ambasciatore Usa Henry Morghentau, autore di una significativa autobiografia, con quelle dello scrittore Franz Werfel, autore del celebre romanzo I quaranta giorni del Mussa Dagh, con le ceneri di tanti altri.

Ho poi conosciuto e più volte incontrato, nel corso del 2015, nelle varie occasioni in cui si è ricordato, a Roma, il genocidio armeno, Michele o Mischa Wegner, figlio di Armin. Un secondo figlio, poiché era nata prima di lui, dalla prima moglie del padre, Lola Landau, Sibylle. Una sorella, ha spiegato, Mischa, con la quale è sempre andato d’accordo, anche se lui ha sentito forse più di lei e ancora sente l’obbligo morale di occuparsi della figura del padre. Dell’Armenia, della sua tormentata storia mi sono a lungo interessata. Ne ho scritto su riviste scientifiche. Ho pubblicato libri in merito. L’ultimo, intitolato L’Armenia, gli armeni, uscito con la casa editrice Guida di Napoli, nel 2015, è stato presentato a Roma durante una settimana di attività intese a ricordare il centenario del genocidio, giornate volute dall’Ambasciata dell’Armenia, dall’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi (ICBSA) del Ministero dei Beni Culturali, dai sociologi della religione dell’AIS, Associazione Italiana di Sociologia.

Quando mi telefona Fiorella Leone per chiedermi se vorrei fare da moderatrice alla presentazione, presso la Casa della Memoria e della Storia, del libro di Gabriele Nissim, La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento (Mondadori 2015), accetto con piacere. Il libro lo conosco bene. Lo avevo letto con grande attenzione, ne avevo accennato durante la XXII Summer School organizzata dal Centro Internazionale di studi sul Religioso Contemporaneo con l’AIS, Associazione italiana di Sociologia-Sezione di Sociologia della Religione, tenutasi a S. Gimignano e a Tavarnelle a fine agosto 2015. Una iniziativa curata da Arnaldo Nesti che aveva organizzato il consueto appuntamento annuale sul tema Il senso del vivere oltre le nuove solitudini, con il determinante aiuto di Giuseppe Picone. In quella occasione avevamo organizzato anche una mostra fotografica con 19 impressionanti foto di Armin Wegner, gentilmente concessedalla casa editrice tedesca Wallstein Verlag-Germania, ottenute grazie al figlio di A. Wegner che ne aveva caldeggiato il prestito. Accanto a queste storiche foto di Wegner, altre 40 scatti dell’Armenia di oggi, mie e di qualche amico. Non solo. Il maestro Maurizio Redegoso Kharitian, virtuoso di violino e viola, aveva suonato per noi musiche di Bach, di Komitas Vartabed, del famoso Gurdjieff, di Chachaturjan, nella chiesa di S. Bartolo, la sera del 26 agosto. Al pomeriggio dedicato all’Armenia era intervenuto l’ambasciatore Sarkis Ghazaryan, oltre alla storica Gabriella Uluhogian, alla pittrice e scrittrice Sonya Orfalian. E altri.

Avevo inaugurato la mostra qualche ora prima del concerto, parlando di Armin Wegner e delle sue foto. Scattate in anni in cui non esisteva ancora il digitale; rese note, fatte vedere in pubblico e anche in buona parte pubblicate in anni insospettabili. Un documento storico, quindi. Una vera e propria fonte, per gli studiosi. Anche se da subito erano state oggetto di insinuazioni e dinieghi da parte turca. Ma non era tanto questo ad essere preoccupante, ai miei occhi, quanto alcuni fatti che emergevano dalla lettura del libro di Nissim. Un Nissim noto, oltre che come giornalista e saggista, per avere pensato all’apertura di Gariwo, la foresta dei giusti, in cui come ho accennato si ricordano persone che si sono espresse e hanno preso posizione contro i genocidi e i totalitarismi. Lo stesso Nissim è stato il promotore della Giornata europea dei giusti, istituita il 10 maggio 2012 dal Parlamento europeo, come riporta la terza di copertina. Wegner emerge dalla lettura di questo libro come un idealista, certamente. Ma forse anche, contemporaneamente