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Controriforma delle pensioni: in vista della Consulta sul referendum tornano le pensioni d’anzianità

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La massima aspirazione dell’italiano medio (rappresentativo di quella che chiamano ‘’opinione pubblica’’) consiste nel lavorare il meno possibile, andare in pensione il prima possibile e ricevere un assegno il più alto possibile. In generale, risulta abbastanza difficile realizzare questi propositi tutti insieme. Le pensioni sono condizionate, da un lato, dalle retribuzioni dei lavoratori attivi, i quali, nel sistema di finanziamento a ripartizione, fanno fronte con i loro versamenti contributivi ai relativi oneri dello stock dei trattamenti in essere. Dall’altro lato, l’importo della pensione è la conseguenza della storia lavorativa di una persona: a determinarne la qualità e la quantità non possono  essere del tutto escluse le sue responsabilità e condizioni personali.

Solitamente, invece, quando giornali e tv  sparano dei dati sulle pensioni (riconosciamo che in ogni caso non c’è da stare allegri) danno l’impressione di ritenere che, nell’ultima fase della vita delle persone, lo Stato si trasformi in una buona fatina (l’immagine è mutuata da Lady Thatcher) che assicura agli anziani un trattamento corrispondente ai loro bisogni, a prescindere dalla posizione previdenziale che essi sono stati in grado di predisporre durante la vita attiva. Ma c’è di più: quando qualcuno riesce a realizzare per sé il sogno recondito degli italiani (vedi il caso dei pensionati baby o, in termini ancor più grondanti di odio, i ricchi vitalizi – quasi sempre ottenuti dopo pochi anni di ‘’servizio’’ – erogati a parlamentari, consiglieri regionali, membri delle diverse authority e quant’altro), costui diventa subito una persona da crocifiggere: si evoca l’idea della equità, ma a parlare è l’invidia nei confronti di chi ce l’ha fatta.  Si tratta di situazioni di privilegio da correggere e che in parte sono state già corrette.

Ma attaccare le “pensioni d’oro’” consente sempre di fare bella figura. Anzi è presente e all’opera, nei grandi quotidiani, la congrega degli ‘’indignati speciali’’ che, attraverso questo argomento evergreen, si è garantita delle vere e proprie fortune come diritti d’autore. L’ultima crociata ha riguardato, addirittura, non una norma operativa, ma una mancante nella riforma Fornero del 2011. E’ noto, infatti, che il ministro del Lavoro del governo Monti volle introdurre, a partire dall’inizio del 2012, il calcolo contributivo pro rata per tutti. Coerentemente Elsa Fornero pensò che – se contributivo deve essere – lo sia fino in fondo e per tutti gli aspetti. Nel testo finale dell’articolo 24 del decreto legge Salva-Italia vennero soppresse   un paio di righe che avrebbero introdotto una clausola – limite, nel senso che, applicando i nuovi criteri di calcolo, al soggetto interessato fosse precluso di conseguire un trattamento più favorevole rispetto a quelli previgenti (secondo il modello retributivo). Perché – è bene che si sappia – in certe condizioni il sistema contributivo è assai più vantaggioso di quello retributivo.

Nel determinare, ad esempio, l’anzianità di servizio utile per la pensione nel primo caso  contano tutti gli anni di lavoro e di versamenti; nel secondo è fissato un tetto a 40 anni anche per chi dovesse lavorare più a lungo. Ovviamente ci sono categorie di lavoratori (l’Inps dice che sarebbero 160mila in un decennio) che hanno approfittato di una norma di legge per loro più favorevole. Hanno fatto qualche cosa di male costoro? Devono essere puniti? Si direbbe di sì visto che – d’accordo con il governo – sono stati approvati emendamenti al disegno di legge di stabilità grazie ai quali non solo viene inserita per i nuovi trattamenti la clausola -limite di garanzia non utilizzata nel 2011; ma dal 2015 verrà tagliato dalla pensione l’eventuale bonus derivante dall’applicazione del calcolo contributivo a chi è già andato in quiescenza. I beneficiari (alti burocrati, docenti, magistrati, in particolare) sono accusati di essere rimasti in servizio proprio per assicurarsi una pensione più elevata.

Il che, in Italia, sembra offendere il comune senso del pudore. In sostanza, da noi, dovrebbero essere puniti non solo i “furbetti”, ma anche gli ‘’stakanovisti’’: sia quelli (e sono tanti) che una ‘’pensione d’oro’’ l’hanno ottenuta facendo lobby; sia coloro che se la sono guadagnata, alla luce del sole e in modo conforme alle leggi, lavorando più a lungo, grazie a doti di talento, responsabilità e professionalità. Intanto l’on. Maria Luisa Gnecchi, la Zorro delle pensioni degli italiani, ha colpito ancora. Un emendamento a sua firma manomette, fino al 2017, il sistema delle penalizzazioni nel caso di pensionamento anticipato. E’ bene soffermarsi a spiegare l’operazione che sta per essere compiuta. Al momento della riforma del 2011, a fronte del superamento delle pensioni di anzianità e dell’introduzione di un modesto disincentivo ad avvalersene prima di aver compiuto 62 anni, il Pd ottenne che vi fosse un elemento di salvaguardia per coloro che erano in grado di far valere il requisito contributivo effettivo (intorno ai 41-42 anni a seconda che si trattasse di donne o di uomini con l’aggiunta delle mensilità derivanti dall’aggancio automatico all’attesa di vita) includendovi alcune limitate voci di contribuzione figurativa.

Ciò fino al 2017. L’emendamento Gnecchi fa saltare il vincolo della contribuzione effettiva, spalancando la porta ai casi di copertura figurativa, ammessi nella normativa previgente. Il che significa che, nei prossimi due anni, le pensioni di anzianità ritorneranno al loro antico splendore. Non si dimentichi, poi, che  lo sciagurato referendum della Lega per l’abrogazione della riforma Fornero delle pensioni  ha ottenuto non solo il via libera sul numero delle firme da parte della Corte di Cassazione, ma anche il sostegno della Cgil. Attendiamo il giudizio della Consulta sull’ammissibilità che, ai sensi dell’art. 75 Cost., dovrebbe essere negativo. E se così non fosse?

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