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Ferrarotti: “Campagna elettorale mediocre ma Europa e riforme sono il vero spartiacque”

Imagoeconomica

E’ proprio vero che la saggezza, come l’intelligenza, non ha età. Franco Ferrarotti, 91 anni portati come meglio non si potrebbe, non è solo il padre della sociologia in Italia e un intellettuale di fama internazionale, ma è un pezzo di storia vivente che sa leggere le vicende contemporanee alla luce di una grande cultura e di un’inesauribile passione civile. Solo qualche giorno fa ha dato alle stampe un nuovo pamphlet (“La vocazione del Mediterraneo”, Solfanelli editore). Le sue parole e i suoi ragionamenti sono di un’attualità impressionante: penetranti, pungenti, magari di parte, ma sempre diretti e mai banali. L’intervista che ha rilasciato a FIRSTonline sulle elezioni politiche del prossimo 4 marzo ne è un esempio.

Programmi irrealistici e demagogici, promesse al vento, disorientamento e confusione, scandali e delegittimazione degli avversari: professor Ferrarotti, la campagna elettorale in corso è la peggiore che si sia mai vista in Italia?

“No, assolutamente no. La campagna elettorale che si sta svolgendo ora è certamente mediocre, ma non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella tutta ideologica e dottrinaria del 1948 nella quale la Democrazia Cristiana, sostenuta dalla divisione del mondo in due blocchi, impose per quasi cinquant’anni il suo dominio sulla società, sulla politica, sull’economia, sulla cultura italiana affermandosi come il partito-Stato ed estromettendo per lungo tempo dal Governo i partiti dei lavoratori anche per effetto di una divisione a sinistra tra i socialdemocratici di Saragat e il Psi di Nenni che ricorda molto da vicino la scissione di Bersani e D’Alema dal Pd”.

Ciò non toglie, come ha detto Lei, che questa campagna sia davvero mediocre e deludente.

“Sì, è così per la mediocrità dei gruppi politici dirigenti che non sanno indicare scelte chiare e, se occorre, difficili ai cittadini che spesso vengono spinti verso inconcludenti derive ribellistiche e populiste o finiscono per ingrossare l’esercito dell’astensionismo. Tuttavia, pur con tutte le critiche che in varia misura si possono rivolgere alle forze politiche, andare a votare è un diritto e anche un dovere e spero che alla fine lo comprendano anche le giovani generazioni, che sono quelle più interessate al futuro dell’Italia”.

Il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, ha appena dato alle stampe un libro, intitolato “Un Paese senza leader”, in cui sostiene che uno degli elementi che indeboliscono la nostra democrazia è la crisi di leadership: la pensa anche Lei così?

“No, penso il contrario. In Italia non c’è una mancanza di leader. Anzi di leader ce ne sono fin troppi. Ma c’è un eccesso di personalismo che si accompagna a un’assenza di idee innovative in grado di interpretare correttamente la società italiana di oggi. Non lo dico per deformazione professionale, ma alla politica di oggi manca un’impostazione sociologica che non ti dice quali scelte da fare ma ti costringe a chiarirle, a vederne i costi e ad analizzarne gli effetti”.

Professore, passiamoli in rassegna i leader di oggi. Cominciamo dal centrodestra: che effetto le fa vedere Silvio Berlusconi di nuovo sulla cresta dell’onda? Qual è il suo giudizio sul leader di Forza Italia e su quello della Lega, Matteo Salvini?

“E’ il passato che non passa. C’è un filo rosso buffonesco, ma con aspetti tragici, che attraversa la storia italiana dal Manifesto dei Futuristi di Marinetti del 1909 ad oggi, fino a Berlusconi e Beppe Grillo. Berlusconi ha già fallito tre volte al Governo, perché stavolta dovrebbe riuscire? Può vincere le elezioni, ma per governare non basta vendere fumo. Quanto a Salvini mi sembra che incarni pulsioni nemmeno populistiche ma pre-politiche, tutte basate sulle emozioni e sulle paure. E’ un bel passo indietro rispetto alla Lega di Bossi che, pur con tutti i suoi errori, esprimeva un’esigenza autonomistica che si è smarrita. Oggi invece la Lega di Salvini opera una semplificazione riduzionistica dei problemi contemporanei, a partire da quelli dell’Europa, con soluzioni miracolistiche che non hanno nessuna possibilità di realizzarsi”.

E del centrosinistra e dei suoi due leader – Matteo Renzi e Paolo Gentiloni – che ne pensa?

“Pur con tutti gli errori che il centrosinistra ha compiuto, ai miei occhi Renzi e Gentiloni, così diversi e tuttavia così convergenti, hanno il merito di non promettere avventure e di aver fatto le riforme e di volerle continuare, pagandone anche il costo come è avvenuto con lo sfortunato referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre del 2016. Spero che anche dopo il voto dei 4 marzo Renzi e Gentiloni continuino a collaborare per sostenere una moderna prospettiva riformista ed europeista”.

Poi ci sono Di Maio e i Cinque Stelle: qual è il suo giudizio?

“Sono gli eredi di un capocomico che si è improvvisato capo politico. Siamo alla commedia dell’arte che, come si sa, non aveva una trama ma era affidata all’attore che improvvisava. I Cinque Stelle e Di Maio mi pare che facciano lo stesso, prospettando soluzioni irrealistiche e demagogiche – come il reddito di cittadinanza – per problemi drammatici come quello della disoccupazione giovanile”.

Al di là delle polemiche e delle cortine fumogene che avvolgono questa campagna elettorale, non crede che il vero spartiacque del 4 marzo sia l’orientamento dei diversi schieramenti su due punti cruciali: l’Europa e le riforme?

“Sì, sono d’accordo: Europa e riforme sono il vero spartiacque delle elezioni del 4 marzo. Da una parte c’è che si trincera dietro un’impossibile chiusura sovranista e dall’altro chi sa perfettamente che l’Italia non può avere altra collocazione che dentro l’Europa e che per questo si impegna a cambiare e a democratizzare l’Unione europea. Da una parte c’è chi vuole cancellare le riforme di questi anni e gioca allo sfascio e dall’altro c’è chi vuole invece proseguire il cammino delle riforme per modernizzare il Paese sulla spinta di uno nuovo riformismo sociale che sappia rispondere ai bisogni vecchi e nuovi della comunità a piccoli passi ma con grandi ideali. Il 4 marzo bisognerà scegliere se vivacchiare o riformare l’Italia. E’ per questo che bisogna andare a votare ed è per questo che non ho alcuna remora nel dire che personalmente voterò Pd e che lo farò senza turarmi il naso ma con piena convinzione”.

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