e in maniera contraddittoria, come un uomo che aveva tenuto conto del clima politico, almeno per quanto riguardava la questione armena. Nissim chiarisce infatti e documenta il fatto che il giovane Wegner era rientrato dal periodo trascorso in Turchia come ufficiale sanitario con la VI armata, agli ordini del feldmaresciallo von der Golz, in una Turchia quindi dove aveva visto da vicino la situazione tremenda in cui versavano gli armeni, deportati verso il nulla. Eppure, aveva taciuto, per ben tre lunghi anni. Verso il nulla, perché come è noto non esisteva alcuna volontà, alcun piano di reinsediamento, né ci sarebbe stata alcuna ragione per questo spostamento, al di fuori di una volontà di persecuzione e annientamento. Esiste anzi un film di Carlo Massa, che ha per titolo: Destinazione il nulla. Il testimone, il cui titolo esplicita questa realtà. Un filmato che ho presentato da poco in questa stessa sede. Nel film, Pietro Kuciukian, che molto ha scritto su quanto è occorso agli armeni, sulla vita dei superstiti, cerca le tracce di Wegner padre. Mischa (Michele), il figlio di Wegner, molto presente anche lui nel filmato di C. Massa, porta con sé una parte delle ceneri paterne in Armenia, perché vengano inumate con quelle degli altri giusti. Un’altra parte è stata dispersa nello Stromboli, come da volontà di Armin. Che, come dicevo, tace, inizialmente, su questi fatti atroci che pure ha indubbiamente visto con i propri occhi e che ha documentato. Farà passare ben tre anni senza parlarne, senza far conoscere in pubblico le immagini riprese. Immagini di armeni morti di fame e di stenti, uccisi dal tifo petecchiale. Cadaveri ammucchiati uno sull’altro, abbandonati sul ciglio di una strada. Ossa.

Nel frattempo A. Wegner aveva scritto semmai osannando la rivoluzione dei Giovani Turchi. Aveva scritto in tono altamente elogiativo di von der Golz, il suo comandante, morto anche lui di tifo. Che, come in genere i tedeschi presenti in Turchia, aveva visto quanto stava accadendo ma non aveva fatto nulla per impedirlo. Wegner, una volta rientrato in Germania, parlerà di lui in tono elogiativo, pubblicamente. Sappiamo da Nissim che Armin Wegner, nel 1917 mostra vari interessi. Si dedica ad esempio a una raccolta di poesie, si interessa al paesaggio, da ecologista sui generis. Si interessa, con convinzione, di libertà sessuale: e sarà in effetti sempre pronto a mettere in pratica i suoi assunti teorici in merito, poiché apprezza decisamente le donne. Le capisce, ha successo. Quando conosce Lola Landau, lui ha una relazione con una studentessa. Lola è sposata con un altro. Divorzierà, sposerà Armin. Che non per questo rinuncerà ad altre avventure. Entrato nell’Istituto Orientale tedesco e nella redazione del bimestrale «Der Neue Orient», del Ministero degli Affari Esteri, Armin si vede affidato il compito di difendere la politica estera del Paese. Un compito che non gli dispiace: ama decisamente la Germania. In futuro, rifiuterà sempre di scrivere di certi argomenti, come ad esempio della Shoah, proprio per non dover prendere posizione contro la Germania. Non solo. Sempre nel 1917, apprendiamo, collaborerà con la Deutschtürkische Vereinigung, associazione con sedi a Berlino e ad Istanbul, dedita all’alleanza turco-tedesca. Nel cui comitato d’onore troviamo i nomi del primo ministro Talaat Pascià, del ministro della Guerra Enver Pascià e del ministro della Marina, Djemal Pascià: i tre principali responsabili del genocidio armeno. L’anno successivo poi, nel 1918, inizierà a scrivere con lo pseudonimo di Tarik per «Der Neue Orient», collaborazione che andrà avanti fino al 1920. Lui – nota Nissim – scrive dei luoghi del genocidio: ma come non vi fosse mai stato. Come non avesse visto quanto era accaduto. Anzi, celebra alcuni leader dei Giovani Turchi. Esalta anche Jambolat Bey, fido di Taalat Pascià, che verrà