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Fininvest, Pirelli, Tim e Stellantis: tutte le incognite sul futuro prossimo del capitalismo italiano

Imagoeconomica

In pochi giorni per almeno quattro grandi gruppi del capitalismo italiano molto è cambiato e chissà cosa succederà. Prima la scomparsa di Silvio Berlusconi, poi l’adozione della Golden Power per Pirelli, quindi lo scacco del management italiano di Tim ai francesi di Vivendi, infine la crescente pressione politica e sindacale su Stellantis perché si tuteli l’interesse italiano con l’ingresso nel capitale dello Stato attraverso Cdp. Per fortuna il capitalismo italiano non si esaurisce in questi quattro grandi gruppi e la crescita delle medie imprese familiari insieme a quella dei grandi gruppi pubblici, senza dimenticare le banche e le assicurazioni, ne ha progressivamente cambiato la natura. Ma non c’è ombra di dubbio che il futuro di Fininvest e soprattutto di Mfe, come ora si chiama la società europea che riunisce le tv berlusconiane, quello di Pirelli in regime di Golden Power, quello di Telecom Italia (oggi Tim) alle prese con la cessione della rete con il dissenso del suo primo azionista (Vivendi) e quello di Stellantis, su cui si affaccia un variegato stormir di fronda, siano un passaggio cruciale che difficilmente lascerà tutto come prima.

Fininvest: che cosa dirà il testamento di Silvio e chi avrà la maggioranza?

I riflettori sono ovviamente concentrati sul testamento di Silvio Berlusconi, sulla ripartizione del suo ingente patrimonio e soprattutto sugli effetti sugli assetti azionari della Fininvest, la holding guidata da Marina Berlusconi che controlla le quote azionarie in tre società quotate: il 47,9% di Mfe (Mediaset for Europe che raccoglie le partecipazioni nelle tv, in Mediaset anzitutto, ma anche in Mediaset Espana e nella tedesca Prosiebensat), il 53,3% della Mondadori e il 30% della Banca Mediolanum. Silvio Berlusconi deteneva il 61,21% di Fininvest nella quale sia Marina che Piersilvio Berlusconi – i figli di prime nozze – hanno ciascuno il 7,65% del capitale e Barbara, Eleonora e Luigi – i figli di seconde nozze avuti da Veronica Lario – il 21,4% diviso in tre quote paritetiche. Berlusconi non ha mai detto come sarebbe stato distribuito il suo 61,21%: in parti eguali tra i cinque figli oppure no? Se la divisione fosse in parti eguali e non controbilanciata da altri asset del patrimonio, la maggioranza di Fininvest finirebbe in mano ai 3 figli di seconde nozze che potrebbero detenere il 58% del capitale, e cioè la maggioranza di Fininvest contro il 40% circa dei 2 figli di prime nozze che attualmente hanno gli incarichi operativi più importanti. Finora i cinque figli di Berlusconi sono sempre andati d’accordo ed è verosimile pensare che Silvio abbia fatto preparare con cura dai suoi notai il testamento per evitare scossoni nelle società, ma finché non si conoscerà il contenuto non ci sono certezze assolute e la Borsa attende con trepidazione.

Pirelli: che faranno i cinesi di fronte alla Golden Power?

Prima dell’apertura della Borsa di lunedì mattina, il Governo renderà noti i termini completi della norma di Golden Power che intende applicare alla Pirelli per tutelare gli interessi italiani di fronte ai soci cinesi di ChemChina che detengono il 37% della società di pneumatici. La norma non prevede il congelamento delle quote azionarie dei cinesi, come il mercato ipotizzava, ma pone forti limiti all’accesso ai dati sensibili e stabilisce che per le decisioni strategiche occorra una maggioranza dei 4/5 del Cda. Il ricorso alla Golden Power nasce dalla necessità di tutelare gli interessi italiani e di frenare l’invasività crescente dei soci cinesi nella gestione di Pirelli in mano a Marco Tronchetti Provera e al management italiano. Ma le incognite sono due: 1) come reagiranno i cinesi, che detengono il 37% di Pirelli e sono il primo azionista di fronte alle restrizioni del Governo italiano? Faranno buon gioco a cattiva sorte o penseranno di vendere la loro partecipazione? Con quali conseguenze finali sull’assetto azionario di Pirelli? 2) che legame c’è – perché è impossibile ignorarlo – tra la Golden Power in Pirelli e la Via della Seta, che non piace all’amministrazione americana ma su cui il Governo Italiano ha tempo ancora un anno per decidere che cosa fare e per capire come tutelare gli interessi della aziende italiane in Cina?

