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Viesti: “Il Sud è fuori dall’agenda politica ma ricucire l’Italia è indispensabile”

Imagoeconomica Sara Minelli

L’ultimo libro di Gianfranco Viesti, “Centri e periferie”, edito da Laterza nella collana Anticorpi, è un volume ambizioso fin dal sottotitolo “Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX secolo al XXI secolo”. E a essere onesti, alla fine della lettura, non si può dire che lo studioso non mantenga le ponderose promesse. Viesti è uno degli economisti più noti d’Italia al quale viene sempre affiancato un aggettivo, “meridionalista”, per gli studi approfonditi sul tema del Mezzogiorno d’Italia che lo impegnano da anni. Questa volta il tema della divisione e delle diseguaglianze nel nostro Paese sono dentro un contesto più ampio, quello europeo  e mondiale, nel quale, cercando le disparità regionali fuori dall’Italia, egli studia e approfondisce i “mezzogiorni” degli altri oltre che il nostro. Un bel libro di storia oltre che di geografia economica.

Venti capitoli divisi in tre parti, preceduti da una introduzione densa che da sola regge l’intera impalcatura del libro. In ogni capitolo si dipanano e si intrecciano i fili della globalizzazione, della terziarizzazione, delle disuguaglianze, tutti a disegnare la trama che deve disegnare il vestito che viene fuori rispondendo al quesito suggerito dal titolo: perché ci sono i centri? E perché ci sono le periferie? Parlandone con lui non possiamo però che affrontare casa nostra, il nostro Mezzogiorno, e partendo da una banalità: ma perché stiamo ancora a parlare di “questione meridionale” a 160 anni dall’opera di Garibaldi, Cavour e i Savoia. Perché siamo ancora “disuniti”?

Per Viesti (e come ormai è “incontrovertibile”, come egli sottolinea)  il vero divario si allarga soprattutto negli anni della Prima guerra mondiale. E accade innanzitutto a causa della guerra, “che porta tutte le risorse del Paese a concentrarsi sulla produzione bellica e quindi amplifica enormemente l’apparato produttivo che era quasi tutto localizzato a nord ovest”, cosa “che provoca un salto dimensionale molto grande e ci consegna alla fine della guerra quell’apparato industriale che conosciamo oggi”. 

Il fascismo poi ci metterà del suo. 

“E’ il periodo relativamente meno studiato dagli storici ma è abbastanza evidente che il fascismo guarda al Sud come una grande riserva di braccia per l’agricoltura e per l’esercito. Ecco quindi  che il Nord si modernizza e diventa non solo industriale ma anche urbano, cosi che nascono i ceti medi, si crea una prima domanda di consumo per l’industria locale e si crea un circuito virtuoso che si stacca dal resto del paese. Mentre  al Sud si resta nelle campagne. Ci sono contributi di storici recenti che mostrano anche come le politiche fiscali e sociali del fascismo abbiano aumentato le disuguaglianze nel paese, favorito le ricchezze e penalizzato soprattutto il lavoro salariato in agricoltura”.

Eppure progetti di sviluppo del Sud erano stati immaginati anche durante il fascismo da una certa classe dirigente del Paese. Il riferimento è chiaramente all’Iri: è così?

“Negli anni Trenta, l’Iri, guidata da meridionali, aveva messo in campo un progetto di grandi siti industriali nel Mezzogiorno che sarebbero dovuti sorgere negli anni Quaranta. Ma sappiamo come va a finire, arriva la Seconda guerra mondiale e tutto si blocca. Non solo. Anche gli effetti della guerra non sono uguali a Nord e a Sud: per esempio la distruzione dell’apparato industriale di Napoli è totale mentre quello del Nord rimane sostanzialmente protetto. E infine, cosa che tendiamo a dimenticare, la prima Italia democratica ha notevolmente ampliato le disparità perché tutte le risorse del piano Marshall furono, anche comprensibilmente, destinate alla  ripresa industriale e quindi dirottate al Nord. Una catena di eventi ferali per il Sud che solo la decisione di De Gasperi e di altri di creare la Cassa del Mezzogiorno rompe. Una Cassa tuttavia , non dimentichiamolo, che nei primi tempi, pur mettendo in piedi opere molto positive, non affrontava il tema dell’industrializzazione, che arriverà solo alla fine degli anni Cinquanta”.

Quindi gli anni migliori per il Sud del Paese sono stati quelli della cassa del Mezzogiorno?

“Non lo avrei mai detto ma sì, quegli anni, che vanno dai Cinquanta ai Settanta del secolo scorso, pur considerandoli con luci e ombre, sono sostanzialmente positivi, soprattutto perché si fanno grandi sforzi per modernizzare questa parte del paese. Finalmente c’è l’urbanizzazione del Mezzogiorno e c’è il primo grande investimento pubblico della Repubblica in servizi sociali. Nascono le scuole, gli ospedali, e questo provoca un grande cambiamento, spunta la classe media, le donne  cominciano ad avere  un ruolo. Ovviamente si sarebbe potuto fare molto meglio, pensiamo alla incapacità di governare  l’urbanizzazione che ha provocato a Napoli, a Palermo ma anche Bari danni gravissimi alle fisionomie delle città. Ma niente a che vedere con quello che avviene dopo”.