poi arrestato nel 1930 e trasferito in Inghilterra per essere processato. Contemporaneamente, partecipa a movimenti pacifisti. Non solo: il 9 febbraio 1918 Armin Wegner terrà a Breslavia una relazione articolata e complessa, di circa cinquanta pagine. Corredata da circa un centinaio di diapositive. In sostanza – scrive Nissim – si tratta dell’esaltazione dell’alleanza turco-tedesca. Wegner sottolinea la causa comune contro il nemico inglese. Non si parla, in questa occasione, di armeni. Si parla di profughi. E del tradimento da parte della popolazione di confine con la Russia, vicino a Van e ad Erserum, da cui la necessità della deportazione: come se le vittime armene fossero in parte almeno responsabili di quanto occorso. Non solo: Armin Wegner elogia la misericordia del governo turco, che cerca di alleviare le sofferenze dei profughi, di distribuire loro pane, altro cibo. Una conferenza che verrà poi ripetuta in onore del feldmaresciallo von der Goltz, in un lungo viaggio propagandistico. Poi, a fine anno, il 30 ottobre, si firma l’Armistizio di Mudros. Seguirà la fuga dei responsabili dello sterminio degli armeni. Wegner aveva da poco scritto una esaltazione di Taalat Pascià, dipinto come una sorta di nuovo Bismark che stava portando all’emancipazione settanta milioni di musulmani. Solo il 25 novembre scriverà un pezzo per «Der Neue Orient», in cui ammette che i tedeschi erano, effettivamente, al corrente di quel che era successo. Nissim commenta dicendo che ad Armin Wegner era occorso tempo per elaborare quanto aveva visto. La rimozione comunque, almeno per quanto riguarda Wegner (non la Turchia), d’ora in poi avrà fine. E infatti nel gennaio 1919 Wegner pubblica una raccolta di riflessioni sul fronte, dal significativo titolo: La via senza ritorno. Un martirio in lettere. Ed è la prima volta che vi si parla di ‘colpa di una nazione’. Poi, il 19 marzo del ’19 tiene una conferenza su La deportazione degli armeni nel deserto. Parla nella Sala convegni della Società per la divulgazione scientifica Urania. Si presenta come testimone. Ha con sé molte diapositive. Il pubblico ascolta, vede. L’impatto è enorme. Ci sono però anche, da subito, critiche, dubbi. Rabbiose polemiche. Perché, tre anni dopo? E le foto? Tutte sue, tutte riguardanti gli armeni? Forse no. Certamente, fossero sue, fossero vere, sarebbero un durissimo atto di accusa Come lo saranno quelle provvidenzialmente fatte eseguire da Dwight Eisenhower all’apertura dei campi di sterminio, al termine della seconda guerra mondiale – nota a ragione Nissim. Emergono, in questa conferenza, questioni importanti: quella del cosiddetto confine interno; quella dell’impotenza del male, visto che anche nella peggiore delle circostanze resta comunque l’anelito alla libertà. Oggi lo storico armeno Tigran Sarukhanyan chiama in causa la decisione di ospitare le ceneri diArmin Wegner nel Memoriale armeno vicino Yerevan. Lo accusa di avere tardato a parlare per timore di esporsi. Avrebbe atteso, dice lo storico, l’avvento della Repubblica di Weimar per evitare le conseguenze della sua denuncia. Accenno appena a questi problemi, inaugurando la mostra fotografica a S. Gimignano, a fine agosto 2015. Dove viene distribuita una mia scheda su Armin Wegner. Mi soffermo sulle foto, sul loro terribile impatto. Sul loro valore storico e sui tentativi di diniego da parte turca. A Roma, a distanza di qualche mese, alla Casa della Memoria e della Storia, in occasione della presentazione del libro di Nissim, La lettera a Hitler, tenutasi il 21 gennaio del 2016, do la parola per prima alla storica Anna Foa, che è stata come me docente alla Sapienza. Studiosa della Shoah, Anna ha da pochi anni pubblicato un bel libro con la casa editrice Laterza, Portico d’Ottavia 13. Si tratta della storia di una casa del ghetto storico di Roma e dei suoi abitanti, del rastrellamento del 1943.

