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Romania, la crisi europea colpisce anche l’Est ma la sponda europea fa la differenza

I detrattori “a senso unico” dell’Unione Europea troverebbero probabilmente istruttivo effettuare un paragone tra la Romania e la Moldavia, stato confinante e “gemello” in termini culturali e linguistici: la seconda non fa parte dell’UE ed è a tutt’oggi il Paese più arretrato di tutto il continente, buona parte del quale (la regione della Transnistria), peraltro, costituisce uno “Stato nello Stato” ed è controllato da un’oligarchia criminale. La prima, invece, è membro dell’Unione dal 2007 e da allora ha ottenuto ampi vantaggi, intraprendendo un cammino interessante verso lo sviluppo economico e politico in senso del consolidamento delle istituzioni democratiche. Non sembra dunque un caso se in Romania, come rivelano recenti sondaggi di cui parla l’ “Economist”, i rappresentanti delle istituzioni comunitarie sono più stimati dei politici locali.

Il paragone è forse troppo brutale ma rende in maniera efficace l’idea di come l’Ue abbia centrato almeno qualcuno dei suoi obiettivi, ovvero quello di favorire lo sviluppo dei Paesi dell’Est usciti dall’esperienza fallimentare del socialismo sovietico. La Romania è ancora ben lontana dal risolvere tutti i suoi problemi, eppure ha migliorato decisamente la propria condizione avendo beneficiato di un’ampia fetta dei Fondi di Sviluppo e di Coesione Regionale comunitari e riuscendo a diventare una meta privilegiata degli investimenti in arrivo da Ovest. Tuttavia, come per altri Paesi ancora strutturalmente deboli in quanto dipendenti dall’afflusso di capitali dall’estero, Bucarest sta soffrendo più di altri il momento congiunturale “difficile” (per usare un eufemismo) che sta attraversando la zona Euro.

Dopo due anni di recessione, nel 2011 la crescita del Pil si è attestata su un “magro” 2,3%: un dato che costituisce il sesto posto in Ue ma che non è sufficiente per un Paese in via di sviluppo. Per il 2012 le stime sono in ulteriore ribasso e si dovrebbero attestare sull’1,5%. Inoltre, il reddito pro capite è il penultimo più basso nell’Unione, davanti solo a quello della Bulgaria con circa 6mila euro annui: indice di salari bassi (oltre che di un regime fiscale favorevole) che servono ad attirare investimenti ma che rivelano anche il netto divario tuttora esistente tra Bucarest e Bruxelles.

Le difficoltà che si sono originate nell’area Euro si stanno facendo sentire anche in Romania, come testimoniano le proteste sociali che hanno avuto luogo in particolar modo nella capitale Bucarest durante l’inverno appena trascorso. Per fronteggiare la difficile congiuntura l’esecutivo del Presidente Traian Basescu (al potere dal 2004) e del Primo Ministro Emil Boc ha dovuto procedere ad una serie di misure di austerity, tra cui un aumento delle tasse e tagli salariali e di altri benefici ai lavoratori del settore pubblico, che sono state accompagnate ad una serie di prestiti di aggiustamento ricevuti dal Fondo Monetario Internazionale per un totale di 27 miliardi di euro (l’ultima recente tranche ammonta a 5 miliardi). Le proteste hanno indotto il Governo del Partito Democratico Liberale (di centrodestra) alle dimissioni; a novembre si terranno le nuove elezioni presidenziali con i sondaggi che vedono in testa la coalizione di centrosinistra.

Tuttavia, in questo momento di rigida disciplina fiscale (Bucarest ha aderito, come quasi tutti i membri UE, al “Fiscal Compact”) e di stagnazione, sarà difficile che una nuova compagine governativa riesca ad invertire velocemente la rotta. Certo, alla Romania rimane ancora l’arma della svalutazione per cercare di ridare ossigeno alla propria economia facendo leva sulla competitività in termini di costo; ma in un Paese dove i salari sono già bassissimi e in un periodo dove la domanda nel resto d’Europa si è ridotta, una misura del genere potrebbe non ottenere gli effetti desiderati. Inoltre, ancora molto resta da fare sul piano della lotta alla corruzione e della certezza del diritto: nonostante l’ingresso nell’Ue, i progressi sono ancora limitati su questi fronti, come indica il settantacinquesimo posto nel Corruption Perception Index elaborato da Transparency International.

Detto ciò, quella che un tempo era la regione europea più orientale dell’Impero Romano si conferma una meta interessante per gli investimenti esteri delle nostre imprese. In particolare, le aziende più interessate sono quelle che agiscono in settori ad alta intensità di lavoro, per via della disponibilità di manodopera a basso costo, come assemblaggio e componentistica, ma anche i grandi gruppi infrastrutturali che qui trovano terreno fertile a causa dei finanziamenti erogati dai Fondi comunitari. Due esempi su tutti: Ansaldo Breda sta attendendo l’esito di una commessa da 1,5 miliardi di euro per il raddoppio della centrale nucleare di Cernavoda, mentre Astaldi ha da poco vinto un appalto da 60 milioni per la realizzazione di un tratto dell’autostrada Bucarest-Costanza (finanziata, guarda, caso per l’85% dal Fondo di Coesione).

Per quanto riguarda il settore bancario, la Romania sta vivendo un momento di difficoltà dal momento che il 16% degli assets emessi dagli istituti di credito nazionali sono nelle mani dei risparmiatori greci. L’Italia è presente in questo settore con i grandi gruppi come UniCredit, che attraverso Tiriac Bank è presente in oltre duecento filiali, e Intesa San Paolo, che ha poco meno di cento filiali per attività totali che ammontano a circa 1,2 miliardi di euro.

Quale futuro, dunque, per la Romania? Le vulnerabilità strutturali di questo Paese, legate ad un’economia ancora non pienamente sviluppata e a carenze “sistemiche” dovute ai problemi del rispetto della legge e della corruzione diffusa, fanno sì che la nazione balcanica sarà destinata a soffrire più di altre dell’Est europeo la crisi dell’area Euro. Una ripresa dell’economia a Ovest costituirebbe comunque senz’altro un forte “carburante” per la crescita romena, che ha saputo compiere veri passi da gigante in questi anni. L’Italia, secondo partner commerciale, deve proseguire a guardare con favore a questo mercato sia in termini di nuovi investimenti che di capacità di esportazione, anche se quest’ultima è messa in crisi dalla riduzione dei salari che indebolisce i consumi interni. Il cielo sopra Bucarest, dunque, è azzurro ma anche denso di nuvole.

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