Lo capiremo vivendo ma è chiaro che siamo di fronte a incognite di prima grandezza per il capitalismo italiano ma anche per lo Stato.

Tim: come reagiranno i francesi di Vivendi allo schiaffo di Labriola e alla vendita della rete?

Il terzo grande gruppo sotto i riflettori della Borsa e non solo è Telecom Italia (oggi Tim), prima compagnia italiana di telecomunicazioni che sta cercando di vendere la sua rete per uscire dalla tempesta perfetta che la tormenta tra l’alto debito, la sfrenata concorrenza e la necessità di grandi e costosi investimenti. Per l’Ad Pietro Labriola l’unico modo di uscirne è vendere NetCo (cioè la rete più Sparkle) e riorganizzare la società, ma i francesi di Vivendi, che sono il primo azionista della compagnia con il loro 23,7%, si oppongono perché ritengono che le due offerte finora pervenute – quella del fondo americano KKR e quella della cordata Cdp-Macquarie – che si aggirano attorno ai 20-21 miliardi di euro siano insufficienti. I francesi vorrebbero che la compagnia incassasse almeno 31 miliardi dalla vendita della rete: valore assolutamente sopra le stime di tutti gli analisti ma che compenserebbe le perdite di 3 miliardi accumulate dalla disastrosa campagna italiana di Vivendi che minaccia di ricorrere a una assemblea straordinaria di Tim per impedire la vendita della rete e ribaltare gli equilibri di vertice della società. Labriola ha tuttavia dimostrato coraggio e, dopo aver ascoltato i francesi, ha tirato dritto bocciando il loro candidato all’ingresso nel cda in sostituzione di Arnaud de Puyfontaine, braccio destro del patron di Vivendi, Vincent Bollorè. Ma non è sfuggito a nessuno che Labriola s’è mosso con determinazione anche perché dalla sua ha trovato il Presidente di Tim, Salvatore Rossi (l’ex Direttore generale di Banca d’Italia) e il Presidente della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp, che detiene il 9,9% di Tim), Giovanni Gorno Tempini, che si è sicuramente mosso in armonia con gli orientamenti del Governo. Che farà ora Vivendi? Lo sapremo presto ma il ricorso del Governo alla Golden Power per Pirelli è un avvertimento inequivocabile.

Stellantis: la voglia di Stato che percorre sindacati, forze politiche e forse la Meloni

Il quarto gruppo su cui si appuntano i riflettori della Borsa, del Governo, dei sindacati, delle forze politiche e dell’opinione pubblica è Stellantis, la grande multinazionale dell’auto nata dalla fusione tra la Fiat e la francese PSA. La convinzione diffusa è che, al di là degli equilibri azionari (14,4% ad Exor, 7,2% con opzione all’8,5% alla famiglia Peugeot e 6,2% allo Stato francese) e della presidenza affidata a John Elkann, il baricentro del gruppo si sia spostato verso la Francia e che questo possa penalizzare le fabbriche italiane e le attività della nostra filiera dell’auto. E’ per questo che sta venendo a galla una composita fronda, composta da imprese della filiera automobilistica, da parti del sindacato e della sinistra ma anche della destra, che caldeggiano l’ingresso della Cdp nel capitale di Stellantis a tutela degli interessi italiani. Visione un po’ nazional-populista già respinta nei giorni da Elkann (“Gli Stati entrano nelle imprese quando vanno male ma Stellantis va molto bene”) ma che si sta rafforzando, come ieri ha messo in evidenza sul Foglio Stefano Cingolani in un editoriale, significativamente intitolato “Tutti contro Elkann”, che afferma: “L’assedio (Ndr a Elkann) dura da tempo, ma non è mai stato così pressante”. Ma perchè? “Rivalse contro Elkann, vendette verso “la fuga” della Fiat, campagne xenofobe e nazional-populiste”? Cingolani ricorda che in campagna elettorale sia il partito della Meloni che la Lega accarezzavano l’idea di contrastare Elkann facendo entrare la Cdp nel capitale di Stellantis. Ma adesso che cosa pensa la premier, forse infastidita dalla linea decisamente anti-governativa dei giornali di Elkann? Saggia conclusione di Cingolani che le domanda: “Non è meglio far spallucce ai titoloni di Repubblica e pensare alla Nazione?”. Certo che sarebbe meglio pensare agli investimenti e alle riforme piuttosto che alle vendette con i soldi dei contribuenti. Ma del domani non c’è certezza.

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