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Detassare gli utili d’impresa reinvestiti in nuovi investimenti

FIRSTonline

Continuare a credere che sia la finanza a trascinare l’industria è uno dei lasciti più perniciosi del flagello monetarista.  È meglio prendere atto, anche solo con un tweet, che la finanza può stringere ma non spingere l’economia. Non a caso la liquidità immessa sui mercati, i tassi di interesse prossimi allo zero e l’abbondante offerta di credito non hanno smosso gli imprenditori “en pantoufle” italiani nel riprendere la via degli investimenti non finanziari che stanno declinando da anni, come ho raccontato nel mio precedente scritto si questa testata.

Si dice anche che gli imprenditori “en pantoufle” attendano la ripresa della domanda aggregati interna (leggi ripresa dei consumi delle famiglie) per riprendere l’attività di investimento, È una narrazione che richiama alla memoria le gare di velocità su pista al Vigorelli di Milano e al surplece dei due ciclisti in gara. Ma oggi, in Italia, non è dato di credere che siano le famiglie consumatrici a scattare per prime riducendo drasticamente la loro propensione al risparmio per accrescere quella al consumo e per innestare il circolo virtuoso invocato dagli imprenditori “en pantoufle”. La diffusa percezione dell’insicurezza futura condiziona i consumi delle famiglie notoriamente avverse al rischio.  La prima mossa spetta pertanto agli imprenditori privati per creare nuova domanda aggregata che innesti il circolo virtuoso: investimenti privati, consumi delle famiglie, investimenti. Può essere opportuno uno stimolo che faccia uscire gli imprenditori dal torpore.

Nel solo bilancio dello Stato sono iscritte voci di spesa a favore del mantenimento dello status quo: circa 17-18 miliardi tra trasferimenti correnti e contributi in conto capitale alle imprese, sovente erogati a pioggia dall’effetto di stimolo per nuovi investimenti assai incerto se non nullo.

Sono flussi di spesa pubblica che, nella logica della politica economica del “bilancio in pareggio”, ma con effetti moltiplicativi rilevanti, potrebbero essere riconvertiti a favore della detassazione degli utili di impresa reinvestiti in nuovi investimenti.  Si ridurrebbe così il grado di esposizione finanziaria di molte imprese nei confronti delle banche e la fragilità finanziaria delle stesse. Poi si dovrebbe guardare ai bilanci delle Regioni per sottrarre loro ogni velleità di politica industriale e riportare al centro le risorse.

Certo è che non tutti gli imprenditori en pantoufle riuscirebbero a godere di siffatto provvedimento: probabilmente non sopravvivrebbero quelli meno dinamici che sopravvivono grazie a “mamma stato”, ma uscirebbero dal surplece, quelli più dinamici e innovativi capaci di innestare il circolo virtuoso investimenti, consumi delle famiglie, investimenti.

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