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Vigna alla Ferrari: uno scienziato alla guida della Rossa

Imagoeconomica

Non c’è che dire: stavolta la scelta di John Elkann per la Ferrari ha davvero stupito. Un esperto d’auto? No. Un uomo della moda? Assolutamente no. Un manager gradito ai mercati? No, un assoluto sconosciuto al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori dell’elettronica. Insomma, Benedetto Vigna, a sorpresa da martedì il numero uno della Rossa, è una cosa sola: un genio. Sì, semplicemente un genio che, poco più che cinquantenne (classe 1969), ha messo a punto più di 200 brevetti per Stm, la jv italofrancese in cui è approdato nel 1995 fresco di laurea in Fisica Subnucleare presso l’Università di Pisa.

Messa così, non stupisce la freddezza con cui Piazza Affari ha accolto la nomina di questo scienziato dalle spesse lenti che non ha probabilmente mai visto un Grand Prix dal vivo e quasi certamente non ha mai seguito una sfilata di moda. Il commento più benevolo è che si tratta di una soluzione ponte, tanto più urgente e necessaria quanto lunga è stata la vacanza ai vertici di Maranello, dopo le dimissioni di Lou Camilleri nello scorso dicembre. Ma chi ha avuto la fortuna di conoscere Vigna in occasione dei vari Investors Day di Stm e di apprezzarne il lavoro ha una sensazione ben diversa: Vigna, che entrerà a Maranello il prossimo settembre, ha tutte le qualità, umane e tecniche, per pilotare la Rossa nel futuro, proiettando la Ferrari in pole position nella corsa che oppone il gioiello della Motor Valley a giapponesi, tedeschi ed ai giganti di Silicon Valley. Tutti i concorrenti di quel Grand Prix della Mobilità in cui l’auto dovrà trasformarsi in qualcosa di più, così come il telefonino è evoluto nello smartphone tanto per fare un esempio.

Un’esagerazione? Val la pena a questo punto di fare un passo indietro per parlare di un altro genio, il padre scientifico di Vigna: Bruno Munari, perito elettrotecnico veneto che nei primi anni Sessanta cominciò a lavorare alla progettazione dei circuiti elettronici nella neonata Sgs di Agrate voluta da Adriano Olivetti e da Virgilio Floriani, il padre di Telettra.  Furono anni di esperimenti, prove ed errori necessari per dar vita ai primi circuiti integrati sviluppato sulle tecnologie dell’americana Fairchild, l’antenata di Intel. E’ in quegli anni che nasce il programma 101 di Olivetti così come i ponti radio digitali di Telettra, capolavori tecnologici che l’Italia del business registra quasi insofferente mentre si radicalizza lo scontro politico. La giovane elettronica di casa nostra sembra destinata al fallimento o, al più, ad un ruolo secondario sorretto dal denaro della Stet. E’ lì che il team di Munari dà vita ad un capolavoro, peraltro low cost: perché non utilizzare le caratteristiche dei chip per trattare i segnali elettronici di potenza (per le lampadine a basso consumo) o per gestire le minuscole goccioline di inchiostro delle stampanti? E così, mentre i concorrenti Usa e giapponesi si sfidano a suon di miliardi di dollari per mettere a punto semiconduttori sempre più potenti, la bottega di mastro Munari sforna l’ink jet, il sistema di stampa basato sul controllo delle testine super precise degli hard disk.  

E’ solo uno dei successi nati in questa bottega di cervelli che hanno reso possibile la sopravvivenza dell’elettronica italiana (e, in buona parte, di quella europea).  La genialità della squadra di Agrate è stata una delle armi che hanno consentito a Pasquale Pistorio di metter le basi per l’alleanza con i francesi di Thomson dando vita a Stm entrata nel Duemila sull’onda dei successi conseguiti al fianco di Nokia. Ma la storia ha rischiato di non avere un lieto fine.  Anzi, il declino della stessa Nokia ha rischiato di compromettere le sorti dell’azienda. Ma ancora una volta la genialità italiana ha avuto la meglio.

E’ sempre Munari ad avere l’illuminazione: perché non usare l’esperienza nel silicio a micron per sviluppare minuscoli organi vibranti, capaci di registrare spostamenti, accelerazioni, torsioni? Nasce così l’accelerometro, altro grande successo scientifico, sviluppato assieme agli Agrate boys, tra cui spicca Vigna, fisico che si rivela grande uomo squadra con uno spiccato bernoccolo per il business. E’ lui che ha l’idea di puntare sui Mems, i microdispositivi che hanno reso possibile lo sviluppo della nanotecnologia: microsistemi elettromeccanici che non sono altro che un insieme di dispositivi di varia natura (meccanici, elettrici ed elettronici) integrati in forma altamente miniaturizzata su uno stesso substrato di materiale semiconduttore, ad esempio il silicio.  A che servono? Vigna prende la valigetta e si trasferisce in Giappone. Grazie alle applicazioni Mems, Nintendo sforna una piattaforma per videogiochi innovativa, capace di muoversi a 360 gradi, di simulare vibrazioni ed effetti realtà che oggi sono comuni ma 10-15 anni suscitavano meraviglia. Così come buona parte degli effetti alla base dell’iPad o dell’iPhone, frutto del lavorio di Mems sempre più sofisticati che escono dalla divisione guidata da Vigna che, da allora, si è occupata un po’ di tutti, dai congegni per regolare i consumi elettrici alle applicazioni per il mondo auto, uno dei punti di forza della squadra. 

Che può fare il genio di Vigna applicato alla Ferrari? Creare all’interno della vettura un salotto per l’entertainment piuttosto che un ufficio mobile. Garantire la massima sicurezza ai 300 all’ora grazie all’utilizzo dei sensori e all’alleanza con l’israeliana Oculus, alll’avanguardia nella guida autonoma. O tante altre cose ancora. Oppure, il che è più importante, mettere in comunicazione senso del business e potenzialità della tecnologia. Con lo spirito del visionario ma con i piedi per terra come si conviene a chi ha imparato dal maestro l’arte di fare molto con poco, compensando con il cervello il gap rispetto ai vari Apple (o Volkswagen).

Probabilmente sta lì la scommessa di John Elkann, estremamente attento alla tecnologia, così come l’intendono i suoi amici Jeff Bezos ed Elon Musk, gente a cui uno come Vigna interessa assai. 

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