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Usa, Germania, Gran Bretagna: i veri scudi fiscali e la “realtà virtuale” italiana

Washington, Berlino, Londra. In altre parti del mondo il sogno è già realtà: accordi internazionali precisi, leggi chiare, aliquote severe. In Italia, invece, continuano le discussioni sterili sullo scudo fiscale che c’è stato e su quello che non ci sarà.

Per racimolare i 45 miliardi della manovra bis che la Bce ci impone, l’opposizione e alcune fette della maggioranza avrebbero voluto imporre un nuovo prelievo sui capitali oggetto dell’amnistia tremontiana del 2009 (97 miliardi tassati al 5%, aliquota salita al 6-7% con la riapertura dei termini). Poi però si sono accorti che un intervento del genere sarebbe stato incostituzionale. In ogni caso avrebbe richiesto tempi lunghissimi e difficoltà tecniche da mission impossible, se non altro perché i possessori di quei capitali sono sempre rimasti anonimi.

Allora si è accesa una nuova lampadina in quel di Arcore: l’idea di uno scudino ex novo. Stavolta però con un’aliquota più alta (fra il 7 e il 10%), in modo da raggranellare di colpo quasi 10 miliardi. Anche stavolta niente da fare. Il sogno di veder pagare i super-ricchi che hanno infranto la legge si è vaporizzato in poche ore. E’ stato il ministro Calderoli a riportarci con i piedi per terra: quella di cui si è parlato era soltanto “una realtà virtuale”.

Non resta che consolarci con l’esempio di quei Paesi in cui, per fortuna loro, la realtà è reale. Cominciamo dagli Stati Uniti. Dopo una prima iniziativa lanciata nel 2009, a marzo di quest’anno il Congresso ha aperto una seconda fase dello scudo fiscale, che si chiuderà a fine agosto. La nuova tranche prevede multe più salate della prima.

I contribuenti americani che hanno portato illegalmente i propri soldi in paradisi fiscali pagano una sanzione pari al 25% della somma parcheggiata all’estero nel periodo 2003-2010. Per le cifre inferiori ai 75mila dollari la quota scende al 12,5%. Non solo. Gli evasori devono sborsare anche gli interessi sulle tasse che non hanno pagato, fino a un massimo di otto anni.

La Gran Bretagna ha invece raggiunto un’intesa con il Liechtenstein per la regolarizzazione dei capitali inglesi esportati contro la legge. Grazie all’accordo, il Governo di Sua Maestà conta di incassare qualcosa come nove miliardi di sterline in quattro anni. Sta per essere avviata anche una nuova collaborazione di questo tipo, stavolta con la Svizzera. Lo stesso patto con Berna è già stato siglato dalla Germania. Berlino porta a casa nuove entrate senza che le Banche elvetiche siano obbligate a svelare i loro segreti più intimi: le identità degli evasori.

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