E cosa accade nel trentennio successivo?

“Con gli anni Ottanta non cresce la capacità di governare della politica, ma è ancora un periodo di consumi molto forte e quindi le diseguaglianze non sono drammatiche. Gli anni Novanta sono terribili per il Sud, esso perde totalmente la centralità, sparisce da ogni agenda politica, a destra come a sinistra, mentre gli effetti devastanti  della criminalità annullano ogni speranza”.

Eppure lei considera gli anni Dieci di questo secolo i peggiori per il Sud.

“Lo sono perché sono aggravati dal contesto esterno. L’Italia è soggetta a regole europee, che provocano ovunque politiche negative, quella che viene chiamata un’austerità senza sviluppo e senza miglioramento dei  conti pubblici. Ogni politica verso la sanità, i trasporti locali, verso la scuola, l’università non è stata lungimirante né capace di affrontare il tema e aggrava situazione. Le affronto una per una nel libro dimostrando quello che sostengo”.

Non è storia solo italiana e anche questo affronta nel libro.

“E’ vero. Il fatto è che i contesti nazionali conducono a quella che viene chiamata  polarizzazione e che nasce in questo secolo.  Oggi non ci sono solo paesi del Sud e del Nord, ma ci sono anche i paesi dell’Est che sono completamente differenti”.

Verrebbe da dire che è stato sbagliato allargare l’Unione.

“Non è giusto dire così. L’allargamento è stato un fenomeno epocale, ha cambiato le carte in tavola, ha messo a confronto organizzazioni sociali e politiche del tutto differenti. E poi non si può negare che nei primi 40 anni l’Unione abbia prodotto sviluppo, sebbene più grande laddove le zone erano più ricche. Quindi, per fare un esempio a noi vicino,  è andata meglio in Veneto che in Puglia perché  quella regione era più attrezzata.  Ma sono le stesse politiche europee che servono a favorire la crescita di chi sta più indietro e non sempre è accaduto”.

Per tornare al titolo del libro, chi sta al centro e chi in periferia?

“Contano gli eventi storici, non c’è un senso unico. E poi ci sono le politiche pubbliche, le uniche alla base della crescita e che decidono da che parte stai.  In Italia non ci sono dubbi che sono stati migliori quelle della prima Repubblica rispetto a quelle della seconda. Perché esse miravano complessivamente a costruire un Paese più equo sebbene ci abbiano lasciato la terribile eredità del debito pubblico. Durante la seconda Repubblica  c’è stata non solo una riduzione di quantità e intensità delle politiche pubbliche, ma anche un orientamento che non contrastava le diseguaglianze, in termini di territorio, di genere e  generazionali.  Aggravati, come detto, negli anni Dieci. E culminate nella richiesta di autonomia differenziata da parte di alcune regioni del Nord spazzata via solo dall’ondata della pandemia. Il ragionamento era del tutto coerente  con la mancanza di indirizzo unitario del paese:  se le risorse scarseggiano bisogna tutelare i più forti. Non è mai stato detto in questi termini perché anche il Sud vota, ma il senso era questo”.

Fra gli handicap di cui soffre il  Mezzogiorno d’Italia due  sono secondo Viesti  quelli che hanno pesato più degli altri: il livello di istruzione che a un certo punto si è ritrovato a essere bassissimo con la fuga dei ragazzi che andavano a studiare nelle università del Nord; e l’isolamento fisico fra una regione e l’altra, una città e l’altra. Se Napoli, Bari e Palermo fossero state più vicine sarebbe stato diverso?

“La geografia può allontanare, ma le infrastrutture avvicinano. Le Canarie sono in mezzo all’oceano, ma sono più vicine che mai, lo abbiamo visto anche durante la pandemia.  Torniamo quindi all’importanza delle opere pubbliche. “

Eppure l’Italia se le è cavata fino adesso: siamo sempre una grande potenza industriale. Siamo sicuri che il Sud sia proprio necessario? 

“L’Italia se l’è cavata malissimo in realtà. E anche di questo nel libro do conto. Siamo negli ultimi posti di tutto quello che conta in Europa, non funziona il Piemonte e nemmeno la Liguria. Un po’ meglio va l’asse Milano-Veneto, ma fino a quando? E’ per necessità che dobbiamo ricucire il Paese sicuramente non per generosità”.

Può accadere con la fine della pandemia? 

“La pandemia è stata una rottura clamorosa. Tutto può accadere. Anche che l’Italia diventi una”.  

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