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Berta: Fiat-Chrysler e la deriva dell’Italia industriale. La scommessa di Marchionne e il no di Fiom

Quale futuro si delinea per l’industria italiana, ed in particolare per le imprese più grandi e cosa può fare il nostro paese per continuare ad avere un ruolo di primo piano in un sistema di mercati integrati ormai a livello mondiale?

Giuseppe Berta, professore alla Bocconi, ma torinese di nascita e profondo conoscitore delle vicende Fiat ed in genere delle grandi imprese italiane, con un agile volume sulle vicende Fiat-Chrysler edito dal Mulino, (Giuseppe Berta, “Fiat-Chrysler e la deriva dell’Italia industriale”. Edizioni Il Mulino, pagg. 152, euro 14) contribuisce a mettere a fuoco, al di là delle esasperate polemiche politiche e sindacali che hanno caratterizzato gli ultimi due anni, il significato della scommessa di Marchionne sull’altra sponda dell’Atlantico, ed il ruolo che hanno avuto e dovrebbero avere le parti politiche e sociali per conservare all’Italia un ruolo importante come potenza industriale.

Circa il senso dell’operazione di integrazione tra Fiat e Chrysler Berta è chiarissimo: la casa torinese quando è scoppiata la crisi del 2008, si è scoperta troppo  piccola per poter affrontare un mercato in declino e sempre più competitivo. La casa americana, benchè praticamente fallita, costituiva una occasione unica per far raggiungere alla Fiat dimensioni tali da poter giocare un ruolo tra le principali case automobilistiche. Quindi se da un lato è vero che Fiat ha salvato Chrysler, dall’altro, come ebbe a dire lo stesso Marchionne, è vero anche che Chrysler ha salvato Fiat.

Nel 2011 il nuovo gruppo automobilistico nato dall’integrazione di due debolezze, venderà nel mondo 4,2 milioni di auto e chiederà il bilancio con un utile. Non sono ancora risultati sufficienti per dire se il nuovo gruppo ha veramente superato le proprie debolezze. Ci vorrà ancora qualche anno per poter affermare con certezza che la scelta di Marchionne è vincente. Per ora si può dire che essa ha una logica e che i primi passi sono positivi soprattutto negli Usa. In Europa continua invece una accentuata debolezza soprattutto dei marchi Fiat ed a questo andrà posto rimedio, oltre alla necessità di potenziare le prime teste di ponte esistenti in India e Cina.

Questa sfida industriale ha portato delle conseguenti particolarmente rilevanti per l’Italia dove gli stabilimenti esitenti sono stati posti di fronte alla necessità di adeguare i propri livelli di produttività a quelli esitenti negli altri stabilimenti del gruppo, e non solo a quelli brasiliani ma anche a quelli degli Stati Uniti.

In quest’ultimo caso Berta esamina con particolare attenzione l’evoluzione del potente sindacato americano dell’industria dell’auto UAW che ha saputo fare il  salto da una posizione di pura controparte, ad una condivisione degli obiettivi aziendali, avvicinadosi insomma ad un modello compartecipativo di tipo tedesco.

In Italia, invece questa svolta non è avvenuta, ed anzi, il tentativo della Fiat di chiedere al sindacato l’assunzione di una responsabilità precisa rispetto all’applicabilità degli accordi sottoscritti, ha scatenato da parte della Fiom , una battaglia che ancora non si è conclusa.

Sulle ragioni che hanno indotto la Fiom a rifiutare qualsiasi logica di condivisione degli obiettivi aziendali, Berta è netto sia pure mostrandosi rispettoso delle posizioni di questo sindacato. Ma comunque solo dire la verità può contribuire a chiarire la situazione e quindi, volendo, ad individuare soluzioni possibili. “La Fiom – scrive Berta – ha scelto di fronte alle innovative richieste della Fiat, la via di rinnovare la propria identità antagonistica come organizzazione rivolta ai movimenti,sensibile a coltivare le emozioni collettive, radicata nelle piazze virtuali della televisione” senza però fare proproste positive di soluzione dei problemi di competitività. E su questo tasto Berta torna più volte mettendo in evidenza come la Fiom abbia colto l’opportunità della vertenza Fiat perchè solo le vicende di quest’azienda offrono in Italia una tribuna mediatica così vasta da poter essere sfruttata per fini che sono al di fuori della stretta logica sindacale ma che attengono all’affermazione di un progetto politico. Sotto questo profilo il libro dovrebbe essere letto con particolare attenzione da Michele Santoro e da tanti altri giornalisti della Televisione e della carta stampata tra cui quelli del Corriere della Sera, che in maniera acritica sono stati in prima fila nel difendere le “specificità italiane”, proprio quelle che ci hanno portato nelle situazione di crisi nella quale siamo.

Naturalmente Berta non è tenero nel sottolineare le carenze e gli errori della Fiat e dello stesso Marchionne, sotto il profilo della comunicazione e del coinvolgimento della politica e degli opinion leaders in una proposta di cambiamento che avrebbe segnato una occasione di rinascita per l’intero settore manbifatturiero italiano. Questo doveva significare non solo una diversa calibratura dei toni delle dichiarazioni, ma anche una reale disponibilità a confrontarsi su tutte le implicazioni del piano “Fabbrica Italia” che invece è rimasto una dichiarazione di intenzioni più che un vero e proprio progetto opertaivo.

La mancata soluzione del problema sindacale può peggiorare il posizionamento dell’industria italiana già oppresa con un eccessivo peso fiscale e dalla inefficienza della Pubblica amministrazione, specie nei confronti degli investimenti che potrebbero arrivare da aziende internazionali. Berta dimostra che negli Stati Uniti  il potente sindacato dell’auto ha “affidato la propria sopravvivenza all’acquisizione di un ruolo istituzionale che, pur pagato al prezzo di pesanti sacrifici, ha dato una legittimità ad esistere all’interno della aziende dell’auto,” e quindi a poter contare nel delinearne il futuro. In Italia siamo ancora lontani da questa svolta per colpa soprattutto della Fiom. La strada per sanare i contrasti senza pensare ad una impossibile sconfitta e distruzione di una parte,potrebbe essere quella – suggerisce Berta – di dar vita ad un sindacato unitario dell’industria nell’ambito del quale quindi le istanze più estremiste sarebbero bilanciate da quelle di altri settori industriali con più solida tradizione di partecipazione alle sorti dell’impresa. Ora che il Governo Monti dovrà fare riforme incisive non solo per mettere a posto i conti pubblici, ma soprattutto per porre le basi di una vera ripresa dello sviluppo, anche relazioni industriali più moderne dovranno portare un contributo rilevante a questa ripartenza dell’Italia, su basi solide e durevoli.

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