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Donne e Salute: prevenzione tumori, basta il servizio pubblico?

Pixabay

Ogni anno, in Italia, si spendono circa 40 miliardi per la spesa sanitaria privata e cioè per sopperire alle carenze del sistema pubblico. Un bacino potenzialmente enorme per il mercato assicurativo, che nel campo della protezione della salute vale ad oggi appena 3 miliardi. “Gli italiani che si assicurano contro le malattie sono ancora pochi – ha detto Fiammetta Fabris, Ad di Unisalute, la società del gruppo Unipol interamente dedicata alla copertura sanitaria completa – ma il mercato è in forte crescita: noi abbiamo raggiunto 8 milioni di clienti, la maggior parte dei quali tramite contratti collettivi e welfare aziendale. C’è ancora molto margine sui clienti individuali”. Unisalute, che ha chiuso il 2018 con una raccolta di 410 milioni (+10% sul 2017), ha organizzato in collaborazione con Nomisma un incontro a Milano per parlare proprio di questo, con focus sulla prevenzione e la cura della salute femminile: “Oggi – ha rivelato Silvia Zucconi di Nomisma presentando la ricerca dell’Osservatorio Prevenzione e Salute – solo una donna su cinque ha una polizza per la malattia, ma quasi la metà delle italiane tra i 30 e i 65 anni si è dichiarata interessata, soprattutto di fronte a prezzi accessibili e alla possibilità di coprire anche la famiglia, a stipulare una copertura sanitaria integrativa”.

La ricerca, incentrata sulla prevenzione e le cure oncologiche femminili in Italia, ha evidenziato una buona propensione alla prevenzione: quasi nove italiane su dieci, l’87%, sempre nella fascia di età 30-65 e su un campione di 1.300 donne in tutto il territorio nazionale, ha dichiarato di aver effettuato almeno un esame specialistico di prevenzione oncologica negli ultimi 3 anni. Una percentuale abbastanza alta e che non risente, come accade altre volte, di differenze a seconda del ceto sociale, del titolo di studio o della posizione geografica: anche tra le persone meno istruite e anche nel Sud Italia, dove c’è meno attenzione a questi temi, le percentuali si abbassano ma restano intorno all’80%. Inoltre, ben il 37% del totale delle intervistate decide di controllare la propria salute in autonomia e non dopo consigli medici. Perchè, dunque, tutte queste donne, il 71% delle quali si rivolge al servizio sanitario nazionale (nell’80% dei casi per quanto riguarda l’esame della mammografia), dovrebbe aver bisogno di una copertura integrativa? Lo rivela sempre la ricerca di Nomisma, secondo la quale la differenza nel tasso di piena soddisfazione tra pubblico e privato è ancora molto ampia: 44% contro 72% nel caso delle mammografie, 36% contro 67% per il Pap Test, 36% contro 73% per il test HPV. Guardando alla soddisfazione generale (anche con punteggi non eccellenti), ad esempio per l’ecografia al seno le italiane approvano al 93% l’assistenza privata e al 78% quella pubblica.

A pesare sul giudizio del sistema pubblico sono, come prevedibile, soprattutto i tempi di attesa lunghi (nel 35% dei casi) e la non possibilità di scelta del medico e di essere seguite sempre dal medico scelto (26% dei casi). “Ad esempio – rivela Silvia Zucconi -, per la mammografia, oltre il 50% delle pazienti che si rivolge ad una struttura pubblica deve aspettare più di due mesi per effettuare la visita, mentre l’84% delle donne che si rivolgono al privato effettuano l’esame in meno di un mese”. Non solo: in caso di riscontrata patologia tumorale, c’è anche il problema dell’affrontare la spesa: il 38% delle donne affette ha dovuto far fronte a spese nel percorso di cura (il 13% dichiara di aver speso oltre 20.000 euro), spese comunque percepite come troppo elevate dal 48% delle donne a cui è stata diagnosticata una patologia tumorale. E durante il percorso di cura, il 26% ha avuto necessità di assistenza domiciliare, ricorrendo prevalentemente al supporto dei familiari (62%). “Ecco perché – ha aggiunto l’Ad di Unisalute Fiammetta Fabris – non si tratta solo di offrire il rimborso spese delle prestazioni mediche, ma anche di erogare servizi, di prestare assistenza al paziente durante e dopo le cure, anche attraverso il supporto domiciliare e psicologico”.

A fronte di un numero alto di donne che comunque fanno prevenzione o sono orientate a farla, c’è però anche un 13% di italiane tra i 30 e i 65 anni che negli ultimi anni non hanno fatto nemmeno una visita specialistica di controllo. “In questo caso si tratta di ostacoli culturali – argomenta Zucconi di Nomisma -: la paura dei risultati dell’esami (34%), la pigrizia (31%), l’imbarazzo (24%), ma anche la sensazione di non averne bisogno o addirittura, per il 15%, la mancanza di tempo, sono i motivi principali per i quali le donne italiane non si sottopongono ad esami specialistici di medicina preventiva”. Dovranno però iniziare a farlo, considerando soprattutto l’evoluzione demografica che ci mette di fronte a uno scenario di una popolazione sempre più anziana e soggetta a patologie croniche: dal 1990 al 2018, la popolazione over 75 in Italia è quasi raddoppiata, e da qui al 2030 aumenterà ulteriormente del 18%, a fronte di un previsto calo della popolazione residente. Tra poco più di 10 anni, un italiano su quattro avrà almeno 65 anni, secondo le stime fornite da Nomisma. Oggi, tra le prime cause di morte, dopo le patologie del sistema circolatorio (36%), ci sono le neoplasie, ovvero i tumori (29%): tra le patologie oncologiche, uno dei decessi più frequenti riguarda proprio le donne ed è quello causato dal carcinoma alla mammella (17% del totale dei decessi oncologici in Italia).

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Categories: Economia e Imprese