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Bentivogli: il lavoro ci sarà ma dobbiamo innovare

“La fine del lavoro è la più grande fake news che circola oggi, soprattutto se collegata alla narrazione di una tecnologia che ruba il lavoro agli esseri umani. Al contrario, ormai è chiaro che invece è la poca innovazione tecnologica e organizzativa che produce disoccupazione”. Questo il chiaro giudizio finale di Marco Bentivogli contenuto nel suo ultimo libro “Il lavoro che ci salverà“, Edizioni San Paolo, da pochi giorni in libreria. 

Non si tratta di un ottimismo di maniera, ma di un ampio ragionamento su tutti gli aspetti del problema lavoro da quelli culturali a quelli organizzativo-tecnologici, a quelli politico-sindacali. Il lavoro ci salverà solo se sapremo innovare profondamente in tutti i campi, se abbandoneremo la “narrazione pessimistica e rinunciataria circa il futuro” che oggi sembra prevalere nel nostro paese perché portata dai “tanti impresari della paura” che dopo aver agitato i pericoli dei migranti e della globalizzazione, oggi sembrano convergere sulla distruzione dell’occupazione che sarebbe – secondo loro- la conseguenza dei robot. 

I problemi certo ci sono. Il contesto esterno, sia tecnologico che delle relazioni internazionali, sta cambiando con grande velocità. E la risposta non può essere quella che varie volte hanno proposto autorevoli esponenti della sinistra come l’ex ministro Cesare Damiano, secondo il quale lo Stato dovrebbe agire per “rallentare“ il processo di innovazione in modo da salvaguardare i posti di lavoro legati a tecnologie superate.

Bentivogli affronta invece il tema del lavoro cominciando a fissare alcuni concetti base di tipo etico e giuridico. Citando l’insegnamento della Chiesa e in particolare alcuni degli interventi di Papa Francesco, che ricorda come solo il lavoro consente la piena maturazione dell’uomo, lo sviluppo della sua personalità e delle relazioni sociali. Insomma non si può immaginare una società basata solo sulla distribuzione di un reddito di cittadinanza, ma bisogna offrire a tutti la possibilità di lavorare perché solo in questo modo si può dare dignità all’uomo, stimolando nel contempo il suo senso di responsabilità.

E non a caso Bentivogli accanto all’articolo 1 della Costituzione ricorda anche l’articolo 4. Il primo afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro, cosa che secondo l’interpretazione corrente vuol dire che i cittadini hanno “diritto” ad avere un lavoro magari dallo Stato, mentre il secondo afferma che ogni cittadino “ha il dovere di svolgere una attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società. “Accanto ai diritti, che quando sono esagerati somigliano ad abusi, ci sono anche i “doveri” e cioè la responsabilità di partecipare attivamente, ognuno secondo le proprie possibilità, al bene comune.

Fissati i due pilastri etici e giuridici, Bentivogli dimostra che i catastrofisti hanno torto, e che ci sono ormai chiare evidenze sulle potenzialità positive per il lavoro e per l’intera società portate dalle innovazioni tecnologiche e dall’apertura dei mercati a livello globale. La tecnologia è un alleato per umanizzare il lavoro, per passare dalla fatica fisica a quella della mente, cioè per trasformare il lavoratore da mero venditore di forza a partecipante attivo di un processo intelligente di gestione del lavoro. L’introduzione dello smart working, spinto certo dalla pandemia di COVID, sta però affermandosi in molte attività dove alla disciplina gerarchica si sostituisce il progetto, dove contano gli obiettivi e non solo i comportamenti.

Ma per cogliere tutte le potenzialità di queste grandi trasformazioni occorre adeguare la nostra cultura e far fare un salto alle nostre istituzioni a partire dalla politica, e dai sindacati, per arrivare al nostro sistema di welfare e soprattutto all’istruzione e alla formazione che devono seguire le persone durante tutto l’arco della vita. Qualche cambiamento culturale è già evidente. Bentivogli ricorda come l’ultimo documento della Business Round Table sia completamente diverso da quello di dieci anni fa. Allora si affermava che unico compito delle imprese era quello di creare valore per gli azionisti mentre oggi si mette ai primi posti, il benessere dei dipendenti, la tutela dell’ambiente, la salvaguardia dei fornitori, e poi si arriva anche alla tutela degli interessi degli azionisti. Una importante rivoluzione.

Ma per proseguire con rapidità sulla strada di questa trasformazione occorre da un lato che la politica sappia guardare al medio-lungo periodo abbandonando la demagogia spicciola del giorno per giorno, mentre i sindacati, per essere protagonisti di questa nuova fase del lavoro, dovranno abbandonare il vecchio schema ideologico di contrapposizione frontale che porta oggi a combattere solo battaglie di immagine, a coltivare l’eroica sconfitta, ritenuta prova della prevaricazione dei “padroni” nei confronti di una classe oppressa. È quello che ha fatto Landini quando, appena arrivato alla guida dei metalmeccanici della CGIL, ha cavalcato la vertenza contro la Fiat di Pomigliano, con il risultato finale di far scomparire la sua organizzazione da tutte le fabbriche del gruppo in Italia. Ma Landini aveva raggiunto il proprio scopo: essere il difensore degli oppressi, chiamato in TV, interpellato dai governi per cercare di far passare certe indispensabili riforme. Insomma un “perdente di successo“ che infatti è ora segretario generale della CGIL e si trascina dietro gli altri due leader di CISL e UIL che non osano dire qualcosa di diverso da lui.

Bentivogli sostiene, invece, che i sindacati dovrebbero fare scelte radicali, rifondative, rigenerative, perché dovranno essere in grado di contrattare non solo il salario uniforme per grandi masse di lavoratori chiusi in fabbrica, ma dovranno pensare al lavoratore quale partner dell’impresa, con la sua autonomia e la sua responsabilità. Quello che conterà sarà la formazione non solo quella tecnica da aggiornare costantemente, ma anche quella riguardante la cultura generale perché sempre di più le persone avranno bisogno di un pensiero critico, saranno chiamate a prendere decisioni, dovranno risolvere problemi con lucidità. In sostanza il primo diritto del lavoratore e del cittadino sarà quello di avere strumenti adatti per affrontare con fiducia un futuro, come sempre non facile, ma carico di buone opportunità per tutti quelli che sapranno individuarle.

Come ha affermato Papa Francesco, che pure non è tenero verso l’economia di mercato, “il lavoro è il più importante regalo che i genitori possono fare ai figli per aiutarli a spiccare il volo libero nella vita adulta“. Non è certo la fine del lavoro con buona pace di Jeremy Rifkin, fresco consulente dei 5 Stelle!“.

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