La Foa parla di Armin Wegner come di una figura per certi versi contraddittoria. Accenna al suol ungo silenzio con riguardo alle vicende tragiche degli armeni. Già così il suo discorso attira l’attenzione degli astanti, apre possibilità di confronto e discussione. Ma lei non si limita a questo. Parla anche di un altro scomodo tema, quello cioè della importanza, della necessità di paragoni e accostamenti tra i diversi genocidi che hanno funestato e caratterizzato il XX secolo. Ci vorrebbero più studi comparativi, dice. Non so se gli astanti si rendano conto della posizione di rottura di Anna Foa con riguardo alla Shoah, fino ad ora in genere ritenuto un fatto unico, a sé stante, assolutamente non paragonabile ad altri. E non senza qualche ragione, se si considera l’impiego di tecnologia, la razionalità formale, la programmazione che stava dietro ai rastrellamenti, all’arrivo dei treni nei campi, allo svuotamento dei vagoni ecc., su cui si era soffermato l’esemplare filmato di Claude Lanzman, Shoah. Un tema ben presente ne La tentazione dell’oblio di Franco Ferrarotti, a suo tempo pubblicato dalla casa editrice Laterza (1993). La cattiva coscienza dell’Europa non era stata estranea a questa forte sottolineatura dell’unicità della Shoah, nonostante la consapevolezza dello sterminio toccato anche ai rom, a persone con handicap, ad avversari politici e a tanti altri. Ma è da poco che il tema del porrajmos, del genocidio dei rom, viene emergendo. Certamente è la prima volta che sento una storica ebrea parlare in termini di somiglianza e analogia della Shoah con altri genocidi: a mia volta confermo che l’idea era venuta anche ad alcuni sociologi e che ad essa si stava lavorando. Milena Santerini, parlamentare e docente all’università Cattolica di Milano, riprende il tema della Giornata da dedicare ai giusti, cosa suggeritale da Nissim e su cui lei si sta impegnando perché la trova un’ipotesi di particolare interesse nella misura in cui quando si parla dei ‘giusti’ si parla di uomini e donne– dice. Non di eroi. In questa serata lei per prima e poi lo stesso Nissim sottolineano questo concetto. Nissim anzi interviene a lungo chiarendo che Wegner lo ha interessato proprio per alcuni elementi contraddittori nella sua vita. Ricorda ad esempio, oltre al ritardo con cui ha reso pubblico il genocidio armeno, la sua lettera a Hitler, che dà il titolo al libro. Perché Wegner, che nel frattempo ha sposato Lola Landau, ha fatto un lungo viaggio in Russia, che lo ha molto interessato. Ammira l’organizzazione del lavoro, il tentativo di superamento della mentalità piccolo borghese. Ma nutre dubbi per il dogmatismo imperante, per la crudeltà, per i maltrattamenti, per l’antiebraismo. Scriverà nel 1928 a M. Gor’kij, più volte, anche inviandogli una lista di 94 detenuti: vorrebbe che lui intervenisse in merito. È assolutamente scandalizzato per il trattamento riservato a Trockij, per la negazione di ogni dissenso. Al suo ritorno a Berlino Wegner pubblica il diario di questo viaggio. Con il risultato che in patria passerà per un comunista illuminato, mentre in Russia non riuscirà neppure a farlo pubblicare. Armin Wegner in realtà – scrive Nissim – cambia idea in merito alla Russia, per quanto ha visto e toccato con mano: dopo aver rigettato il comunismo sembrerà accettarlo, anche se tra tormenti e lacerazioni. Monta intanto, in Germania, l’antisemitismo. Lola, ebrea, avverte immediatamente il pericolo. Siamo al 1933. Ne discute con il marito. I figli di lei hanno problemi a scuola, i fornitori si rifiutano di vendere loro il cibo, la domestica si licenzia; persino là dove vanno da anni, vicino a un lago, la gente si mostra ostile: Armin pensa che tutto si risolverà con il ritorno a Berlino. Ma anche a Berlino vi sono scritte antiebraiche.

