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WhatsApp a pagamento? Si, lo è sempre stato

In inglese esiste un acronimo che negli ambienti informatici viene usato solitamente per rispondere a domande banali che potrebbero trovare risposta in documentazioni ampiamente disponibili in rete o, molto più semplicemente, potrebbero essere evitate se venissero rispettate le più basilari regole di procedura. Si tratta delle iniziali della frase “Read The Fucking Documentation” ovvero, utilizzando un’elegante traduzione: “leggi la maledetta documentazione”. Il consiglio, in questo caso, è valido per tutti quelli che ciclicamente ripropongono online o sulla carta stampata la notizia che l’applicazione di messagistica per smartphone “WhatsApp” sia diventata a pagamento.

WhatsApp in realtà ha un costo pari a 79 centesimi di euro già da un pezzo e l’informazione è chiaramente riportata nella descrizione del software in ogni App store. Basta leggere. La confusione forse può nascere dalle differenti modalità di pagamento che, fino ad oggi, venivano proposte in funzione della piattaforma per cui l’app è disponibile (Android, BlackBerry, Symbian, Nokia S40 e Windows Phone).

Gli utenti degli smartphone Apple pagavano – una tantum – prima di poter scaricare il software, tutti gli altri invece scaricano gratuitamente WhatsApp e lo utilizzano per 12 mesi sempre senza sborsare nulla. Solo dopo scatta la richiesta di pagamento per poter continuare ad utilizzare l’applicazione (0,79 centesimi di euro ogni anno). L’unica vera novità, che in realtà semplifica e uniforma il modello di sottoscrizione al servizio, è stata annunciata dall’amministratore delegato della società, Jan Koum, in un’intervista al giornalista olandese Alexander Klopping e riportata da TechCrunch: “entro l’anno” infatti e “solo per i nuovi utenti Apple” (gli utenti Apple che hanno già scaricato l’app a pagamento, manterranno l’utilizzo gratuito) il download e i primi 12 mesi di servizio saranno a costo zero. Si pagherà, come nel caso degli altri market digitali, solo per gli anni succesivi al primo e solo a partire dall’inizio del secondo anno.

In ultima analisi c’è da ricordare il contributo alla confusione derivato dall’appello-bufala su Facebook che sosteneva l’introduzione di una tariffa per l’utilizzo di WhatsApp nei confronti degli utilizzatori poco frequenti: secondo il testo diffuso tramite il social network, per evitare il pagamento bisognava inviare l’appello ad almeno dieci contatti. Non solo non è bastata la smentita ufficiale di WhatsApp, ma la bufala è stata riproposta recentemente, anche al di fuori di Facebook.

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