X

Tiene la diga dei Btp. Bce pronta a far quadrato, ma dagli Usa soffia vento di rialzo dei tassi

Imagoeconomica

Si allenta, ma non di molto, la pressione sui titoli di Stato della periferia, Italia in testa. A fine mattinata il tasso del Btp decennale è a 1,78%, meglio di ieri (1,81%) e dell’apertura (1,86%). Ma nelle sale operative sono in molti pronti a schiacciare il bottone “sell” nel caso che qualche banchiere centrale (come il francese Villeroy de Galhau che parlerà alle 18)  si lasci sfuggire qualche segnale da “falco”.

Come è successo alla presidente Lagarde, messa nel sacco da un giornalista tedesco: alla domanda “ma è in grado di smentire un aumento dei tassi entro l’anno?”, la banchiera centrale si è mantenuta nel vago, cercando di rassicurare ieri gli operatori circa l’andamento dell’inflazione. Ma così facendo, ha solo peggiorato le cose: “Dopo che gli spread dei periferici si sono ampliati bruscamente per il terzo giorno consecutivo, Lagarde non ha fornito alcun chiaro segnale nella sua audizione che le dinamiche sono abbastanza significative per rispondere”, dicono gli analisti di Commerzbank in una nota ai clienti.

Di qui la pioggia di vendite che ha investito lunedì i Btp, da sempre considerati (anche per l’enorme mole dei titoli in circolazione) il benchmark dell’ala più debole dell’area euro: quando sui mercati c’è propensione al rischio, i nostri Btp sono ricercati. All’opposto, sono scaricati. Come accade a un paese emergente, senza alcun riferimento particolare al clima politico del Bel Paese. Com’e è comprensibile, visto l’ammontare del debito pubblico (oltre il 160% del pil) ma anche per il peso determinante degli acquisti della Bce per la tenuta dei conti di casa nostra:

  • Nel 2020-21, la Bce ha comprato ben oltre il 100% del debito pubblico centrale italiano emesso nel periodo. 
  • Nel 2022 scenderà al 60%, con la fine del programma Pepp 
  • Nel 2023 è previsto che cali a zero, una volta esauriti gli acquisti del Quantitative Easing.

Ma, al di là delle tensioni all’interno dell’Eurozona, quel che conta è l’ondata inflattiva che ha colpito gli Usa e, quasi a sorpresa, anche l’Europa. Per questo sarà decisivo il dato sui prezzi al consumo che uscirà giovedì in Usa: è previsto per gennaio un aumento del 7,3%, già ai massimi dal 1981 ma il numero potrebbe essere rivisto al rialzo. Non a caso gli operatori hanno alzato la guardia a Wall Street dove, i rendimenti dei Treasury statunitensi hanno ripreso a salire, con i rendimenti a 10 anni che hanno superato l’1,88% per la prima volta da gennaio 2020.

Il mercato attende con impazienza i numeri di giovedì. La domanda è se il mercato aumenterà le aspettative sui rialzi dei tassi di interesse e prezzerà un aumento dei tassi di 50 punti base a marzo, poiché ciò contribuirà a un altro ribasso dei titoli del Tesoro USA. A Philip Lane, capo economista della Bce, allievo prediletto di Mario Draghi, toccherà a quel punto il non facile compito di convincere gli operatori che la Bce non seguirà la Fed, che ha già programmato fino a sette rialzi dei tassi, con il consenso prestigioso di Lawrence Summers, l’ex segretario del Tesoro che invano tentò di convincere la banca centrale e Janet Yellen a frenare per tempo l’iniezione di capitali nell’economia prima che facesse esplodere l’inflazione. Ora lo stesso Summers chiede un intervento più severo di quel che suggerisce il mercato.

Quale sarà l’effetto sui tassi europei? Goldman Sachs prevede due rialzi per la Bce entro l’anno. Più ancora sottolinea la rapidità con cui il mercato sta anticipando le mosse delle autorità. Il bund decennale tedesco, il benchmark dell’Eurozona, in un mese è passato da -0,40 % a +0,22% e potrebbe arrivare ad un rendimento di mezzo punto entro la fine dell’anno. In parallelo, prevede l’aumento dello spread tra Bund e Btp ma non oltre i 200 punti.

E’ questa la frontiera che la banca centrale tenderà a difendere ad ogni costo, specie in occasione delle elezioni francesi. L’obiettivo è di evitare di levare il sostegno ai  paesi che ne hanno più bisogno per la loro ripresa. “Dal punto di vista economico – si legge nel report – rimanere accomodanti non è un’opzione, poiché l’euro si indebolirà, pesando sui prezzi dell’energia, aumentando così l’inflazione, ma  la sua scelta da “falco” deve avere un limite: lo spread non deve passare i 200 pb. Dalla fine della crisi sovrana europea nel 2013, infatti, lo spread tra i due Paesi è aumentato e si è mantenuto al di sopra di questo livello solo due volte: durante le elezioni italiane del 2018 e la pandemia di Covid del 2020. Uno spread BTP-Bund superiore a 200 pb è stato associato in passato a livelli di sofferenza. È probabile che accada lo stesso questa volta”.

Insomma, prepariamoci a non escludere un possibile rendimento del Btp decennale del 2,5%  a meno che non si riescano a convincere gli investitori che il Paese è in grado di  tornare a crescere in modo equilibrato e autosostenibile. Sempre che sia possibile farlo, con mercati, come scrive Mario Seminerio, “che non aspettano altro che di scaricare il nostro debito appena sarà evidente che la rete di protezione è stata tolta oppure ha un grosso buco”.

Related Post
Categories: Finanza e Mercati