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Banca d’Italia, Visco metta a tacere gli affabulatori anti-euro

FIRSTonline

In occasione dell’ascolto degli affabulatori che, in disprezzo di ogni evidenza statistica, predicano la nocività dei vaccini, mi viene spontaneo associarli agli altri affabulatori populisti che predicano l’uscita dall’euro e dalla UE o soltanto dall’Euro, a seconda della momentanea certezza del ragionare. Affabulazioni populiste la cui cultura economica è sovente debitoria alle fake news veicolate da qualche social forum o alla sola lettura dei pochi caratteri consentiti da twitter. Non a caso, la cultura politica ed economica basata prevalentemente sui social forum o su twitter non assiste. Infatti alcuni sovranisti digitalizzati hanno proposto il ritorno alle Am. lire (Allied Military Currency) in circolazione in Italia dopo lo sbarco in Sicilia degli alleati nel 1943 che contribuì, oltre che alla perdita di sovranità monetaria, anche alla pesante inflazioneche colpì l’Italia verso la fine dellaseconda guerra mondiale; poi stroncata dalla stretta monetaria di einaudiana memoria.

In questo contesto caratterizzato dalla confusione dei linguaggi e dalla inidoneità delle idee, mi auguro che in occasione delle incombenti Considerazioni finali che il governatore Ignazio Visco terrà il prossimo 31 maggio, siano pronunciate parole chiare e definitive sulla impossibilità di uscire dall’euro. È ’auspicabile dunque, che il governatore Visco, ribadisca che è impossibile uscire dall’euro senza la contemporanea denuncia del Trattato di Lisbona: uscita che porterebbe ad una incontrollabile instabilità economica e finanziaria.

Ricordo infatti agli affabulatori populisti anti-euro che il Trattato di Lisbona all’art. 2 comma 4 stabilisce che “L’Unione istituisce un’unione economica e monetaria la cui moneta è l’euro”, espressione quest’ultima che si ritrova in molte disposizioni del Trattato, costituendone il collante. Pare dunque impossibile uscire dall’euro senza uscire dalla UE così come gli affabulatori populisti anti-euro lasciano intendere ipotizzando in subordine che i  paesi aderenti all’euro trovino un gentleman agreement per uscire tutti insieme dalla moneta unica:  manco fossero attempate signore che si riuniscono per chiacchierare e per prendere il tè e non capi di Stato e di governo che osservano con preoccupazione alla latente instabilità politica dell’Italia, potenzialmente incapace di sostenere qualunque trattativa per la comune uscire dall’euro. Ci farebbero a pezzi per dividersi le spoglie.

Al pari degli affabulatori populisti anti-vaccini, quelli anti-euro non offrono documentazioni statisticamente significative a sostegno delle loro proposte ed analisi. Mi auguro che anche in questo caso il governatore Visco offra considerazioni conclusive sui rischi esiziali che incontrerebbero l’economia italiana ed il risparmio delle famiglie nel contesto monetario della libera liretta fluttuante nei confronti delle monete forti: l’euro in primo luogo mantenuto e difeso dalle economie più forti.

Agli affabulatori che rimpiangono gli anni dei regime dei cambi variabili (1973-1993) occorre rammentare che in quei venti anni il  cambio della lira rispetto al marco tedesco passò da circa 150 lire per un marco a quasi 1000 lire; che l’inflazione galoppò fino ad oltre il 21 % nel 1981 portando il tasso del titoli di Stato a medio e lungo termine anch’essi nell’intorno del 20 per cento, caricando negli anni a venire la spesa pubblica per interessi passivi che superò il 12 per cento del pil, contribuendo a far più che raddoppiare il peso del debito pubblico in percentuale del pil: dal 47 al 115% nel 1993. Non appare dunque una buona idea quella di ritornare ai cambi flessibili abbandonando il regime dei cambi irrevocabilmente fissi garantito dalla partecipazione alla moneta unica.

Invece, nei dodici anni successivi e precedenti la perfetta tempesta finanziaria del 2006-2007, il debito pubblico è prima cresciuto fino al 121 per cento del pil, per poi ridursi al 103-105 per cento dello stesso. Dal canto loro, l’inflazione e i tassi sui titoli pubblici a medio e lungo termine (BTP) sono scesi rispettivamente fin verso il 2 e il 3,5 per cento. A sua volta la spesa pubblica per interessi passivi è scesa a circa il 4,5 per cento del pil.

Se la storia non è maestra di vita, uno sguardo al passato da parte degli affabulatori populisti anti-euro potrebbe arricchire i loro scarni e non documentati messaggi e metterli in guardia dal veicolare contenuti incontrollati se non falsi in un twitter o divulgati nella rete.

Le prossime considerazioni del governatore Ignazio Visco, seppure ben coscio come sono che i populisti anti-euro tramite la veicolazione dei loro tam tam racchiusi negli angiporti della politica italiana, non gradiscano il suo rinnovo alla guida della Banca d’Italia, sono dunque una occasione importante per riavviare su solide basi fattuali e non su occasionali teorie una discussione fondata sui fatti e non sulle affabulazioni degli anti-euro populisti d’annata  mirate a raccogliere consensi alle prossime elezioni politiche, a spese di quella autorevolezza che l’Italia deve ancora conquistare in Europa.

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