Anche a Berlino si ha il boicottaggio dei negozi ebrei. Saccheggi. Il 20 aprile Armin scrive una lettera a Hitler (il testo integrale è riportato alla fine del libro, con un’altra sua lettera al presidente americano Wilson, del 23 febbraio 1919, pro armeni). Scrive per difendere l’onore della Germania, convinto che Hitler potrà utilmente intervenire: gli spiega che gli ebrei sono parte integrante della Germania, che sarebbe una macchia indelebile per la Germania, se le persecuzioni dovessero andare avanti. Confida che Hitler, da lui edotto di quanto sta accadendo, possa utilmente intervenire, per il bene della Germania. Gli ricorda, tra l’altro, quel che era accaduto in Spagna, a suo tempo, con l’espulsione degli ebrei: dovesse ripetersi un qualcosa del genere, la Germania ne avrebbe un grande danno economico. Scrive in data 20 aprile: il 10 maggio vengono bruciati in piazza più di ventimila libri, tra cui quelli di Wegner. Il 16 agosto egli sarà arrestato. E quindi denudato, picchiato, frustrato. Preso a secchiate d’acqua. Finirà in campo di concentramento (ne vedrà tre, in tutto). Tutto ciò rafforza, in qualche modo, il suo amore per la Germania. Si comincia intanto a parlare di divorzio: Lola pensa che sarebbe meglio per lui prendere le distanze da una moglie ebrea. Ma intanto lui scrive –siamo al 9 novembre del ’33 – un Memoriale difensivo. E il 26 dicembre, quindi dopo vari mesi di detenzione, sarà liberato. Nissim afferma nel libro e lo dice anche nella presentazione a Roma, che probabilmente Armin, per ottenere la scarcerazione, avrà firmato una qualche abiura: non si sa. Non è certo ma è probabile. Il 1934 si rivela un anno di incertezze. Armin è libero, viene ammesso nell’Unione degli scrittori del Reich, gli viene notificato che non ci sono più sospetti nei suoi confronti. Riavrà i libri già sequestrati; rientrerà in possesso di una amata casa sul lago. Lui pianifica il rientro in Germania di Lola che da tempo, saggiamente, viaggia per cercare fondi per l’emigrazione degli ebrei. A Londra gli propongono di restare, di finire il libro sugli armeni: lui rifiuta perché provocherebbe ondate di odio contro la Germania. Rientreranno in Germania, i coniugi Wegner, con la figlia Sibylle. Il 1935 è l’anno delle leggi di Norimberga, della decisione di Lola di andare in Palestina con la figlia. Nella serata romana Nissim sottolinea la saggezza della decisione di lei; che verrà attuata nel ’36. Lei vorrebbe che Armin la raggiungesse. Lui, che lei tornasse in Germania o che almeno venisse in Italia: insieme potrebbero facilmente fare viaggi in Germania. Per fortuna, lei rifiuta di lasciare la Palestina. A dicembre Armin è in Italia, con tutta la sua roba, con gli amati libri. Ha ritrovato un vecchio amore, Irene Kowaliska, che a Vietri è titolare, all’epoca, di una fabbrica di ceramiche. Si scambieranno visite (lui è a Positano). Nel ’38 si giunge al divorzio da Lola. Che resta comunque in buoni rapporti con l’ex marito: che le scriverà, il 24 luglio del ’39, per dirle di essersi accordato con l’ambasciata tedesca e di essere stato riabilitato, tanto da divenire membro dell’Associazione nazionalsocialista del Reich in Italia. Un fatto formale, spiega. A fine anno nascerà da Irene Mischa, che più tardi sarà riconosciuto dal padre. Nissim ricorda diffusamente questi avvenimenti, nel libro. Più rapidamente a Roma. E conclude dicendo che Armin Wegner è, a suo parere, un giusto. Un tipico giusto. Vale a dire un uomo. Qualcuno che si sbaglia, che fa errori interpretativi, che può avere comportamenti ambigui. Ma che, nel caso specifico, interviene contro i totalitarismi: quello russo, quello hitleriano antiebraico. Quello turco che ha voluto dire il genocidio degli armeni. Ed è intervenuto pubblicamente. Non un eroe, ma un uomo. Mischa Wegner, seduto alla mia destra, chiede la parola. Lo conosco come una persona profondamente gentile. Certamente ha ereditato dal padre un grande idealismo. Mi preoccupa la sua reazione, di fronte a questa sorta di dissacrazione della figura del padre. Ma egli prende pacatamente la parola. Nissim – dice – ha lavorato molto per creare un libro in cui suo padre è in qualche modo celebrato. Oggi ha speso invece parole per dimostrare che era un uomo comune, che ha avuto ragionema anche torto. Che non è un eroe ma un giusto. Bene, lui, Mischa Wegner, è d’accordo con questa visione. Suo padre è stato certamente un uomo, non un eroe. Un uomo con le sue paure e il suo coraggio. Con le sue contraddizioni ma anche con le sue pubbliche prese di posizione.

Apriamo il dibattito. Il tema dominante, da subito, è quello della giornata da dedicare, eventualmente, ai giusti. È il caso di chiederla? Ha ragione a porre questa istanza, Milena Santerini? si interroga una signora in sala. Il pubblico è diviso, anche se lei respinge con forza l’ipotesi, sostenendo che le giornate dedicate a questo e a quel tema sono anche troppe. Che dopo qualche anno se ne perde il significato originario e il tutto si trasforma in uno stanco rituale.

