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Editoria Usa, cade il muro tra giornalisti e marketing: indipendenza a rischio?

Si dice che quando l’America ha il raffreddore l’Europa rischia la polmonite. La metafora vale certamente per l’economia generale e per la politica. Ma è vera forse anche per l’industria dei media: giornali, tv, informazione online. E’ bene guardare allora a che cosa si muove al di la dell’Atlantico per capire che cosa accadrà tra non molto nei mezzi d’informazione europei. Negli States il settore è proiettato verso il futuro e alcune notizie recenti offrono una prospettiva interessante sulla direzione del cambiamento. Dopo avere licenziato la direttrice Jill Abramson  per ragioni non ancora chiarite – ma i rumors parlano di un contrasto con il ceo – sembra che la proprietà del New York Times sia in procinto di varare una radicale riorganizzazione. Un report interno, venuto alla luce grazie a una fuga di notizie di cui da conto l’Economist – propone, tra l’altro, di affiancare ai giornalisti gli uomini di marketing per rendere gli articoli più appetibili e attrarre così maggiore pubblicità.

Una piccola bomba, insomma. Si moltiplicano intanto i casi di star del giornalismo che lasciano la carta stampata per il web: ultimo in ordine di tempo è stato il 29enne Ezra Klein, notista politico di grande successo del Washington Post, che si è dimesso dal quotidiano per fondare un proprio sito web. Ma prima di lui c’erano stati Nate Silver, il mago dei numeri, che dal NYT è passato al gruppo ESPN per aprire un sito di data journalism, e Walt Mossberg, che ha lasciato il Wall Street Journal anche lui per il web.

Queste notizie sono paradigmatiche di una situazione più generale caratterizzata da una feroce concorrenza tra i diversi media e dal forte potere di attrazione dell’online, un potere che supera anche le difficoltà di mercato che caratterizzano la stessa informazione in rete. Che l’industria della carta stampata sia in grave crisi negli Stati Uniti (e a maggior ragione in Europa) è quasi un’ovvietà. Secondo i dati dell’American Enterprise Institute la pubblicità sui giornali di carta americani è tornata nel 2013 al livello degli anni Cinquanta quando la popolazione era meno della metà e l’economia sette volte più povera. In Italia, per venire a un esempio europeo, la pubblicità si è dimezzata rispetto al picco del 2008 (dati Nielsen), mentre il fatturato è diminuito del 19,4%.

La crisi della pubblicità non risparmia per la verità neppure il digitale, dove nel 2013 non c’è stato forse un crollo ma i volumi hanno comunque segnato il passo. Il 2013 è stato insomma un annus horribilis per tutti. Il panorama dell’industria dell’informazione off e online non è tuttavia monocromatico. E’ in atto un processo di selezione quasi darwiniana e ci sono giornali come il New York Times, o testate online come Huffington Post, che continuano a fare profitti. Merito della loro credibilità? Forse. Effetto dei 799mila sottoscrittori dei servizi digitali che la Gray Lady è riuscita a raccogliere in quello che sembra essere un cammino promettente verso l’integrazione con il digitale? Possibile. Certo anche chi è pienamente in partita, come il Times non può riposare sugli allori e il report interno del giornale ne è una prova. Il report parte da un dato: il 60% degli articoli del Times sono letti via tablet o smartphone, Facebook o Twitter: dunque non sull’edizione cartacea né su quella digitale.

E il management individua due punti deboli nella eccessiva concentrazione della redazione nella fattura della edizione cartacea e in una politica delle carriere che premia i giornalisti con un background tradizionale piuttosto che i nuovi talenti digitali. Il report infine propone di abbattere il muro tra i giornalisti e il marketing in favore di una collaborazione tra chi trova e interpreta le notizie e chi invece analizza i gusti del pubblico. Resta da capire se il connubio giornalismo-marketing, l’orientamento a costruire un giornale a misura dei gusti del pubblico, quali essi siano, condizioni la qualità dell’informazione. Matthew Gentzkow, docente a Chicago e tra i massimi esperti dell’industria dei media,  è complessivamente ottimista sul futuro del giornalismo. “Internet – ha detto in una recente intervista – ha radicalmente cambiato le tecnologie di distribuzione delle informazioni, ma non ha mutato le modalità di produzione delle notizie: se vuoi sapere che cosa succede in Afghanistan devi avere qualcuno che vada in Afghanistan, metta a rischio la vita, scatti foto e faccia interviste. E questo richiede talento ed esperienza: risorse scarse e costose”. 

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