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Asta Frequenze: il Governo incassa, ma il conto rischia di rivelarsi più salato del previsto

È una storia travagliata quella della più importante asta frequenze (almeno per la quantità di MHz messi in gara, ben 255) del nostro Paese.

Una decisione presa, piuttosto che per un disegno di politica industriale, per rimpinguare le casse statali (offrendo la copertura economica alla manovra dell’estate 2010) e per realizzare le direttive della Commissione che nel frattempo aveva imposto a tutti gli Stati Membri di destinare le frequenze del dividendo digitale per i servizi a banda larga in mobilità. Una modalità di inizio certamente non all’altezza del valore strategico del mercato radiomobile e dei servizi a banda larga per l’Italia, nel quale, fino ad ora, potevamo vantare un primato mondiale in termini di innovazione e diffusione dei servizi.

I mesi che hanno portato poi alla realizzazione della gara non sono stati di certo meno travagliati: da un lato, le emittenti locali che minacciano ricorsi al TAR e di non liberare le frequenze più pregiate della gara (la banda 800 MHz del dividendo digitale) e, dall’altro, gli operatori TLC che annunciano a più riprese di disertare la gara se non sarà garantita loro la certezza che potranno realmente utilizzare le frequenze che pagheranno a caro prezzo con l’asta. Nel mezzo, un Governo che le prova tutte: promette lauti risarcimenti alle TV locali (240 milioni di euro) e arriva ad inserire nella manovra di luglio scorso misure drastiche da porre in essere contro le emittenti che non libereranno le frequenze (dalla disattivazione coattiva degli impianti, ai limiti posti al TAR Lazio sull’annullamento dei decreti di “disoccupazione” delle frequenze).

Tra mille intemperie, il 31 agosto scorso l’asta ha preso il via. Ancora prima dell’inizio della terza tornata di rilanci l’esito della gara è, di fatto, già scritto. Ma sono ancora numerose le incertezze sugli effetti che riuscirà ad avere sul mercato. Al termine della seconda tornata di rilanci il Governo aveva già raggiunto il suo obiettivo coprendo i 2,4 miliardi già ascritti nel bilancio statale con la manovra dell’estate scorsa. Ieri, all’apertura della quinta giornata d’asta, le offerte hanno superato quota 2,9 miliardi di euro; con ciò l’Esecutivo evita la “clausola di salvaguardia” voluta dal ministro Tremonti, salvando tutti i dicasteri da nuovi tagli orizzontali. Alla certezza dell’incasso, però, fanno da contraltare i numerosi dubbi sulla possibilità che la gara dispieghi effetti virtuosi anche sul mercato.

Il contesto competitivo non sembra che potrà avere ricadute positive. Nonostante i molti rumors, ai blocchi di partenza si sono presentati solo 5 operatori (i 4 big radiomobili e Linkem) ma solo gli operatori mobili hanno presentato offerte in sede di gara. Nessun nuovo soggetto entrerà nel mercato, neppure quelli di cui si era molto parlato e che avrebbero avuto le risorse economiche per partecipare all’asta (Poste), e quelli da poco entrati sul mercato, come gli operatori WiMax, hanno scelto di non acquistare frequenze. Anche i comportamenti degli operatori partecipanti in questi primi giorni non sono molto definiti ma certo già interessanti: sia Wind che Telecom sono parse fin da subito fortemente interessate alle frequenze 800mhz (per cui hanno entrambe offerto circa 1 miliardo), H3G ha offerto (sorprendentemente) già oltre 300 mln, Vodafone, che in Europa ha speso moltissimo nelle varie aste, era parsa finora molto cauta, ma da ieri ha offerto oltre 900 milioni. Inoltre ieri anche Vodafone ha fatto alla fine un’offerta sulle frequenze 2,6 mhz interessanti per lo sviluppo della banda larga mobile, mentre nessuno pare interessato alle frequenze in banda 2,0 mhz.

Il caro prezzo al quale verranno acquistate le frequenze potrebbe peraltro vanificare l’aumento della dotazione frequenziale in mano agli operatori mobili. Telecom, Vodafone, Wind e H3G saranno in grado di fare ulteriori investimenti (necessari per l’upgrade delle reti) dopo aver speso oltre 3 miliardi di euro per l’asta (queste le stime sull’esito della gara rilanciate dal ministro Romani) e con la spada di Damocle della Robin Tax che pende sui loro bilanci? La gara UMTS ed il fallimento di BLU e IPSE farebbero pensare di no. È probabile che gli operatori finanziariamente più deboli possano entrare in crisi di risorse e che la gara, quindi, inneschi un ciclo di consolidamento del mercato piuttosto che di apertura a nuovi attori e di aumento della concorrenza.

La ciliegina sulla torta è l’incertezza (ancora pesante) sull’effettiva disponibilità delle frequenze poste in gara: le emittenti locali si accontenteranno degli indennizzi economici previsti e, soprattutto, il Governo avrà la forza politica di liberare coattivamente le frequenze, qualora ciò si rendesse necessario? In questo contesto i problemi di interferenza con i broadcaster televisivi (La7, ma anche Mediaset e Rai) sul primo lotto degli 800 MHz appaiono questioni di dettaglio, anche se finora hanno avuto come risultato che solo ieri un operatore ha fatto un’offerta, peraltro di entità inferiore, per il blocco che subisce interferenze.

Laura Rovizzi Ad di Open Gate Italia, società specializzata nella regolamentazione del settore rileva: “L’asta è certamente un’importante occasione per valorizzare adeguatamente un bene pubblico (le frequenze) dall’alto valore economico intrinseco (per la scarsità della risorsa) ma soprattutto potenziale, in quanto in grado di creare le condizioni per lo sviluppo di reti e l’innovazione di servizi, in una spirale virtuosa di sviluppo”. Solo i prossimi mesi sapranno fugare o confermare i molti dubbi sul rischio di aver perso una grande opportunità di stimolo alla crescita economica del nostro Paese.

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