In effetti in rete proprio in questi giorni è presente un’ampia gamma di pareri in merito alle giornate dedicate alla memoria, con posizioni diversificate che vanno da quelle di chi trova che della Shoah si è fin troppo parlato e che la giornata del ricordo ha perso significato negli anni, alle tesi di chi invece ne sottolinea il senso e l’importanza, l’aiuto per la trasmissione della memoria alle nuove generazioni. Impossibile risolvere un tema complesso come questo in pochi minuti: bisognerebbe riprendere in un altro momento questo dibattito. Mi rivolgo quindi alla esponente della Casa della Memoria e della Storia presente, chiedendole di ricordarsene, se possibile, nella futura programmazione. Il pubblico, che ha seguito con vivo interesse, che ha partecipato al dibattito da diverse posizioni, con una certa veemenza, sembra molto contento. Veniamo tutti vivamente ringraziati. Credo che quello che è stato percepito sia stato l’interesse profondo che noi tutti avevamo per la tematica trattata. Perché in effetti Armin Wegner è un personaggio interessante e contraddittorio. O forse interessante proprio in quanto si tratta di un uomo con tutte le sua contraddizioni. Un uomo quindi più vero, più credibile di certi personaggi mitizzati, di certi eroi di cui non si conoscono esitazioni, debolezze. Il libro è quindi interessante e si legge facilmente, un po’ per la curiosità che suscita la figura di Armin Wegner, un po’ per lo stile narrativo scorrevole cui ricorre l’autore. Che tra l’altro mette in campo inizialmente e a lungo, per parlare di Wegner, un personaggio a lui estraneo. Il libro si apre infatti in uno scenario romano, in cui una ventenne Johanna cerca un lavoro e a questo scopo legge gli annunci sul «Messaggero». Risponde a quello di uno sconosciuto Armin Wegner che sta cercando una segretaria. Va a casa di lui, a Via dei Quattro Venti 104. Si mettono d’accordo. E lei inizia a conoscere lui, la moglie Irene, il figlio Mischa. Batte a macchina le sue lettere, indirizzate per lo più alla figlia Sibylle, a una certa Lola Landau che sta in Israele e ad altri sconosciuti. Poi, un giorno, Armin le fa una richiesta atipica: quella di ribattere una lettera che lui aveva inviato a Hitler nel 1933. La ragazza ascolta con scetticismo le spiegazioni che Armin, richiesto di chiarimenti, le dà: vuole che venga pubblicata in Germania. No, non è scritta adesso, l’ha scritta allora, nel 1933. Che fine aveva fatto, all’epoca, la lettera? Non lo sa. Non può saperlo. Quel che sa con certezza è di essere stato arrestato, con tutte le conseguenze del caso, pochi giorni dopo averla inviata. Lei, Johanna, pensa subito a un millantatore. Ribatte comunque la lettera, cui lui apporta continui, piccoli miglioramenti. La ricopia in centinaia di copie: Armin vuole spedirla ai giornali tedeschi, ad amici, ai politici. Poi, Johanna rientra in Germania, segue i corsi all’università. Dimentica l’esperienza romana. Passano gli anni e arriva il momento della richiesta della tesi di laurea. Dieci anni dopo aver fatto da segretaria a Wegner, lei, spinta dal suo docente, che la ritiene fortunata per questo recuperabile contatto, si ritroverà a parlare con Wegner, a registrarne i ricordi per la tesi. E per buona parte del libro lo scrittore Nissim utilizza la voce di Johanna, le sue supposte reazioni, i suoi ragionamenti per interpretare le vicende di Armin. Perché lei ne ha scritto,  esiste in effetti una sua pubblicazione su A. Wegner, in tedesco. Qui comunque, in questo libro, Nissim attribuisce evidentemente a lei pensieri, reazioni, dubbi che sono i propri. E infatti a un certo punto del libro, Johanna scompare. In conclusione, un libro ben documentato, attento. Non agiografico. Trecento quattro pagine che raccontano la vita, l’opera, il pensiero di un Armin T. Wegner che campeggia sulla copertina, in divisa, il volto ancora giovanile, lo sguardo intento a scrutare un qualcosa che non possiamo vedere. Forse, i genocidi del Novecento. Una pubblicazione che rappresenta uno dei frutti positivi del 2015, l’anno del centenario del genocidio armeno, che ha visto molte nuove pubblicazioni destinate a rendere sempre più difficile un disconoscimento di quanto è, all’epoca, accaduto sotto gli occhi distratti di tutta l’Europa.

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