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Ue, la ricetta anticrisi degli studenti

Immaginate uno studente indiano seduto al posto di Jean-Claude Juncker, o una coetanea cinese che fa le veci della Mogherini. O ancora un giovane greco a prendere la parola come il tedesco Martin Schulz. Scenario alquanto improbabile, eppure è successo per davvero all’Europarlamento di Strasburgo: grazie all’iniziativa della business school europea Escp Europe, in collaborazione con Ena, 800 studenti selezionati sui 4mila iscritti totali nei cinque campus di Londra, Parigi, Berlino, Madrid e Torino, hanno potuto per un giorno sedere sugli scranni delle massime istituzioni continentali, presentando le loro proposte anti-crisi. 

Il gioco era semplice: il tema era quello, di massima attualità, della stabilità finanziaria dei Paesi membri, e gli studenti della Escp Europe (nata nel 1819 come Grande Ecole Française), divisi per gruppi, dovevano simulare una vera e propria seduta parlamentare, con tanto di discussioni – affidate ai capigruppo – ed emendamenti.  Come farebbero, loro che studiano economia al massimo livello, se fossero al posto degli eletti? Come si districherebbero nell’eterno dilemma tra crescita e solidità finanziaria?  Alla presenza del vicepresidente dell’Europarlamento Rainer Wieland (Ppe), i partecipanti al master della scuola manageriale più antica del mondo, riconosciuta dal Financial Times come 11esima migliore business school d’Europa e prima in Italia per programmi Master in Management pre-esperienza lavorativa  e per Executive  MBA, hanno così presentato le loro ricette.

Si partiva da un documento realmente esistito, una proposta di direttiva europea approvata dalla commissione nel 2011 sulla regolamentazione finanziaria, più precisamente la proposta COM821(2011) per la correzione dei deficit. “Come nella realtà – racconta Francesco Boccardo, 22 anni, studente torinese del Campus di Londra – siamo stati divisi in gruppi politici, e ognuno di noi aveva il compito di difendere la visione del suo gruppo politico e dello stato in cui era stato eletto. Per esempio non tutti i deputati del PPE la vedevano allo stesso modo, per via delle differenze di nazionalità”. Al master partecipano anche molti giovani extra-europei, in particolare indiani e cinesi, e l’Italia è molto ben rappresentata con quasi 100 studenti.

Alla fine gli emendamenti approvati sono stati principalmente sei: l’obbligo per i paesi di indicare il percorso di riforme strutturali e di comunicarlo alla Commissione Europea;  la possibilità della commissione europea di concedere una deroga; l’obbligo per ogni paese di spendere in ricerca e sviluppo fondi pubblici per l’1,5% del PIL nazionale; la possibilità per consiglio europeo o europarlamento  (ma non per la commissione) di chiedere la verifica degli obiettivi di bilancio in due mesi dall’approvazione; la revisione dei processi e degli obiettivi di bilancio ogni 2 anni anziché ogni 5.

Ma a far più discutere, anticipando uno scenario realmente credibile, è stato il settimo emendamento:  possibilità di emettere gli eurobond per stimolare gli investimenti europei e per mutualizzare parte del debito degli stati membri. “Alla fine è stato approvato – racconta ancora Boccaro – grazie ad una spaccatura nel PPE tra i parlamentari del sud Europa e quelli del nord. Una situazione mai accaduta ma credibile”. L’Eurobond, ovvero la condivisione del debito pubblico di diverse nazioni in modo da condividerne il rischio e da abbassare la media dei rendimenti, era stato a suo tempo lanciato – fra gli altri – proprio dall’attuale presidente della commissione Ue Jean-Claude Juncker. Poi l’ipotesi è tramontata, ma per una nuova generazione di economisti potrebbe ancora essere la soluzione migliore.

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