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Scandali finanziari ed elezioni: un giro di vite dopo Mps, Saipem, Seat, Bpm, Alitalia e Fonsai

Carlo Musilli per FIRSTonline

Da Mps a Eni-Saipem, dalla Bpm a Fonsai, per non dire di Alitalia e di Seat Pagine Gialle. E’ impressionante la serie di scandali che di questi tempi sta travolgendo il capitalismo italiano, ma è un peccato che la campagna elettorale, pur così ricca di vaghe promesse e di languide illusioni, non offra alle forze politiche l’occasione per dire la loro sulle tante ombre che annebbiano la finanza di casa nostra. Come pensano le forze politiche di attrarre capitali stranieri e di riportare gli investitori e i risparmiatori in Borsa se il mercato finanziario assomiglia sempre di più a un suk e la governance delle società a quella della giungla? Ma anche il ritardo, spesso di anni, con cui la giustizia ordinaria e l’azione di vigilanza e controllo delle Autorità arrivano sui luoghi del delitto meriterebbero una riflessione e una forte volontà di riforma.

Così come un pubblico esame di coscienza sul degrado dell’informazione, tanto incline al qualunquismo e al sensazionalismo populistico e così poco interessata all’esercizio del rigore e del controllo scrupoloso delle notizie, sarebbe ora di farlo. L’indignazione verso chi delinque e offusca l’immagine del Paese è certamente la prima cosa da esprimere ma senza un reale impegno di riforma per cambiare le regole, i controlli e le sanzioni che disciplinano il capitalismo italiano non si va molto lontano.

La galleria degli scandali degli ultimi tempi è lunga. Prima c’è stato il caso della Banca Popolare di Milano che ha fatto sentire la sua eco anche in settimana con l’arresto dell’avvocato Amoroso Battista per presunte tangenti ai politici e soldi ai mafiosi e la convinzione dei Pm di Milano che il comitato d’affari Ponzellini influenzi ancora la banca malgrado l’arrivo sul ponte di comando dell’Investindustrial di Andrea Bonomi.

Poi il caso Fonsai: consulenze e compensi d’oro alla famiglia Ligresti e ai suoi lacchè malgrado le società del gruppo di don Salvatore andassero a rotoli, alla faccia dei soci di minoranza. Poi il caso Alitalia, accusata di frode per l’uso truffaldino di aerei di altre poco raccomandabili compagnie come Carpatair fino all’incidente di Fiumicino dei giorni scorsi. Quindi la spoliazione e l’insolvenza di Seat Pagine Gialle, un tempo gallina dalle uova d’oro di Telecom Italia e poi scalata a debito da fondi di private equity senza scrupoli fino al default dei giorni scorsi che ha costretto la società a chiedere il concordato preventivo nell’impossibilità di onorare un bond giunto a scadenza, senza che la Consob sentisse la necessità di ritirare dal listino il titolo che navigava sulle montagne russe.

Infine e soprattutto Mps e Eni-Saipem. Per il Monte dei Paschi, le cui disavventure cominciarono ben prima dell’infelice acquisizione dell’Antonveneta perchè hanno sempre tratto origine della testarda senesità con la quale la comunità politica locale ha difeso il controllo della banca per farne la grande greppia a cui tutti si abbeveravano. Triste epilogo sono state le scorribande dei manager infedeli che hanno pascolato nella giungla dei derivati tra compensi occulti e perdite da occultare. Quali siano i veri reati consumati all’ombra del Monte – un conto è il falso in prospetto e un altro è l’associazione a delinquere – spetta alla magistratura accertare ma certamente non si può fare di tutte le erbe un fascio.

Gli inviti alla prudenza lanciati dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dal presidente della Bce, Mario Draghi, e dall’attuale presidente della banca, Alessandro Profumo, consigliano – anche alla stampa – di procedere con i piedi di piombo per evitare il colossale abbaglio preso l’anno scorso con il caso Guarguaglini, l’ex capo della Finmeccanica considerato per mesi il promotore di tutte le malefatte del gruppo e poi derubricato il mese scorso dalle indagini della Procura di Roma senza che la maggior parte della stampa (con la lodevole eccezione del Sole 24 Ore e, si parva licet, di FIRStonline) ne desse conto e chiedesse scusa ai lettori.

Da ultimo il caso Eni-Saipem. Chi opera nel campo delle grandi commesse internazionali sa che le tangenti sono la regola e che il problema è sapere se finiscono nella tasche degli intermediari e degli Stati appaltanti o tornano colpevolmente a casa, ma diverso e stupefacente è il caso della Saipem: prima la vendita astuta di azioni di un socio che ha anticipato (casualmente?) il profit warning della società, poi l’improvviso arrivo di nuovi ordini e tra il primo e il secondo tempo le turbolenze del titolo in Borsa.

Non sempre le Authority di controllo hanno dimostrato di saper essere i cani da guardia del mercato che dovrebbero essere. Ma la riforma delle regole del gioco e dei controlli e delle sanzioni non è più materia da convegni: è un’emergenza da affrontare subito per riconquistare la fiducia del mercato e riverniciarela reputazione delle società lambite o travolte dagli scandali. Quale occasione migliore che la campagna elettorale perché ogni forza politica dica, in concreto, come vuol concorrere a cambiare usi e costumi del capitalismo italiano? Forse non basterebbe a recuperare un minimo di etica pubblica e ad avviare il rinnovamento delle classi dirigenti, ma sarebbe certamente un bel segnale.

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