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Bundesbank in contropiede: un’agenzia per gestire i conti pubblici dei Paesi europei indisciplinati

Accusato di negare il proprio coinvolgimento in ogni progetto di salvataggio dell’Eurozona, da qualche settimana l’establishment politico ed economico tedesco cerca di mostrarsi propositivo di fronte all’opinione pubblica europea. Prima la Cancelliera, poi il suo Ministro delle Finanze e ora anche il capo della Bundesbank hanno infatti manifestato l’intenzione di procedere verso una maggiore integrazione europea, creando – passo dopo passo – un’unione economica e fiscale.

L’idea, che secondo qualcuno verrà formalizzata già al Consiglio europeo del 28-29 giugno prossimi, è latente da mesi, ma ha incominciato a prendere corpo con maggiore nettezza all’indomani della vittoria elettorale di François Hollande. Messa alle strette sugli eurobond, la signora Merkel è così riuscita a girare la frittata, chiedendo innanzitutto la cessione di sovranità fiscale all’UE.

Il trasferimento di competenze dalla periferia al centro tocca infatti un nervo scoperto dei francesi e dei popoli degli Stati in crisi. Lungi dall’essere una soluzione federalista voluta e condivisa da tutti i partecipanti, quella dell’unione economica e fiscale rischia insomma di apparire come un ricatto: la comunione dei debiti si avrà solo se gli Stati in difficoltà lasceranno controllare i conti pubblici da un “commissario al rigore” o da un “commissario al risparmio”.

Jens Weidmann, capo della Bundesbank, è andato addirittura oltre. Giovedì scorso, in occasione del forum economico del centro europeo di ricerca economica (ZEW) di Mannheim, Weidmann ha infatti tracciato una bozza di come dovrebbe funzionare la nuova unione monetaria dotata di coordinamento economico e fiscale.

Oltre alle regole per evitare disavanzi pubblici eccessivi, Weidmann ha proposto l’istituzione di un modello federale sui generis: gli Stati che non dovessero essere in grado o non volessero attuare manovre di consolidamento dei conti sarebbero private della sovranità fiscale, “anche nel caso in cui il Parlamento dello Stato in questione non fosse d’accordo con la manovra economica decisa in sede europea”. Secondo Weidmann si tratterebbe di una proposta sulla falsariga di quella dall’ex-Presidente della BCE, Jean-Claude Trichet e riassumibile secondo la formula “federalism by exception”.

L’Europa sarebbe chiamata a vigilare ed eventualmente a gestire direttamente, ma non più tramite la Commissione o il Consiglio Ecofin, organi che a dire di Weidmann si sono rivelati inadeguati in passato, bensì “attraverso una nuova istituzione indipendente limitata all’area Euro”. Probabilmente un commissario o un’agenzia ad hoc.

Per giungere ad un’unione di questo tipo, ha spiegato Weidmann, sarebbe necessario prima di tutto l’Europa politica, ovvero “dotarla di legittimazione democratica”, in modo da evitare che le decisioni prese in sede europee siano puramente tecnocratiche. Allo stesso tempo bisognerebbe procedere “alla modifica dei Trattati, al fine di evitare che gli Stati membri tornino sui propri passi attraverso decisioni prese a maggioranza”.

Insomma, prima che i tedeschi si dichiarino disposti a sobbarcarsi il peso dei debiti altrui secondo la formula del fondo di riscatto (ad oggi quella meno sgradita alla signora Merkel), occorrerà che gli altri Stati membri offrano garanzie ben più serie di un semplice impegno a rispettare i parametri fissati dal Fiscal Compact. Francesi, italiani e spagnoli sono avvertiti.

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